INNAMORARSI ANCORA?

Il PD e la discontinuità sostenibile del Modello Milano

Alessandro Capelli, segretario del PD metropolitano milanese, lancia la campagna del PD per le prossime comunali. Sarà l’età, ma per lui lo slogan è semplice, “innamorarsi ancora” di Milano. Noi, un po’ più âgé, vorremmo tanto ritrovare gli antichi ardori giovanili, ma ci chiediamo e gli chiediamo: di quale Milano vorremmo o dovremmo innamorarci ancora? Ricordando passate perplessità sentimentali, cantava la Vanoni “sapessi com’è strano sentirsi innamorati a Milano”, la domanda resta come sospesa e per ora non sciolta.

A dire il vero, se guardiamo al passato più o meno recente, la memoria ritrova tante Milano e non tutte le ricordiamo volentieri. Alcune bellissime, certo, ci hanno fatto sognare, altre bruttissime, incubi pur cominciati con entusiasmo dalla e nella nostra città. Di quale Milano parliamo allora: della culla della tragica avventura fascista (Mussolini), della perversione affaristica di Tangentopoli, dell’era videocratica di ieri (Berlusconi), della regressione razzista di oggi (Salvini), o del pur ingenuo ma quanto generoso sol dell’avvenire di inizio novecento, della resistenza operaia del ’44, o dei sindaci socialisti? Tutte storie di Milano, ma quanto diverse.

Le domande sembrano retoriche, ma sarebbe bene liberarsi una volta per tutte dal mito compiacente ed autocompiaciuto della Milano “col còr in man” sempre generosa e sempre includente. Non è stato così in passato e non è così neppure oggi. Milano è grande, la sua storia è lunga e contiene tante vicende di cui innamorarsi ancora ma anche altre di cui vergognarsi. Nell’oggi, la domanda torna sulla lingua e crea disagio, poiché si ostina a battere dove il dente duole: di quale Milano parliamo oggi, e soprattutto quale Milano desideriamo per il futuro? Ci va bene la Milano che punta tutto sulla rendita immobiliare e l’esclusione sociale di tanta parte del suo popolo ne immaginiamo un’altra e quale? Anche se l’ambiguità è parte essenziale del discorso politico, c’è bisogno di maggior chiarezza, ma si fa tanta fatica.

L’evento dello scorso 19 aprile, al Teatro Buratto ci ha raccontato delle tante belle Milano che vivono nella nostra vita cittadina. Il PD le ha elencate, messe in bella mostra e chiamate a sé: la Milano dei saperi, la Milano del welfare, la Milano del lavoro, la Milano della scuola, la Milano della cultura che non si arrende, la Milano del verde e dell’ambiente, la Milano della Chiesa nelle periferie. 

Tutto vero, tutto giusto, tutto bello, ma procedendo nella carrellata si faceva strada la sensazione che, come dire, le tante esperienze virtuose restassero un po’ a sé stanti, confinate in una dimensione non effettivamente esplicativa dei gravi problemi emersi in questi ultimi anni: fatica ad emergere un quadro d’insieme che le spieghi nella loro funzione di opposizione silenziosa e tenace ad un modello di crescita sfuggito alle regole ed all’interesse generale,  che le connetta e le giustifichi in una prospettiva che dia loro ancora maggior forza ed identità complessiva.

Eppure “innamorarsi ancora” ha un sottotitolo “Milano 2050”, che dovrebbe fornire la cornice generale, la prospettiva dove collocare le tante energie disponibili, una prospettiva che il PD fatica però ancora ad esplicitare, per parte ancora gravato dalle ombre pesanti gettate da alcune scelte delle amministrazioni di centrosinistra, per altra parte convinto sostenitore di una stagione che si vorrebbe prolungare anche in futuro. 

In questa dialettica interna al PD sta sostanzialmente il nodo che autorizza o meno l’uso della paroletta “discontinuità”, alla fine elegantemente introdotta nel dibattito dalla rettrice dell’Università Statale di Milano, Marina Bramblila (“discontinuità ragionata”).

Ovvero, si potrebbe immaginare, una discontinuità “sostenibile”, riequilibrando senza mettere in crisi il modello di crescita immobiliare, riducendo però alcune delle storture meno difendibili, e soprattutto riaprendo lo sviluppo di Milano alla sua identità storica, quanto mai attuale però, di insostituibile  “finestra sul mondo” della piattaforma produttiva padana e nazionale, “gate” capace di attrarre capitali ed opportunità verso la capacità innovativa delle eccellenze tecnologiche  e relazionali che innervano le filiere dei servizi alle imprese, alla pubblica amministrazione, alle famiglie.

Hic Rhodus, Hic salta allora, qui sta il nodo, che poi a bene vedere, non è solo del PD ma taglia trasversalmente l’intero schieramento politico sociale poichè si tratta della scelta di fondo sul futuro di Milano. Il centro destra, per parte sua, non nutre dubbi e si presenta come il defensor fidei della Milano che scommette sulla crescita dei valori immobiliari come vero motore dello sviluppo cittadino, con l’inevitabile corredo di iper iberismo e disprezzo delle regole a tutela del bene e dell’interesse pubblico. La candidatura di Maurizio Lupi contiene in sé elementi di effettivo pericolo per il centrosinistra, ma è forte la speranza che lo “sfasciacarrozze” di verde vestito ne eroda presto la legittimità perbenista.

In realtà, la partita, e quindi la dialettica di cui si diceva sopra, sembra tutta interna al cosiddetto “campo largo”, mentre resta sullo sfondo ma neanche tanto poi, la sagoma calendiana di Azione.  Intanto, se lo stucchevole balletto “primarie sì – primarie no” certifica una volta di più la mai avvenuta acquisizione nel PD e nel centro sinistra del metodo USA di selezione dei gruppi dirigenti, il balletto “prima i nomi, poi il programma” completa la sensazione di segnali iniziatici tra pochi, mentre si moltiplicano i competitori che già affollano il campo delle primarie. Nomi che, visti in controluce, spesso dichiarano fin d’ora il rispettivo collocarsi lungo il crinale della scelta politica di fondo che sta davanti a tutti.

Se il profilo di Maran e Majorino appare facilmente leggibile in questa chiave di lettura, è probabile l’emergere, con la loro reciproca elisione, di altri soggetti diversamente vicini al partito “immobiliare” (Scavuzzo…), mentre altri ancora (Calabresi…) stanno a guardare, convinti che la feroce dialettica tra gli altri contendenti alla fine li potrebbe favorire. Intanto, il PD avvia il suo percorso e come si usa si pone “in ascolto” della città.

Nulla di male, nella speranza fioca però di un’effettiva apertura del partito ad energie importanti della città e disponibili ad una dialettica interna/esterna al partito. Una funzione tanto più rilevante quanto più il PD, come si diceva, fatica ad approcciare con strumenti di effettiva critica e trasparenza l’esperienza, i bisogni e le contraddizioni, della città.  Massimiliano Tarantino, direttore di Fondazione Feltrinelli, ricordava al Teatro del Buratto che la cultura o è critica o semplicemente non è cultura, non esiste, non può ambire a questo termine, ma semmai, dico io, ad intrattenimento,

Se quindi la cultura non è imbellettamento superficiale del reale, strumento di marketing per la promozione di un’immagine di comodo da vendere sui mercati, allora la funzione di analisi critica della realtà cittadina e di elaborazione della Milano di cui “innamorarsi” non può vedere esclusi i soggetti oggi attivi su questa scena. Tra questi come non vedere anche Arcipelago Milano che, per la felice intuizione iniziale e soprattutto il tenace lavoro di ormai due decenni del suo Direttore, occupa una posizione unica e preziosa nel panorama delle iniziative di libera discussione politico sociale, tanto più autorevole in quanto infrastrutturata da rilevanti saperi e competenze tecniche scientifiche e disciplinari.

D’accordo “Innamoriamoci ancora”, ma della Milano che vogliamo.

Giuseppe Ucciero

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