IMPARARE A CONVIVERE CON L’INCERTEZZA
Un problema di noi umani
In questo articolo scritto pochi anni fa ho tentato un ardito collegamento tra quel poco che so dei cavalli e il tema della necessità per noi umani di imparare a convivere con l’incertezza.
Una premessa tratta dalle mie poche conoscenze del mondo dell’ippica: il passaggio improvviso del cavallo che traina un sediolo (sulky) su cui siede il guidatore (driver) dall’andatura del trotto regolare alla quale è stato addestrato a quella del galoppo si chiama ‘rottura’.
Secondo il regolamento, in caso di rottura in una corsa tra trottatori, il cavallo deve essere immediatamente rimesso al trotto. Qualora non sia o non possa essere subito trattenuto e perciò abbia guadagnato terreno, viene distanziato per regolamento. Se il galoppo è prolungato il cavallo viene squalificato. Se il cavallo squalificato taglia il traguardo, nel bollettino del cronometrista, a fianco del suo tempo non verrà espresso il ragguaglio, ma verrà annotata la squalifica con la sigla R.P. (rottura prolungata).
Il cavallo ha almeno tre andature naturali: il passo, il trotto e il galoppo. Lasciato libero utilizzerà a seconda del bisogno queste andature, più altre variazioni sulle quali non mi soffermerò.
Ora provate a immaginare cosa avviene quando un cavallo entra nel giro dell’allevamento e addestramento per i più disparati scopi: lavoro (cavalli da tiro, ad esempio), militari, sportivi, esibizioni da circo, caccia (alla volpe, ad esempio), gare di velocità con e senza fini di scommesse. Quando cominciano a girare soldi sul rendimento di un cavallo, la possibilità di interventi umani dannosi per incrementarne le prestazioni diventa più probabile. Torniamo alle corse al trotto.
Io amo molto i cavalli ma non mi piace il mondo delle scommesse. Anni fa, tuttavia, un mio caro amico, frequentatore degli ippodromi e anche modesto scommettitore, mi convinse ad andare con lui all’ippodromo e, ricordo, mi prestò anche un binocolo. Fece la sua scommessa su un cavallo di cui non ricordo il nome – qui lo chiamerò Mister X – tessendomene le lodi e spiegandomi perché avesse buone possibilità di vincere.
Parte la corsa e MisterX prende subito la testa. Il mio amico entusiasta grida “Hai visto? Che ti avevo detto?” ma, poco dopo, lancia un grido accorato: “Nooooo!”.
Non capisco, Mister X è ancora in testa. Dico: “Ma che succede?” “Non lo vedi?” “Cosa?” “Come cosa? L’andatura! Non vedi come scuote la testa?” e giù un’imprecazione.
Detto fatto, dopo duecento metri Mister X passa dal trotto al galoppo sbatacchiando qua e là sulky e driver e scompigliando il gruppo dei cavalli concorrenti che nel frattempo l’hanno raggiunto.
Solo verso sera, al tavolo di un ristorante, il mio amico mi spiegò che nel trotto, quando l’andatura è alla sua portata, il cavallo non necessita di utilizzare molto il collo come bilanciere per riequilibrare gli spostamenti di peso, come in altre andature veloci quali il galoppo. Mister X aveva superato i suoi limiti e lo dimostrava cambiando la posizione del collo e della testa per poi passare a un’andatura per lui più coerente con la velocità alla quale stava andando. Sarà anche stato frutto di una preparazione e di una guida imperfetta ma il cavallo non rispondeva più agli insegnamenti e reagiva secondo la sua natura.
Di Mister X non ho più notizie, sarà passato a miglior vita da un pezzo, e io non sono più andato in un ippodromo. Ogni tanto penso a lui che forse era nato in un allevamento dove aveva sperimentato all’inizio della vita, per un breve periodo, la gioia di sgambettare liberamente in un prato prima di essere individuato come potenziale buon trottatore ed essere avviato verso un’esperienza ben lontana da quella che la natura aveva progettato per lui.
Fuor di metafora, oggi non solo ragazzi e ragazze ma anche noi adulti rischiamo la rottura prolungata perché ci sottoponiamo o ci sottopongono a forzature che solo quando è tardi ci accorgiamo essere superiori ai nostri limiti.
Ci diciamo e ci ripetiamo che tutto si è velocizzato e tutto si è anche accorciato. Rapidamente siamo passati dalla modernità alla post-modernità e ci troviamo già nell’altermoderno. Un’etichetta dopo l’altra, con una dominante che si accentua ed è l’incertezza, la quale va sottobraccio alla precarietà ansiogena e alla conclamata crisi d’identità.
Si afferma anche che “la tecnica fine a sé stessa sembra essere l’unico effettivo motore del progresso sociale”. Non a caso il dibattito, con relative attese e paure, si è spostato sulle nuove frontiere dell’intelligenza artificiale. Verso dove stiamo andando? Fino a ieri si diceva “di questo passo”, ora occorre aggiornare: “con queste accelerazioni”.
[…] Negli ultimi decenni però stiamo davvero chiedendo troppo a noi stessi, con il rischio che il nostro cervello finisca in “over”, cioè al di sopra della sua capacità ricettiva. Oltre i limiti dello sviluppo si apre il fosco scenario del “game over”, gioco concluso è partita persa. Come in molti videogiochi.” [Giuseppe Zois in: https://www.bergamonews.it/2024/02/26/dalla-comunita-villaggio-al-villaggio-globale-sempre-piu-dominati-dallincertezza-forse/676455/]
Appartengo a una generazione alla quale era stato insegnato che la lenta, faticosa, paziente e ostinata ricerca non è una perdita di tempo ma la base stessa di una cultura non superficiale. La clessidra che ho sul mio tavolo in studio non ha soltanto la funzione un po’ lugubre di ricordarmi che fugit irreparabile tempus, per questo mi basta uno specchio. No, a questo antico strumento di misura ho attribuito il compito di rallentare – altra auto-illusione – l’ansiogeno flusso travolgente di informazioni più o meno attendibili che mi arriva dal web.
In un recente articolo apparso sul Guardian del 22 novembre 2023, Brigid Delaney inizia così il suo articolo: “Lavorando come giornalista da più di due decenni, mi sono spesso sentita sopraffatta dalla vertiginosa quantità di notizie – molte delle quali scoraggianti – che creavo e consumavo ogni giorno. Spegnere tutto non era un’opzione. Dopotutto, giornalista o no, credevo che i cittadini avessero il dovere di essere informati. Tuttavia le notizie sembravano di ventare sempre più cupe. Catastrofi climatiche, conflitti geopolitici, crisi umanitarie e, in cima a tutto, una crescente incapacità di mostrare benevolenza gli uni verso gli altri. Mi chiedevo: come posso essere informata e nello stesso tempo sana di mente? Posso sentirmi in pace davanti alla crescente instabilità globale?”
No, non posso sentirmi in pace ma posso cercare di non farmi travolgere dalla visione distopica del futuro che gran parte delle notizie che circolano mi trasmettono. In un bell’articolo di Carlo Bordoni [La lettura, 3 settembre 2023] si legge: “La distopia o utopia negativa è un termine usato a partire dagli inizi del Novecento per indicare quei romanzi fantapolitici che immaginano un futuro nefasto. […] Passando dal piano letterario a quello scientifico, [la sociologia distopica] dipinge società indesiderabili da cui rifuggire, proiettando le criticità del presente nel futuro immediato, amplificandone gli effetti negativi, sempre partendo da preoccupanti tendenze o segnali preesistenti.”
Io vivo in un mondo imprevedibile e inquietante. Malgrado questo, è mio preciso compito reagire vigorosamente ai profeti di sventura, come hanno fatto gli esseri umani che sono vissuti prima di me in condizioni non certo meno inquietanti di quelle attuali.
Bertrand Russell mi viene in soccorso [Bertrand Russell: The Everyday Benefit of Philosophy Is That It Helps You Live with Uncertainty | Open Culture in Life, Philosophy | November 15th, 2023]: “Penso che nessuno debba essere certo di alcunché. Se siete certi, di sicuro siete in errore perché niente merita certezza. Si dovrebbe quindi accompagnare le proprie certezze con una dose di dubbio, e si dovrebbe agire con vigore malgrado il dubbio…Nella vita pratica dobbiamo agire sulla base delle probabilità, e quello che chiedo alla filosofia è di incoraggiarci a vivere senza complete certezze.”
“Quindi oggi non è cambiato nulla rispetto a 20, 40, 60 anni fa o addirittura all’intero passato dell’umanità? Credo che non sia mutato nulla rispetto alla necessità di imparare a convivere con l’incertezza. Mi sembra però che negli ultimi decenni il sovraccarico informativo con l’ansia da informazione e la sindrome da affaticamento informativo che ne conseguono ci spingano a interrogarci se non stiamo chiedendo troppo a noi stessi e se il nostro cervello non abbia raggiunto i limiti del suo sviluppo”. [v. anche https://www.focus.it/scienza/scienze/il-cervello-umano-ha-raggiunto-i-limiti-dello-sviluppo- 1233-4147].
Per quello che vedo in giro e anche dentro di me, rispondo a Russell che sì, stiamo chiedendo troppo, ed è ora di sviluppare e praticare tecniche di rallentamento per risparmiare energie senza perdere resilienza e volontà di raggiungere i nostri traguardi.
Inseriamo nella nostra vita qualche chicane.
Cosa è una chicane? Nei circuiti automobilistici (ma anche nella normale viabilità) sono le deviazioni inserite nei rettilinei per ridurre la velocità delle auto e garantire la sicurezza.
Nell’uso metaforico, la chicane è una sorta di strategia di sopravvivenza in un mondo dominato dalla frenesia del capitalismo e del consumismo, un’interruzione del ritmo di vita che ci imponiamo per non perdere consapevolezza di ciò che pensiamo e facciamo. In altre parole, le chicanes sono luoghi reali e metaforici che ci costruiamo per tornare ad apprezzare i vantaggi terapeutici della lentezza e della riflessione.
In questo modo, riduciamo il rischio di considerare e affrontare la vita come un rettilineo che, volenti o nolenti, percorriamo a grande velocità, senza il tempo necessario per riflettere sul che, cosa, come e perché lo facciamo. Concederci più tempo per scoprire e valutare i dettagli di ciò che accade non ci allunga la vita ma ci rende più responsabili e sorprendentemente reattivi.
Fulvio Scaparro
Da Il senno di prima. Appunti di Fulvio Scaparro
