IL PROCESSO DI PIAZZA ASPROMONTE
Non solo una questione giudiziaria, un problema etico e politico
La giustizia sta avendo il suo corso e sono partiti i procedimenti legati alla “interpretazione milanese” delle norme urbanistiche. Nel procedimento legale per il palazzo costruito nel cortile di piazza Aspromonte il Comune di Milano annuncia di accetta re di essere parte offesa, ma sceglie di non costituirsi parte civile, mentre continua a sostenere la causa degli imputati e nega ai cittadini il loro diritto, riconosciuto dalla legge con un’apposita norma, ad agire in assenza dell’istituzione delegata a rappresentarli nell’interesse della comunità.
Con una lettera aperta alla comunità milanese il 25 aprile, celebrazione della resistenza popolare contro il nazifascismo, i cittadini hanno dovuto constatare ancora una volta in quali termini un’amministrazione, rimasta negli anni indifferente, inerte e spesso avversa, non abbia tenuto, e continui a non tener conto, delle istanze e delle proteste di tante associazioni e comitati civici, che chiedevano ascolto. Inutile dire che se fossero state ascoltate, anche in parte, non si sarebbe giunti alla deplorevole situazione attuale.
Eppure oggi questa amministrazione continua a considerare i cittadini come una intrusione nelle proprie attribuzioni, nonostante la determinazione di un giudice. Una dimostrazione di antidemocraticità e di arroganza, l’amministrazione non ha di certo ricevuto un mandato ad agire in tal modo.
Oltre al rispetto delle norme si pone allora un doppio problema, di natura etica e di natura politica.
Il Comune è l’istituzione preposta alla cura e difesa degli interessi della cittadinanza e nel momento in cui viene aperto un procedimento penale nel quale si deve accertare se tali interessi sono stati lesi, non può l’Ente esimersi da tale funzione, non può perorare la causa degli imputati, non può agire contro i cittadini.
È una questione di principio, ancor prima che legale, gli amministratori sono eletti per rappresentare la cittadinanza intera, non gli interessi particolari di alcuni e devono per primi adeguarsi e rispettare l’operato della magistratura, che agisce a tutela a dell’interesse pubblico, quando le norme in vigore non sono state rispettate.
Con la decisione di giunta del 23 aprile 2026 il Comune viene meno alla sua primaria funzione, amministrare la città per conseguire in ossequio alle leggi il bene comune. Gli amministratori che si sottraggono a questo compito rinnegano un impegno che viene prima di un programma politico, non configura scelte di campo, ma che li obbliga all’esercizio della propria funzione entro una dimensione etica.
Sala e i membri del PD in giunta non si trovano a dover rispondere di fronte alla legge, ma hanno il dovere almeno di riconoscere la loro piena responsabilità politica. I tanti processi in corso in città sono la diretta conseguenza di quella che in sede processuale è stata definita inerzia, ma che in effetti derivano da una gestione della cosa pubblica contro l’interesse generale a favore dell’interesse privato, agli occhi dei cittadini uno svilimento dell’azione politica.
Cosa pensa il PD che farà l’elettorato alle prossime elezioni comunali?
Non potrà invocare nemmeno, come al solito, il voto utile per contrastare le destre, non può essere credibile un partito sostenitore di un sindaco e di una giunta responsabili del disastro edilizio a cui stiamo assistendo, della svendita del Meazza, monumento milanese allo sport del calcio, a sconosciuti investitori stranieri, della distruzione sistematica del verde cittadino, della mancanza di serie politiche di edilizia pubblica e di interventi a sostegno del welfare e delle fasce sociali più deboli.
Milano non può vantarsi solo di richiamare grandi folle di turisti, di celebrare una Week dopo l’altra, di avere una vivace movida notturna. Oltre a questo serve dare risposte al declino della città come luogo ove si danno forme e spazi alla convivenza civile. La politica serve a questo, non ad imporre dall’alto il volere di chi si arroga il diritto di scegliere e decidere per conto proprio.
Ci vorrebbe un ravvedimento e una chiara scelta di campo, o dalla parte dei cittadini, o dalla parte della speculazione edilizia e dei poteri forti; gli elettori potrebbero anche decidere di andare ai seggi sapendo a quale impegno politico possono dare un voto e quali rappresentanti eleggere, non certo quelli che siedono in una Giunta comunale che approva l’operato di questa amministrazione.
Paolo Burgio
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Lettera aperta al Sindaco ai cittadini e alla città di Milano Piazza Aspromonte
25 aprile 2026
Al Sindaco e alla Giunta, ma soprattutto a chi Milano la vive, la attraversa, la paga, la immagina.
Il 25 aprile non è una data ornamentale. È una linea di confine. Da una parte l’obbedienza cieca, dall’altra la responsabilità consapevole. Da una parte il potere che si autoassolve, dall’altra la cittadinanza che si assume il peso del bene comune.
Ecco perché quanto accade intorno al caso di piazza Aspromonte non è una questione tecnica, né un cavillo da addetti ai lavori. È una crepa. E dentro quella crepa si vede chiaramente il rapporto oggi distorto tra istituzioni e cittadini.
Il Comune di Milano sceglie di partecipare al procedimento penale come “persona offesa”, ma rifiuta di costituirsi parte civile. Una posizione che, al netto del linguaggio burocratico, suona così: osservo, ma non agisco; assisto, ma non mi espongo; mi riservo, eventualmente, di intervenire dopo. Nel frattempo, cittadini organizzati si fanno carico di ciò che l’Ente decide di non fare: difendere l’interesse collettivo dentro un’aula di giustizia.
E qui sta il punto politico, prima ancora che giuridico.
Perché quando i cittadini suppliscono all’inerzia dell’amministrazione, non stanno facendo un gesto simbolico: stanno esercitando sovranità. Stanno ricordando che il Comune non è un soggetto astratto, ma una funzione. Una delega. Un mandato.
E un mandato, in una democrazia costituzionale, non è eterno né incondizionato.
L’articolo 54 della Costituzione parla chiaro: chi esercita funzioni pubbliche deve farlo con disciplina e onore. Non è retorica da cerimonia. È un vincolo operativo. Significa assumersi responsabilità anche quando è scomodo. Significa difendere l’interesse pubblico senza ambiguità, senza posizionamenti opachi, senza cortocircuiti tra forma e sostanza.
Qui, invece, la sostanza è sfuggente.
Il Comune contesta implicitamente l’impianto dell’azione penale, si oppone all’azione popolare, ipotizza perfino una questione di legittimità costituzionale contro uno degli strumenti che permettono ai cittadini di intervenire quando l’Ente si sottrae.
Tradotto: non solo non agisco, ma metto in discussione il tuo diritto di agire al posto mio.
È una scelta legittima? Forse sì.
È una scelta giusta? Qui si apre il campo del giudizio politico, ed è impossibile far finta che non esista.
Perché Milano non è solo un mercato immobiliare evoluto, né un laboratorio permanente di valorizzazione urbana. È un organismo fragile, stratificato, storico. Un equilibrio tra interesse pubblico e iniziativa privata che la Costituzione, negli articoli 41 e 42, definisce con precisione: l’iniziativa economica è libera, sì, ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale. La proprietà è riconosciuta, ma deve avere una funzione sociale.
Non sono dettagli. Sono il perimetro.
E quando questo perimetro si sfuma, quando le deroghe diventano sistema, quando il linguaggio amministrativo si fa opaco proprio nei passaggi decisivi, allora il problema non è più il singolo edificio. È il modello.
Milano oggi rischia di diventare un precedente.
E allora la domanda, semplice è questa: da che parte sta l’Amministrazione quando il conflitto è tra interesse collettivo e operazioni borderline?
Non nelle dichiarazioni. Nei fatti.
I cittadini, in questa vicenda, hanno già dato una risposta. Si sono esposti, si sono costituiti, hanno accettato il rischio e la fatica di stare dentro un processo. Non per un tornaconto, ma per un principio: che il bene comune non sia negoziabile a porte chiuse.
Questa lettera non chiede consenso.Chiede chiarezza.
Chiede che il Comune scelga una linea leggibile, coerente, politicamente assumibile.
Chiede che si riconosca il valore non la fastidiosa interferenza dell’azione civica.
Chiede, in fondo, una cosa antica: che la politica torni a essere servizio.
Il 25 aprile serve a questo. A ricordare che le istituzioni esistono perché qualcuno, prima di noi, ha deciso che il potere doveva avere un limite.
Oggi quel limite non si difende con le celebrazioni. Si difende nelle delibere, nelle aule di tribunale, nelle scelte anche tecniche che determinano la qualità della vita collettiva.
Milano non è di chi la amministra. Milano è di chi la abita, la difende, la immagina ancora possibile. E, quando serve, la contesta, senza stare in silenzio.
I 24 cittadini, rappresentati dall’avvocato Veronica Dini.
Milano, 25 aprile 2026
