GUIDO MARTINOTTI

Di tante cose avrei dovuto parlare in questo editoriale: dell’osceno spettacolo degli uomini del Pdl e della loro schiena incapace di star dritta, della nausea che mi prende pensando a Berlusconi, il pupazzo sempre in piedi, e al suo calpestare il bene comune, della spudoratezza delle sue bugie, dello sconforto per le parole dell’arcivescovo Scola col suo integralismo e il suo profondo irriconoscente disprezzo per tutti noi laici che in nome della libertĆ  non alziamo un dito per impedirgli di dire quello che dice, anzi difendiamo il suo diritto a esprimersi.

Dovrei parlare del suo forsennato tentativo di riportare Milano e i milanesi indietro di qualche secolo quando le istituzioni erano profondamente condizionate dalla Chiesa che si alleava con la nobiltĆ  e all’aristocrazia per non pagare le imposte e per opprimere il popolo. Da questi tristi argomenti mi allontana un preciso doloroso compito: il compianto per Guido Martinotti. Coetanei, ci conoscevamo da sempre, lo stimavo e lo apprezzavo per il carattere e per tutti i meriti che i suoi amici e i suoi collaboratori e la cittĆ  intera gli hanno riconosciuto in questi tristi giorni, senza eccezione alcuna. Ci conoscevamo da sempre anche per la comune militanza politica ma solo nel 2009 i nostri rapporti sono diventati ben più stretti: nel maggio di quell’anno scrisse il primo articolo per il nostro giornale e da allora la sua collaborazione e i suoi pezzi divennero una feconda consuetudine per i nostri lettori. Se ArcipelagoMilano si ĆØ conquistato un posto al sole nel panorama culturale e politico milanese lo dobbiamo anche a lui. E non solo.

Le conversazioni con Guido sugli argomenti da trattare e sugli orientamenti del nostro giornale erano un’occasione pressochĆ© settimanale. Gli devo dunque molto perchĆ©, dopo aver parlato con lui delle cose che a entrambi stavano a cuore, il mio giudizio diveniva più meditato e la rabbia e la foga si tramutavano in un sentimento equilibrato: era riuscito a trasmettermi il suo ottimismo di fondo, il rispetto e l’amicizia verso la societĆ  che ci circonda, anche quella dagli atteggiamenti meno condivisibili. Le sue osservazioni e i suoi studi sulla societĆ  milanese resteranno come bagaglio indispensabile per chiunque di questa cittĆ  voglia conoscere tutto, anche i visceri più nascosti. Le sue frequentazioni del mondo anglosassone, universitĆ  e amicizie, davano ai suoi giudizi e alle sue analisi un’apertura da cittadino del mondo, consentendogli una visione della realtĆ  italiana libera da condizionamenti e prudenze provinciali.

Poche settimane orsono nelle nostre chiacchiere conviviali davamo corpo alla comune speranza che il declino del nostro Paese volgesse al termine e che, uscito di scena come sembrava l’uomo più dannoso che l’Italia mai ebbe dopo Mussolini, la vita ricominciasse come la desideravamo. Berlusconi ĆØ nuovamente in campo e se mai dovesse vincere almeno questo ennesimo oltraggio Guido non dovrĆ  soffrirlo. Ma se il Paese con un sussulto di dignitĆ  potesse finalmente voltare pagina, non avremo Guido a supportarci col suo sapere e la sua saggezza e a evitarci gli errori dei facili entusiasmi della vittoria. Il compianto. In sua memoria pubblichiamo oggi l’inedito Obama c’est moi! una parte di un suo recentissimo contributo che, col suo consenso, avevamo spezzato in due per ragioni di equilibrio editoriale, ripromettendoci di pubblicarne il seguito. La prima parte ĆØ stata pubblicata nel n°39 del nostro giornale col titolo “Note sparse sul “fine tuning” del rientro”

Luca Beltrami Gadola

 

 

 

 

 

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