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STORIA DELLE ELEZIONI COMUNALI MILANESI

 

Nel settembre del 1944 il CLNAI designa Antonio Greppi come futuro sindaco della Milano liberata. Insediatosi nell’aprile 1945 Greppi, ma la nomina ufficiale verrà fatta dal generale Erskine Hume il 14 maggio, rimarrà sindaco fino al maggio 1951. Il primo atto politico di Greppi nel messaggio radio del 27 aprile sarà richiamarsi ai due sindaci socialisti dell’anteguerra Caldara e Filippetti, sanando il vulnus dello scioglimento del consiglio comunale deciso nell’agosto 1922 dai fascisti e rivendicando una continuità ideale che per i sindaci sarà un leit motiv nei successivi 4 decenni. Il discorso si concludeva (diciamo ottimisticamente, sic) così: “il destino non tradisce i giusti”.

Il 7 aprile 1946 si tengono le prime elezioni comunali. Concorrono sei liste: PSIUP, DC, PCI, Lista Madonnina (liberali, demo laburisti, destre, bossiani), Alleanza repubblicana, Partito degli esercenti. Socialisti e comunisti pur presentandosi in liste separate hanno firmato un programma comune. La campagna elettorale del PSI che ha come spin doctor (anche se allora si diceva responsabile propaganda) Paolo Grassi s’incentra sulla tradizione socialista del governo della città è premiata con il 36,2% dei suffragi. Gli altri: DC 26,9%; PCI 24, %; Lista madonnina 7,4% (che aveva impostato la sua campagna anche sul manifesto formalmente anonimo”Milan ai milanes” affisso contro l’eccesso di sfollati, oggi si direbbe immigrati); repubblicani 3%; esercenti 1,5%.

La vittoria di socialisti scrive il corriere d’informazione è dovuta “al buonsenso di Milano che in fondo, non si è mai lasciata ingannare e trascinare dalle ideologie; la si deve allo spirito di moderazione dei milanesi, che rifuggono egualmente da tutti gli estremismi, al loro amore per la praticità, che li ha sempre resi diffidenti della verbosità demagogica” analisi forse grossolana ma che potrebbe essere ripetuta per tutte le elezioni successive. Si da vita a una maggioranza tripartita, per i socialisti entra in giunta anche il futuro sindaco Virginio Ferrari, ai comunisti va il vice sindaco Piero Montagnani, che nel suo primo intervento delinea una strategia del partito che possiamo dire continua tuttora: “noi comunisti, eredi di tanta parte dell’esperienza socialista siamo desiderosi di divenire eredi anche della migliore tradizione amministrativa socialista”, i democristiani sono guidati da Luigi Meda.

Nel febbraio 1947, dopo la scissione di Palazzo Barberini, Lelio Basso pone la questione che il sindaco di Milano debba essere iscritto al psi e gli assessori socialisti e comunisti si dimettono. Dopo 15 giorni alla giunta tripartito succede un quadripartito dove parte degli assessori socialdemocratici vengono sostituiti da assessori socialisti in cambio del mantenimento di Greppi come sindaco. Come si vede l’arte del rimpasto ha nobili ascendenti, la differenza non secondaria con l’oggi è (forse?) che lo scontro politico, certamente più feroce dell’odierno, non impedì alla giunta di ricostruire una città semidistrutta dalla guerra.

Di li a poco l’esclusione delle sinistre dal governo nazionale, porta Greppi a firmare un ordine del giorno critico verso De Gasperi che provoca la reazione dei democristiani. È di nuovo crisi, sanata per qualche mese ma riaperta nel novembre del 1947 a seguito della rimozione operata da Scelba di Ettore Troilo, l’ultimo prefetto di origine partigiana. Greppi in polemica con il governo si dimette. Il consiglio comunale respinge le dimissioni ma a questo punto si dimettono gli assessori democristiani perché ritengono il sostegno a Greppi un attacco a De Gasperi. Una nuova mediazione, l’ennesima, evita la crisi; ma dopo le elezioni del 1948, la convivenza tra i partiti è impossibile. Nel febbraio del 1949 dopo una serie di polemiche attorno agli scioperi dei lavoratori del privato cui aderiscono i dipendenti comunali e all’atteggiamento della giunta, si apre una crisi che si concluderà solo due mesi dopo con la conferma di Greppi come sindaco a capo di una giunta con i socialdemocratici e i repubblicani ma senza socialisti e comunisti. Anche in materia di ribaltoni non c’è nulla di nuovo.

Inizia quindi anche nel comune di Milano la fase centrista, caratterizzata però da una forte presenza socialdemocratica e da una guida improntata al socialismo riformista. Lo specifico delle amministrazioni milanesi forse sta tutto qui, in una naturale vena turatiana che non si esaurisce neppure negli anni del centrismo e che dura fino a ….

Alle elezioni del 1951, svoltesi con un sistema elettorale che prevedeva l’apparentamento delle liste e il premio di maggioranza, vince la coalizione DC 30%, socialdemocratici 14,6%, liberali 6,1%, repubblicani 1,6%. All’opposizione comunisti 22,6%, socialisti 14,1%, fascisti 6,4%. Monarchici 3,1%. Greppi pur sostenuto da una parte dei suoi è oggetto di una dura campagna del Corriere della sera e deve lasciare la poltrona di sindaco a un altro “turatiano”: Virginio Ferrari, mentre in consiglio comunale entra Aldo Aniasi.

 

Walter Marossi

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