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NON SI VINCE CON UN AVVISO DI GARANZIA

L’avviso di garanzia ha assunto un ruolo principe tra gli strumenti della lotta politica. È terribile. Si è detto che la “politica” è morta, che sono morti i partiti, morte le ideologie, morto il confronto delle idee, sopratutto quando si usa lo strumento giudiziario per far prevalere le proprie, magari inconsistenti, giocando sull’emotività. L’avviso di garanzia è atteso per stendere l’avversario, è temuto da chi teme di riceverlo – sapendo di sé quel che altri non sanno -, mediaticamente fa vendere, viene accolto trionfalmente dai giustizialisti, con preoccupazione da chi teme l’ingresso a gamba tesa della magistratura nella politica. Di tutto, di più. Anche altri Paesi non ne vanno indenni ma da noi è endemico: uno dei Paesi con il più alto tasso d’illegalità.

01editoriale03FBForse sta per succedere anche a Milano e c’è poco di cui andar fieri se, come da qualche tempo sembra di capire, si punta su un “orgoglio milanese”. Anche l’orgoglio può spegnersi in un attimo e chi l’ha spento se ne assumerà la responsabilità.

Un evento del genere, in attesa delle primarie e del successivo passaggio elettorale amministrativo, toglie di mezzo il vero quesito, rispondendo al quale si dovrebbero fare le proprie scelte: qual è il mestiere di sindaco? Di che è fatto? Come e in che modo è cambiato? Perché? Da quando?

Da quando è presto detto: con la Legge 81 del 1993 e il successivo Decreto legislativo del 18 agosto del 2000 che sancì l’elezione diretta del sindaco da parte dei cittadini. Il perché di questa svolta porterebbe lontano nella discussione ma il principale motivo fu di dare stabilità ai governi locali, risultato in parte mancato e foriero di altri inconvenienti: tra i principali lo squilibrio di poteri tra sindaco, Giunta e Consiglio comunale. Non è la prima volta che ne parlo.

Com’è cambiato? L’elezione diretta ha portato a qualcosa che potrei definire “cesarismo civico”. L’elezione diretta del sindaco sia nella fase elettorale sia in quella del suo mandato porta a ricercare il consenso diretto dei cittadini e nel loro insieme e mirando a particolari segmenti della società. Viene dunque meno, – e forse è la causa della loro profonda crisi – la mediazione dei partiti che sono così privati di una funzione storica: la rappresentazione, attraverso i loro eletti, delle istanze della società civile.

La ricerca del rapporto diretto con i cittadini, in particolare quando assuma la veste di “partecipazione” – anche nel più articolato e inclusivo processo -, porta inesorabilmente a una politica che potremmo definire “yes, please in my backyard”. I cittadini vedono le buche nelle strade, il verde malandato o carente, la quiete dei loro sonni messa in pericolo, la sporcizia delle strade o la mancanza di strutture sociali e di welfare nel loro quartiere, soprattutto la sicurezza della quale tanto si dibatte, problema vecchio come vecchie son le città: Ambrogio Lorenzetti nel palazzo Palazzo Pubblico di Siena, affrescando la “Allegoria del buon Governo” inserì il precetto: ”Senza paura ogn’uom franco cammini”. Un passato mai passato. Spesso la risposta più o meno convincente a queste istanze va a costituire “programma elettorale”, magari prescindendo dalla loro praticabilità economica (la riapertura dei Navigli).

Questo contrasta fortemente con la percezione che oggi i cittadini hanno del ruolo del sindaco che viene vissuto come capo di una comunità del cui benessere, inteso nel più ampio significato possibile, è promotore e responsabile, anche per quegli aspetti che esulano decisamente dai poteri reali o di indirizzo che gli competono, soprattutto “versus” le amministrazioni di livello superiore come la Regione o il Governo centrale. Suoi, ad esempio, finiscono per essere i problemi dell’occupazione, del peso fiscale, della città intesa come macchina della crescita,  dell’attrattività e dei rapporti con le istituzioni internazionali. Tutti problemi che ovviamente non rientrano nella categoria “yes, please in my backyard”. Sono un orizzonte più ampio che sfugge al cittadino ma che lo riguardano e per il quale raramente egli può mettere in campo competenze o aspettative che non siano di assoluta genericità.

Dunque due grandi categorie di problemi, gli uni, di corto orizzonte, ai quali (populisticamente) si può dare una risposta immediata, altri più gravi e di lungo periodo ma meno percettibili e che spesso richiedono sacrifici dell’oggi per benefici futuri: un equilibrio difficile da trovare, tutto politico, che si basa sulla fiducia dei cittadini verso il “primo” di loro, e la limpidezza della sua azione amministrativa: come dire la buona  politica.  Non servono amministratori di condominio o manager, a meno che non si voglia un sindaco dimezzato. Ma non è un luminoso futuro.

 

Luca Beltrami Gadola

 

 

 

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