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DOPOEXPO: UN APPUNTAMENTO TRA IDEE E PROGETTO

Si è iniziato a parlarne ancor prima dell’inizio dell’Esposizione e, preciso come una scadenza fiscale, il “dopoExpo” è finalmente arrivato. I battenti dell’Esposizione Universale si sono chiusi, e il dibattito su cosa fare dell’area e su come il futuro di quei terreni possa rappresentare una svolta per Milano e per l’Italia, sale ancor di più agli onori della cronaca. A giorni dovrebbe essere siglato l’accordo per l’ingresso in Arexpo del Governo con esborso, onorato da Cassa Depositi e Prestiti, compreso fra i 30 e i 40 milioni di euro.

09trezzi38FBQuesto dovrebbe finalmente consentire l’avvio della fase progettuale per dare forma all’idea proposta dal Rettore dell’Università Statale, Gianluca Vago, che da mesi espone, con chiarezza e determinazione, la sua visione di quello che si potrà realizzare sulle aree che hanno ospitato per sei mesi padiglioni, iniziative, e oltre 20 milioni di visitatori. Recentemente, in una cena a cui ho partecipato, Vago ha illustrato, per l’ennesima volta, la sua idea di trasferimento delle facoltà scientifiche dalla zona di Città Studi all’area Expo. Un campus universitario stile USA che possa rappresentare uno stimolo per creare un polo dell’innovazione mettendo a stretto contatto mondo della formazione e quello dell’impresa.

Uno spostamento da 200.000 mc di edificato, per la sola parte universitaria, che come ha ribadito il Rettore, non deve essere un trasloco ma una scelta di indirizzo per lo sviluppo di Milano, della Città Metropolitana e, perché no, del Paese. Il Rettore ha illustrato idea, contenuti, valori positivi e possibili criticità, ma ha sottolineato, tutti i presenti ne hanno avuto netta contezza, che purtroppo si tratta ancora di un’idea e non di un progetto. E questa è oggi il vero problema: non avere un progetto, anche solo preliminare, capace di mettere su carta – o su autocad – le tante belle idee arrivate da più parti in questi mesi.

La scorsa settimana, all’assemblea di Assolombarda, il suo Presidente Gianfelice Rocca ha seguito, sostanzialmente, lo stesso canovaccio. Ha elogiato Milano, il fermento, le linee di sviluppo, la positiva ricaduta di Expo in termini di brand e si è augurato che ora possa partire un nuovo Rinascimento alla milanese basato sullo steam, acronimo di scienza, tecnologia, arte e manifattura. Parole, idee, nessun progetto, nemmeno da parte del mondo dell’impresa. Lo stesso Ministro Padoan, presente all’Assemblea, ha accuratamente evitato di intervenire in una materia che, a quanto pare, viene affrontata sporadicamente in Consiglio dei Ministri in attesa del pronunciamento di Renzi che dovrebbe dare il via, sostanziale, alle operazioni.

Insomma le Istituzioni e le Amministrazioni si fanno trovare impreparate, lente, macchinose nel fare quello che un sistema democratico evoluto chiede loro: trasformare le idee in progetti, seguirne la realizzazione, valutarne gli effetti.

Quello che manca, ancor di più oggi che l’Esposizione è conclusa, è proprio il progetto di città. Di una Milano che se come sembra riuscirà, (in quali tempi?) a trasferire le attività di Città Studi a Rho-Pero dovrebbe ripensare totalmente l’urbanizzazione di una zona, quella lasciata dalle Facoltà, nata e cresciuta negli anni con la vocazione di essere a supporto di quella attività, sia dal punto di vista urbanistico sia sotto l’aspetto del reticolo commerciale e della microimpresa. Due elementi – quello dell’area Expo e della zona Città Studi – che non possono viaggiare su binari paralleli ma dovrebbero fare parte di un unico disegno prospettico, orientato a quella che sarà la Milano del 2050, che nessuno, fino a questo momento, ha nemmeno iniziato a immaginare.

Colpevolmente, visto che mancano sei mesi dalle elezioni amministrative e il dibattito milanese continua, perseverante, a ruotare attorno a nomi di candidati – con Sala liberato da Expo ora in pole position per il centrosinistra – e non sui contenuti che dovrebbero delineare un disegno di città capace di orientare e indirizzare le scelte di cittadini che votano con il cervello e non con la pancia.

Il Rettore Vago è stato chiaro: “Manca una reale consapevolezza di quello che dovrà essere il futuro dell’area di Expo, non in termini di contenitore dove metterci di tutto un po’, ma come elemento distintivo di una crescita per il Paese”. E questo ovviamente non è un lavoro da Rettore o da consulente aziendale (Accenture sta seguendo la vicenda per conto di Assolombarda) ma è quello che dovrebbe fare il sistema dei decisori.

Oggi, a “dopoExpo” già ufficialmente iniziato, si paga il ritardo di una politica che avrebbe dovuto pretendere da tempo la stesura di quel progetto, per essere pienamente conscia delle implicazioni che, in termini di identità competitiva, Expo lascia a Milano e all’Italia. Per poter valutare con dati alla mano quale modello sia opportuno perseguire, non solo grazie a delle suggestioni, ma con il confronto fra realtà e competitor diversi e con l’ausilio di benchmark affidabili. La strada dell’innovazione e della sua integrazione con il mondo dell’impresa è ovviamente perseguibile ma un conto è affermarlo, un altro è tradurlo su un area da un milione di metri quadrati con tante potenzialità ma anche con criticità che vanno risolte (accesso, infrastrutture uso delle aree accessorie, sistema dei sottoservizi pensato per durare sei mesi non 60 anni).

Mancano una valutazione dei costi e dei benefici, i link con il Piano strategico della Città Metropolitana e con gli scenari di sviluppo, sul medio-lungo periodo, della Lombardia. I tempi di realizzazione delle infrastrutture in Italia, in particolare quando non è fissata una deadline come un giorno di inaugurazione o il via di un evento sportivo, sono sempre variabili che sfuggono ad interpretazioni relativistiche e rischiano di pagare lo scotto del dibattito infinito che produce solo ritardi e non sostanza. Rinvii e lungaggini che Milano e l’Italia non si possono permettere. Il bonus in termini di notorietà e di attrattività dei grandi eventi – come dimostrano eventi come le Olimpiadi o i precedenti Expo – non terminano con la calata del sipario ma si prolungano almeno per altri 18 mesi. Non un tempo infinito ma può essere un buon cuscino per portare progettualità affidabili e funzionali e quel progetto di branding di Milano che la Giunta Pisapia ha sapientemente avviato e che dovrebbe essere, oggi, un elemento centrale del dibattito anche in vista della prossima tornata elettorale.

Perdere questo treno sarebbe imperdonabile perché significherebbe uscire dalla competizione con le grandi città metropolitane del mondo che, solitamente, viaggiano a velocità siderali rispetto a quelle italiane verso l’innovazione e lo sviluppo. L’auspicio è che questo progetto di fattibilità arrivi in fretta per non rischiare, come accaduto spesso in passato, di gettare alle ortiche un’occasione unica e irripetibile come quella di un Expo, per la crescita dell’identità competitiva di Milano e dell’Italia.

 

Maurizio Trezzi

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