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ALLE ALTERNATIVE PER L’AREA EXPO FORSE NE MANCA UNA

Quando un soggetto pubblico spende dei soldi della collettività, li prende dalle tasse. Se dichiara, come ha fatto comperando le aree di Expo, che questa spesa non andrà ad aumentare la pressione fiscale perché queste saranno rivendute (addirittura con un cospicuo utile), di fatto stipula un patto morale con i cittadini: non uso per Expo i vostri soldi, almeno non per comprare l’area (operazione che sappiamo tra l’altro molto chiacchierata). L’asta è andata deserta, e anche se per ora i soldi li han messi le banche, non sono in vista ipotesi di recupero, quindi ci sono forti probabilità che alla fine pagheranno i contribuenti: infatti non sembra che si facciano ulteriori tentativi di recuperare la maggior quota possibile dei soldi spesi. Non sembra dubitabile che un rilevante valore di mercato quell’area, straordinariamente ben collegata, comunque ce l’abbia, se le condizioni urbanistiche consentissero di valorizzarla.

10ponti38FBOra, se non riesce o meglio non si vuole recuperare quei soldi, si viene meno al patto di cui si è detto. Non sembra così ovvio che i soggetti pubblici coinvolti possano dichiarare: “visto che non siamo riusciti a recuperare quei vostri soldi, sull’area faremo un’università, o un parco o un ospedale o un ippodromo o la nuova sede della città metropolitana”.

Questo significa venir meno a quel patto implicito, e di fatto a dover aumentare le tasse per un importo corrispondente (come minimo 160 milioni di euro, mica noccioline … e questo solo se gli altri conti di Expo vanno in pari, cosa che sembra tutt’altro che certa. Quanto al magico effetto di moltiplicatore fiscale di queste operazioni, si rimanda alla solida e mai smentita obiezione “Ma allora facciamo un Expo l’anno, anzi due …”.).

Il contribuente, “pagatore di ultima istanza”, non può neppure partecipare alla discussione. L’arbitrio del principe è sovrano. E, si badi, si può formulare un identico giudizio anche “da sinistra”: quei soldi non erano destinati a quell’uso, dovevano essere recuperati, non per restituirli ai contribuenti (visione che da alcuni potrebbe essere giudicata “di destra”), ma per destinarli a esigenze sociali più urgenti e gravi (che non sembrano proprio mancare, di questi tempi). Anche in quest’ottica, si è rotto arbitrariamente un patto che era implicito in quel recupero.

Si noti che questo non vuole affatto rinnegare il primato della politica nell’uso delle risorse pubbliche. Si limita a richiamare il principio dell'”accountability” anglosassone: le spese non possono essere arbitrarie, né per ammontare né per destinazione ultima. Come si è detto, il decisore pubblico che sbaglia clamorosamente le previsioni economiche (e non è facile che tale errore sia innocente, se genera consenso a breve termine) non dovrebbe poter dire “vabbè, ci è andata male, useremo quell’area per qualcos’altro” (di pubblico, tanto i contribuenti tacciono …).

Anzi, nel caso di Expo, ai contribuenti è stato spiegato dai media che i loro soldi hanno generato grandi benefici economici alla collettività. Peccato che i media in questione sono stati in gran parte pagati con gli stessi soldi di Expo. Per i dubbi sui risultati, anche in termini di moltiplicatore economico oltre che fiscale, si rimanda per esempio alla documentazione del Fatto Quotidiano del 31 Ottobre 2015, certo un giornale “gufo”, ma certo non pagato, e al lavoro di Roberto Perotti per la Voce.info. Ma son pochi quelli che cantano fuori dal coro, o almeno sollevano dubbi.

Quindi si fa un po’ fatica a capire l’istanza morale, che sembra adombrata anche nella nota di Marco Vitale, che di recupero di quel denaro pubblico speso non si debba proprio parlare, anzi vadano costruiti dispositivi istituzionali che addirittura potrebbero prevedere ulteriore spesa pubblica. La spesa pubblica in periodi di crisi non è certo da demonizzare, anzi, ma si vedono troppi richiami al povero Keynes che sono legati a obiettivi ben più concreti e meno condivisibili che non il bene comune. Keynes si è già rivoltato abbastanza nella tomba con le Grandi Opere berlusconiane.

Volendo assumere davvero uno scenario keynesiano non di comodo, si dovrebbe almeno configurare un uso di quelle risorse che crei molta occupazione in tempi brevi, se si decide che quelle risorse rimangano pubbliche, cioè che non si debba valorizzare economicamente l’area vendendola al miglior prezzo che il mercato può offrire. Ma questo uso sembra tecnicamente molto difficile, e comunque quel tipo di obiettivo appare essere lontanissimo dai progetti finora discussi, ancora fumosi e di remota realizzazione, in cui la preoccupazione occupazionale a breve termine appare del tutto assente.

Marco Ponti

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