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LA NUOVA DARSENA E IL “BELLO” DI GIUSEPPE ROVANI

Dopo che in tanti (colleghi di università, miei familiari, persino negozianti e impiegate di banca e assicurazione) mi avevano assillato chiedendomi se avessi visto la nuova sistemazione della Darsena e cosa ne pensassi, finalmente la scorsa settimana, dopo la mia lezione a Bovisa, anch’io sono andato a vederla. Intanto confermo il voto da altri suggeritomi: senza infamia e senza lode, 6 meno (soprattutto per la sciatta realizzazione del paramento in mattoni già macchiato dal salnitro e i macchinari idraulici del Naviglietto in vista presso la Porta del Cagnola).

Però la frequentazione che si vedeva ieri deve far riflettere: sembravano le figurine di un rendering inneggiante alla “metrolife style” (una coppia dall’aria vagamente gay chiacchierava in cima a uno dei pontili, un’altra etero si baciava appassionatamente sulla panchina in granito lungo il muro di mattoni, alcuni sfrecciavano in bicicletta o skateboard, altri facevano jogging e molti passeggiavano osservando e commentando l’esito dei lavori. Un po’ lungosenna e un po’ riverside Manhattan in chiave meneghina, e passi per Leonardo un po’ oscurato: se i milanesi non si agitano per le sciaguratezze di CityLife o Porta Nuova, ma si commuovono per così poco evidentemente c’è una voglia di spazio pubblico vissuto che deve far riflettere.

Mi viene in mente il capitolo di “Cento anni” del Rovani in cui immagina che, nella notte tra il 28 e 29 giugno 1766, si festeggi per tutta Milano la liberazione della protagonista dal suo rapimento con tavolate all’aperto e in particolare il colloquio sulla sistemazione di piazza del Duomo tra due dotti sfaccendati:

08brenna12FB–    Che bella cosa sarebbe, disse, se invece di questa miseria di piazza, chi ha pensato a far sorgere questa montagna lavorata, avesse anche provveduto a distenderle intorno uno spazio conveniente, decorato di edifizj, degni della città! … .

–     Ma vuoi tu che si pensasse a fare la cornice prima di veder l’effetto totale del quadro?

– Può darsi che tu abbia ragione, ma una piazza non è una cornice; e il popolo passeggia e si ferma e si trattiene in piazza prima ancora di entrare in chiesa, sicché l’opportunità della piazza è contemporanea al tempio che vi deve campeggiare. (…).

–     Ma che cosa ci vuole per te, affinché una piazza debba essere una piazza?
(…) che offra la maggiore varietà possibile tanto negli stili, quanto nelle elevazioni, quanto nell’indole degli edifizj ond’è determinata.
– La confusione di Babele, in una parola; va benissimo.

(…) mi viene bensì qualche assalto di superbia quando mi trovo in faccia ad uno il quale mi dice che la varietà ha per conseguenza la confusione; e che ignora quel gran principio dell’arte vera, e quel segreto con cui il genio, e senza incomodare il genio, anche l’ingegno riesce a colpire di meraviglia gli osservatori; ed è quello appunto di saper far sì che l’unità trionfi nella varietà; questo è il problema da sciogliere
Tutta la sua disgrazia sta che la moda or pare che abbia preso di mira il suo genere; e la peggior disdetta è che la moda non si fermi alle parrucche, ai topé, ai puff, ma pretenda di sedere in cattedra a dar leggi dell’arte.
(…)

–    Se questo fosse, tanto andrebbe per la piazza a portici uniformi, come per la piazza a varietà d’edificj. Ma non è così, caro mio, ed è precisamente coll’idea del variare stili e altezze e indole d’edificj, e col grande segreto dei giuochi prospettici che non è necessaria tant’area; perché coll’artistica illusione della varietà, l’occhio crede sempre di girare uno spazio infinitamente maggiore del vero. Che se fosse indispensabile quello che tu dici, il miglior architetto della piazza del Duomo sarebbe il parco d’artiglieria del re di Prussia. Ma stando a quel che io dico e che diceva appunto il Bibiena, fa in modo di rendere regolare la piazza, fa che la facciata del Duomo si metta d’accordo col suo asse, e passeggiando sotto agli archi dei vari edificj si vedano i fianchi del tempio.

– Or che te ne pare?

– Che bisogna aver la fantasia molto riscaldata per poter fare di questi conti.

 P.S. A proposito: ho visto i progetti degli studenti esposti a Bovisa nell’atrio delle aule. A parte quello del gruppo diretto da Graziella Tonon perche si salva, gli altri sono un disastro spaventoso. Passi per le prevedibili efferatezze di chi si crogiola nella riproposizione degli stilemi dei “venerati Maestri” (citando Arbasino), ma persino quello di Prusicki (altrove come al concorso per la Darsena autore di progetti misurati) qui col suo progetto per l’asse Stazione-Piazza Repubblica va fuori misura.

Sergio Brenna

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