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musica – IL QUINTETTO PAPAGENO E ALTRO

 

IL QUINTETTO PAPAGENO E ALTRO

Al centro del lago di Como, poco sopra Menaggio, nel vecchio borgo medievale di Loveno molto ben conservato e pieno di poesia, vi è uno di quei gioielli poco conosciuti al grande pubblico e una fra le magnifiche rarità (che poi tanto rarità non sono) del nostro bistrattato paese.

 

musica14FBVilla Vigoni è una residenza ottocentesca, sobria e sontuosa insieme, lasciata in eredità da una grande famiglia alla Repubblica Federale di Germania e una trentina di anni fa trasformata, per volontà dei due Governi, nel “Centro di Studi italo-tedesco per l’eccellenza europea”. Vi si svolgono convegni, seminari, incontri internazionali di altissimo livello, concerti, e tutto ciò che può alimentare e accrescere la conoscenza e l’armonia fra i paesi europei.

 

L’altra sera vi si è svolto un concerto molto diverso dal solito, in un’atmosfera colta e internazionale (si sentiva parlare molto più il tedesco e l’inglese che non l’italiano), davanti a un pubblico attento e preparato (non tanto numeroso, forse un centinaio di persone, ma la sala da concerti della Villa era letteralmente gremita), in cui sei giovani solisti – Mattia Petrilli flauto, Nicolas Cock-Vassiliou oboe, Dario Marino Varela clarinetto, Giuseppe Russo corno, Luca Franceschelli fagotto e Leonardo Miucci pianoforte – uno più bravo dell’altro, hanno eseguito tre Quintetti di Danzi. Ma chi era costui?

 

Franz Ignaz Danzi, nato a Mannheim nel 1763 – dunque sette anni dopo Mozart (1756) e sette prima di Beethoven (1770) – era un violoncellista e docente tedesco, nato da famiglia italiana e vissuto fra Mannheim, Monaco, Stoccarda e Karlsruhe, molto noto per essersi prodigato nell’aiutare musicalmente Carl Maria von Weber più giovane di lui di ben ventitre anni; è curioso scoprire che entrambi sono poi morti nel 1826, un anno prima di Beethoven e due prima di Schubert. Era un’epoca a dir poco straordinaria!

 

Questo Danzi scrisse molta musica per strumenti a fiato e per questo è stato – diciamo così – adottato dal gruppo di giovani musicisti che proprio a Villa Vigoni, per una casa discografica olandese, stanno incidendo l’integrale dei suoi Quintetti. Venerdì, in una serata magica anche per i colori del tramonto sul lago, hanno eseguito il Quintetto dell’opera 41 per pianoforte e fiati e altri due dell’opera 56 solo per fiati. Musicisti raffinatissimi, cresciuti tutti alla scuola di Claudio Abbado che li ha avuti nelle sue orchestre – la Mozart e la Mahler – i cinque musicisti dieci anni fa (avevano l’età media di poco superiore ai vent’anni!) hanno costituito un ensemble stabile con il bel nome di “Quintetto Papageno” che quest’estate sarà ospite delle celeberrime Settimane Musicali di Stresa.

 

Grandemente meritevole da parte loro è la diffusione delle musiche di Danzi; non si tratta di veri capolavori (nella scrittura vi è sicuramente molta maniera) ma, non scimmiottando i grandi contemporanei e anzi distaccandosene sensibilmente, precorrono il romanticismo e finiscono per essere testimonianze importanti ed originali della loro epoca. Fra la malìa del lago e la bellezza della villa, fra la scoperta di una musica rara e amabile e la qualità del pubblico, soprattutto grazie alla perfezione e all’intelligenza dell’esecuzione – e non ultimo alla preziosità del suono prodotto dall’organico dei fiati – la serata è da annoverare fra le non frequenti occasioni in cui ci si riconcilia con il mondo e con l’umanità.

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Non altrettanto può dirsi, purtroppo, della sera precedente in cui a Milano, all’Auditorium, sono state eseguite la Prima Sinfonia di Mahler (il Titano) e la Quinta di Beethoven. Una serata “no”, come talvolta capita, in cui un succulento programma è stato tradito da un’interpretazione e una esecuzione sostanzialmente sciatte e superficiali.

 

Esattamente tre anni fa, al suo esordio come direttore d’orchestra, scrissi in questa rubrica che Jader Bignamini era “una vera rivelazione … una grande professionalità … dirige tutto a memoria con gesti sicuri … ritmi e tempi perfetti, attacchi precisi a ogni sezione strumentale … risultati ottimi, grazie anche a una squadra di ottoni e di percussioni di grande affidabilità … una approfondita analisi del testo, pulizia del suono, separazione delle voci, equilibrio delle parti” ecc. ecc.; allora fu un concerto di tutto Musorgskij, quel giovane direttore mi parve magnifico e altrettanto bravo l’ho trovato ancora in successive occasioni. Perfino Isotta, sul Corriere, ne ha recentemente tessuto analoghe e sperticate lodi (per una volta ero d’accordo con lui!). Cosa è successo?

 

Inspiegabilmente Mahler era ispido e rozzo, privo di sfumature e di morbidezze (si pensi alla dolcezza e alla malinconia di quel terzo tempo sul tema del Frère Jacques virato in minore!) costruito solo sui forte e sui piano; e poi la solenne e potente Quinta Sinfonia beethoveniana eseguita a velocità smodata, senza alcuna riflessione né un pensiero che la guidasse. Anche l’orchestra era in affanno, la “squadra degli ottoni” non ha dato il meglio di sé. Era la prima, c’è da sperare che nelle repliche dei giorni successivi Bignamini abbia avuto qualche ripensamento. Peccato, una bella occasione sprecata.

 

 

questa rubrica è a cura di Paolo Viola

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