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OCCUPAZIONI ABUSIVE SENZA POLITICA DELLA CASA, UN PASSATO PRESENTE

Quando saremo così saggi da occuparci di un problema prima che diventi, per una ragione o per l’altra, scottante? La casa è un esempio classico della politica italiana dove serpeggia sempre, direi quotidianamente, il sospetto che quello dei problemi scottanti sia una strategia perché quando un problema scotta arriva il meccanismo dell’emergenza e dall’emergenza si passa ai poteri speciali, ai commissari, alle deroghe legislative con l’inevitabile codazzo di corruzione e di intervento della magistratura.

01editoriale39FBIl problema della casa è diventato scottante per il picco di occupazioni abusive degli ultimi mesi, accompagnati da un clima d’insicurezza dei cittadini dei quartieri popolari e per la risonanza mediatica del fenomeno, fenomeno non certo recente ma che ci arriva da un passato poco sotto gli occhi dell’opinione pubblica e dunque meno scottante di oggi.

Non credo che convenga farsi troppe illusioni, il momento di affrontare seriamente il problema è ancora molto lontano perché per nostra sfortuna incrocia il problema degli extracomunitari e quello, ancor più ghiotto per la Lega, degli zingari presenti sul nostro territorio. Per alcune forze politiche è questo il problema, non il disagio di chi regolarmente abita in case fatiscenti o non riesce ad accedervi.

Voglio essere chiaro. Le occupazioni abusive non mi stanno bene, il rispetto della legge è fondamento di civiltà ma la giustizia non è una dea cieca perché bendata ma soprattutto non può essere sorda rispetto alla società e ai suoi “lamenti”. Proprio per questo invocare sgomberi e pugno di ferro vuol dire assegnare ai corpi di polizia un ruolo sostitutivo di un provvedimento permanente e risolutivo che non c’è e non è interessante per una classe politica che del problema casa ha fatto soltanto terreno di confronto da vigilia elettorale.

Dei mali della casa si potrebbe parlare per ore intere, delle responsabilità storiche e di quelle più recenti ma servirebbe a poco perché la scomparsa dei grandi partiti tradizionali del passato (DC e PCI) e la nascita di nuove formazioni politiche spesso effimere, consentono a chi oggi governa senza avere un vero passato politico, di scaricare colpe e responsabilità guardando ad altri e all’indietro.

Chi governa oggi sa di trovarsi di fronte a una questione ardua e poco gratificante: rimediare i guasti ereditati, come la svendita del patrimonio pubblico fatta per legge, mettere in campo politiche e provvedimenti che nella lentezza del processo edilizio e nella pigra inamovibilità della burocrazia si disperde e dà, se li dà, i suoi frutti quando gli artefici originari hanno visto tramontare le loro parabole politiche. L’attesa della gratificazione politica uccide il cambiamento.

Ho citato tra le responsabilità non a caso la svendita del patrimonio di edilizia pubblica, iniziata con la legge 24 dicembre 1993, n. 560 «Norme in materia di alienazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica»: era il governo Ciampi e ministro dei Lavori Pubblici (si chiamava così allora) Francesco Merloni, il “geniale” inventore della prima legge organica su appalti e dintorni. Questo spirito liquidatorio di allora ritorna ancora oggi nella proposta del ministro Lupi: una politica miope, iniqua, una proposta acchiappa voti come quella di Merloni. Tra i suoi tanti difetti ne citerò uno e non il peggiore: l’aver messo le Aler in condizione di debole condomino in case parzialmente alienate. Rimediarvi oggi è quasi impossibile.

Ma veniamo al dunque. Occupazioni a parte, per parlare al futuro di edilizia bisogna partire dalla realtà di oggi e dalle sue caratteristiche: servono case a basso costo possibilmente in locazione e non in vendita per garantire mobilità sul territorio; c’è necessità di non occupare nuovo suolo e quindi di riutilizzare l’edificato esistente; serve un riequilibrio sociale all’interno dei quartieri; non bisogna tornare alla realizzazione di ghetti; serve l’utilizzo del patrimonio privato lasciato inutilizzato nelle aree urbane e, cacio su maccheroni, una revisione totale del codice degli appalti per evitare che le risorse si trasformino in pessima qualità edilizia e corruzione. Tutte belle cose ma con chi farle? Con quali alleanze? Con quali strumenti? Con quale burocrazia?

Di questa quest’ultima quasi mi dimenticavo ma mi taccio di fronte all’autorità indiscutibile del Presidente del Consiglio: non c’è giorno che non ne parli male: provveda lui, noi non possiamo farci nulla. Intanto la politica della casa mi sembra la stia facendo solo la burocrazia e i risultati li vediamo.

Luca Beltrami Gadola

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