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BOVISA DA BONIFICARE: VERDE O PIÙ CEMENTO?

A Milano, alla Bovisa esiste un’area industriale abbandonata e chiusa da decenni, di proprietà di Comune, A2A e Politecnico. Nota come “La Goccia” per la sua forma, insieme all’attiguo e dismesso scalo Farini costituisce un potenziale polmone verde, paragonabile, in proporzione, al Central Park di New York. Ed anzi qualcosa di più perché il parco Bovisa – Farini sarebbe la parte terminale di una spina verde metropolitana lunga quasi 10 km, dall’hinterland fino a Porta Nuova.

06boatti34FBAd oggi la Goccia giace in stato di abbandono nonostante contenga un prezioso patrimonio: un complesso industriale del primo ‘900, caratterizzato dalla presenza dei gasometri. Nell’area si è poi sviluppata una folta vegetazione, che in alcune parti ha assunto i connotati di un vero e proprio bosco. Nel 1994 una relazione del Corpo forestale stimava in più di 2000 gli alberi d’alto fusto. Oggi, la massa arborea è paragonabile, sia pure per lieve difetto, a quella del Parco Sempione.

La causa dell’inaccessibilità e dell’incuria dell’area è l’inquinamento dei suoli: al quale, dal 1994 (anno di chiusura del sito industriale) non si è riusciti a porre rimedio, soprattutto per ragioni normative. Fino al 2006 risanare l’area era praticamente impossibile. La legge in vigore, il DM 471/1999, obbligava a bonificare il suolo da tutti gli inquinanti presenti a qualsiasi profondità e a prescindere dal rischio che avrebbero potuto generare per la salute e per l’ecosistema.

Nel 2006 il DM viene sostituito dal D.lgs. 152; le normative differiscono tra loro soprattutto per due punti fondamentali: a. le concentrazioni massime di inquinanti accettabili, pur invariate, passano da valori tassativi a soglie di attenzione. Prima, superati quei valori, scattava la necessità della bonifica; oggi invece, in caso di superamento dei valori è necessario procedere con analisi ulteriori; b. l’introduzione dell’Analisi di rischio, che ha lo scopo di accertare quali siano i rischi effettivi per la salute umana, diretti e indiretti, connessi alle matrici ambientali (aria, acqua, suolo).

Nella Goccia l’analisi di rischio non è stata ancora sviluppata. Ma in base ai dati finora raccolti è possibile formulare alcune prime riflessioni sui possibili rischi derivanti dagli inquinanti presenti.

1) L‘aria all’interno della ‘Goccia’ è presumibilmente simile a quella del contesto milanese, e forse migliore, grazie all’isolamento dal traffico veicolare e alla ricchezza di vegetazione. Questa assunzione è suggerita dal fatto che nessuna analisi sull’aria outdoor è mai stata sviluppata in dieci anni di Conferenze dei Servizi, a cui hanno partecipato tutti gli enti responsabili per la salute e per l’ambiente. Anzi, la proposta di effettuare tali analisi, recentemente avanzata dal “Comitato la Goccia” (1) – un comitato che da due anni si è costituito per la salvaguardia dell’area – non è stata accolta dal responsabile del procedimento. Si deve dunque necessariamente ritenere che l’aria non presenti valori di inquinamento peggiori di quelli del contesto.

2) Per quanto riguarda la falda acquifera sembra ragionevole supporre che, dall’inizio del ‘900 a oggi, gli inquinanti presenti nel suolo siano stati già largamente dilavati dalle piogge. Le analisi finora condotte non possono essere assunte come completamente probanti. I campioni analizzati, infatti, sono stati prelevati in maniera sporadica, e contemporaneamente a monte e a valle dell’area, senza considerare né le condizioni metereologiche né il tempo di scorrimento della falda.

Comunque, dai dati finora raccolti si rilevano solo alcuni (p.es. Benzene, Toluene e Xilene) degli inquinanti storici dell’area, e solo in pochi pozzi e in aree ben circoscritte. È allarmante invece la diffusa concentrazione, fuori dai limiti, di solventi clorurati. Tali sostanze non furono utilizzate dai processi industriali del sito, ed è dunque da ritenersi che provengano dall’esterno dell’area. Fermo restando la necessità di verifica, mediante metodiche adeguate, delle origini di tutte le contaminazioni in falda, è presumibile che nei punti in cui è appurata la presenza di inquinanti “storici” occorra procedere con l’asportazione e la bonifica del suolo. Questa necessità sembra fortunatamente molto circoscritta, e tale da non comportare sbancamenti di aree boscate.

3) Il topsoil, il suolo superficiale, nelle aree coperte da vegetazione, è certamente costituito da humus, formato dalla decomposizione per decenni di residui vegetali. È presumibile che non comporti rischi da contatto/ingestione per i fruitori dell’area e che dunque non necessiti di bonifica.

La normativa italiana definisce come suolo superficiale lo strato tra 0 e -1m di profondità: strato certamente eccessivo e irragionevole se venisse assunto per valutare il rischio da contatto e ingestione occasionale. Le normative tedesca e spagnola ad esempio, definiscono il topsoil, come i primi 20/30 cm di suolo; la normativa svizzera considera solo i primi 5 cm! Tuttavia il Dlgs 152/2006 prevede che in detto strato si analizzi almeno un campione di terreno, senza affatto escludere che detto strato possa essere scomposto in più campioni a varie profondità. Esiste quindi la piena e legittima possibilità, a patto di avere buona volontà, di creare un quadro preciso dell’effettiva presenza di inquinanti nei primissimi centimetri di suolo, ben distinta da quella che si trova più in profondità.

Anche in questo caso il Comitato La Goccia ha avanzato una specifica proposta al Comune, chiedendo di effettuare la ragionevole suddivisione analitica sopra citata: richiesta anche in questo caso, respinta. Il Comune intenderebbe invece considerare come rappresentativa delle concentrazioni di inquinanti sul suolo superficiale, l’intero carotaggio tra 0 e -1 metro; profondità alla quale gli inquinanti sono presenti in misura rilevantissima e diffusa. In questo modo, si finirà per affermare, in modo totalmente arbitrario che tutto il primo metro di terreno è inquinato allo stesso modo, e quindi da bonificare.

Gli effetti di questa scelta, possono essere devastanti: comportare cioè lo sbancamento di un’enorme quantità di suolo e dunque l’abbattimento di gran parte del patrimonio arboreo esistente, con una crescita esponenziale del costo della bonifica. Insomma: danno ambientale e danno economico entrambi garantiti! A vantaggio di chi?

Le differenze tra normativa italiana e di altri paesi europei riguardano anche i valori soglia delle concentrazioni di contaminanti. L’Italia mette in relazione i valori soglia a due classi di destinazione d’uso: verde pubblico o residenziale e commerciale o terziario. Le soglie ammesse per la destinazione verde pubblico/residenziale sono di gran lunga più restrittive rispetto a quelle per il commerciale/terziario: in alcuni casi addirittura 100/200 volte tanto.

Confrontando questi valori con quelli di altre normative europee (2) (tedesca, spagnola e svizzera) si scopre poi che la nostra normativa è altamente penalizzante per il verde, con valori di concentrazioni di inquinanti in alcuni casi più restrittivi addirittura di 200 volte!

È possibile dunque affermare che la legislazione italiana facilita fortemente (e malignamente) sui terreni da bonificare, l’insediamento di terziario e commerciale piuttosto che la destinazione a verde pubblico. Ma per fortuna l’analisi di rischio può e dunque deve correggere queste distorsioni.

Qual’ è ad oggi la posizione del Comune di Milano sul futuro dell’area? L’ultimo progetto ufficiale sulla Goccia (3), del 2012, prevede la realizzazione di 730.000 mq di superficie lorda di pavimento, pari a circa 4.380.000 metri cubi reali (grazie alla generosissima normativa urbanistica milanese) sui circa 450.000 mq di superficie territoriale, con destinazioni, terziarie e residenziali. Questo comporta un indice territoriale di 1,32 mq/mq, pari a quasi quattro volte tanto il valore normale previsto dal Piano di governo del territorio e un indice volumetrico fisico, sempre territoriale, di quasi 10 mc/mq.

È paradossale che, per rimediare a un danno ambientale, l’inquinamento dei terreni, se ne crei un altro peggiore: la cementificazione quasi totale dell’area e la conseguente distruzione della maggior parte del grande patrimonio arboreo. Cementificazione programmata, per di più, in una fase di completa ipersaturazione dell’offerta immobiliare.

La normativa del 1999 sulle bonifiche per molto tempo ha reso impossibile il riuso dell’area e la realizzazione del parco. La nuova normativa offre invece gli strumenti per raggiungere tale obbiettivo. Se l’analisi di rischio verrà condotta in modo corretto, la bonifica potrà avvenire a costi molto contenuti e conservando completamente il patrimonio arboreo ed architettonico.

Durante l’ultima Conferenza dei servizi, l’Amministrazione ha annunciato che intende pianificare e bonificare l’area per stralcio di singoli pezzi. Ma come è possibile procedere per parti e senza una visione d’insieme, nell’urbanizzazione di un’area carente di tutte le infrastrutture? E come è possibile procedere alla bonifica senza un quadro complessivo delle destinazioni d’uso?

Il comitato La Goccia ha tentato di stabilire un dialogo con l’amministrazione comunale, senza ottenere per ora risultati in termini di interlocuzione diretta. Di fronte a questa chiusura alcuni membri del comitato e del consiglio di zona si sono visti costretti a presentare un ricorso al TAR contro le storture del processo di caratterizzazione propedeutico alla bonifica e di pianificazione urbanistica per parti avviato dal Comune.

Sarà necessario andare fino in fondo con le carte bollate, o la giunta comunale accetterà finalmente un confronto?

 

Giuseppe Boatti, Carlotta Di Cerbo, Matteo Lonigro

 

 

 

(1) Per maggiori informazioni sul “Comitato la Goccia” visitare il profilo facebook www.facebook.com/comitato.lagoccia?fref=ts

(2) È possibile visionare la tabella di confronto tra normativa italiana – tedesca – svizzera – spagnola consultando la tesi di laurea “Bovisa: dal Paradosso della bonifica a un parco per il quartiere”, cap 3.2.6 pag 75-80 all’indirizzo web:

http://issuu.com/bdltesi/docs/bovisa_dal_paradosso_della_bonifica

(3) Il documento è interamente riportato nella tesi di laurea sopracitata al cap 1.3 pag 27-41

Se desiderate commentare i testi scrivete a redazione@arcipelagomilano.org

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