Fai una donazione Invia a un amico

PUBBLICITÀ SESSISTA: MILANO RALLENTA GLI ALTRI CORRONO. FARE DI PIÙ

Il sessismo nei media (e nella società) è un problema culturale e come tale dovrebbe essere affrontato, sicuramente partendo dall’educazione di base dei nostri figli ma (in)formando anche gli adulti, siano essi genitori o insegnanti, come dicevamo su queste colonne il 9 luglio.

04martini28FBLe proposte suggerite dalle componenti del tavolo Donne e pubblicità, costituito dalla delegata alle Pari Opportunità del Sindaco Pisapia, partivano proprio dal cambiamento culturale, affrontato su due livelli: il primo e più importante sicuramente riguarda il lavoro nelle scuole ma richiede tempi lunghi e quindi, data l’emergenza, deve essere coadiuvato dall’intervento del legislatore, come già successo in molti paesi europei. Con una legge, la società cambia, evolve più rapidamente, come sta già succedendo per esempio con la legge Golfo/Mosca sulle quote rosa nei Consigli di amministrazione: finalmente il processo di cooptazione dei componenti dei C.d.A. si è aperto anche alle donne.

Il Comitato Immagine Differente, formato dalla CGIL – Camera del Lavoro di Milano, da DonneinQuota e da un’altra associazione, le Amiche di ABCD, al tavolo Donne e Pubblicità del Comune di Milano aveva chiesto il sostegno al disegno di legge “Sulla parità e la non discriminazione tra i generi nell’ambito della pubblicità e dei mezzi di comunicazione”, depositato in Parlamento nel 2010. In Italia esiste infatti un vuoto normativo che altri paesi europei hanno colmato da anni. In Spagna poi, la pubblicità sessista è illegale e la proibizione è inserita nella legge contro la violenza di genere. È una legge del 2004 e si intitola “Misure di prevenzione contro le violenze di genere“.

Il disegno di legge proposto del Comitato Immagine Differente tutela la dignità della donna, ma anche dell’uomo, nella pubblicità e nei mezzi di comunicazione e promuove l’affermazione di un’immagine egualitaria e non stereotipata di ambedue i generi nella società. E istituisce una Commissione garante nel Ministero per le Pari Opportunità, che ha il compito di valutare d’ufficio o su segnalazione la liceità della pubblicità e della comunicazione e può disporre con provvedimento motivato la sospensione provvisoria di campagne pubblicitarie in violazione della presente legge e ordinare la rimozione delle medesime.

Questo articolo è, a nostro avviso, molto importante perché attribuisce il controllo dell’immagine delle donne nei media al Ministero delle Pari Opportunità (o dei Diritti delle Donne, come piacerebbe a noi si chiamasse), un ente pubblico preparato a farlo. Peccato che dal governo Monti in poi il Ministero delle Pari Opportunità sia stato “declassato” a semplice Dipartimento e, di conseguenza, non abbiamo una Ministra alle Pari Opportunità dai tempi di Mara Carfagna. Ma questa è un’altra questione.

È, secondo noi, un grosso errore delegare all’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (IAP) la gestione dell’immagine delle donne in pubblicità. Lo IAP è formato da avvocati e giuristi che non si capisce come mai si debbano intendere di pubblicità, men che meno di sessismo in pubblicità. Si avvalgono anche di consulenti esterni per affrontare alcune tematiche ma non di esperte di genere, le uniche in questo caso con la preparazione idonea. Ciò che propone il ddl differisce totalmente da quanto fatto finora, a partire dal protocollo che la Ministra alle Pari Opportunità Mara Carfagna firmò con lo IAP nel 2011, già citato nel precedente articolo.

Le intenzioni della Ministra erano buone in quanto cercava di ovviare a una grossa magagna dello IAP: la lentezza nei procedimenti. Le campagne pubblicitarie, infatti, durano 15 giorni e se la verifica delle segnalazioni non avviene celermente, è perfettamente inutile farle. Ma prima di firmare questo protocollo bisognava, secondo noi, ragionare sullo IAP. La Ministra non l’ha fatto, ha scelto di non ascoltare il territorio. E noi stiamo ancora pagando i suoi errori e le sue omissioni.

La nostra richiesta di sostegno al ddl non è stata accolta dalla delegata del Sindaco Pisapia, forse perché necessitava troppo coraggio. Già nel 2010 alla prima audizione sull’argomento che la Commissione Pari Opportunità del Comune di Milano, allora guidata da Patrizia Quartieri, DonneinQuota propose una soluzione semplice, a costo zero: far firmare alle concessionarie di pubblicità un codice etico, contestualmente alla firma del contratto di concessione degli spazi pubblicitari, a protezione dell’immagine delle donne. Nel caso di infrazione, la concessionaria perde la concessione ma deve continuare a pagare gli spazi.

Allora la giunta era di centro destra e, come ci aspettavamo, non ha accolto la nostra proposta. Dalla giunta Pisapia invece non ci aspettavamo proprio questo finto ascolto. L’Italia però fortunatamente non è solo Milano, con la sua delibera tanto sbandierata ma poco efficace perché interessa solo il 7% degli spazi pubblicitari. Dapprima Rimini nel 2012 ma quest’anno in regione Emilia Romagna e proprio in questi giorni a Bologna stanno accadendo cose interessanti.

Il Protocollo contro la pubblicità sessista del Comune di Rimini, fortissimamente voluto dall’Assessora alle Politiche di Genere Nadia Rossi, è un encomiabile esempio di pragmatismo, replicabile nelle piccole città. Le agenzie di pubblicità e di comunicazione presenti sul territorio riminese si sono impegnate a rispettare la normativa europea in materia (la già citata Risoluzione del Parlamento Europeo n° 2038/2008 e successive) e a non diffondere immagini discriminatorie contro le donne.

La città di Bologna, invece, potrebbe essere la prima città in Italia a vietare negli spazi pubblici l’affissione di pubblicità sessiste. La Presidente del Consiglio Comunale Simona Lembi e la consigliera Mariaraffaella Ferri hanno presentato proprio in questi giorni un Ordine del giorno in Consiglio per modificare il regolamento comunale per le concessioni pubblicitarie.

È datato marzo di quest’anno il Protocollo d’intesa che l’assessora alle Pari Opportunità della Regione Emilia Romagna, Donatella Bortolazzi, ha firmato con la presidente del Corecom (Comitato Regionale per le comunicazioni) della stessa regione, Giovanna Cosenza, e con altri ancora. Anche se non è specificatamente diretto alla pubblicità, i firmatari si propongono di incidere sui cambiamenti culturali, promuovendo un’immagine equilibrata e plurale di donne e uomini, che contrasti gli stereotipi di genere nei media e favorisca la conoscenza e la diffusione dei principi di uguaglianza, pari opportunità e valorizzazione delle differenze.

Giovanna Cosenza, docente di semiologia all’Università di Bologna, si occupa da anni di pubblicità sessista e non ci sorprende che, diventata Presidente del Corecom nel 2013, abbia egregiamente lavorato sul tema. Ci piacerebbe che tutte/i le/i presidenti dei Corecom si adoperassero in merito, a partire da Federica Zanella, la Presidente del Corecom Lombardia.

Dal 2008, anno in cui DonneinQuota ha iniziato a occuparsi di pubblicità sessista, a oggi la situazione è cambiata. Innanzitutto l’opinione pubblica ha acquisito sensibilità al tema, grazie all’opera di divulgazione alla cittadinanza di tante associazioni femminili come la nostra. Ma altre donne hanno risposto all’appello, a partire dall’ex Ministra Mara Carfagna per finire alle consigliere e assessore comunali, provinciali e regionali di tutta Italia o alla Presidente del Corecom Emilia Romagna. Hanno sicuramente aiutato le esternazioni sul tema dell’ex Ministra Elsa Fornero e della Presidente della Camera, Laura Boldrini. Anche il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si è espresso più volte sul sessismo in pubblicità.

Certo, non tutto quello che è stato fatto è buono, ma può essere sicuramente migliorato se si ascoltano le realtà che si occupano di questo tema da anni. Per quanto ci riguarda la soluzione è alquanto semplice: educazione alla parità dalle scuole materne e una legge nazionale contro il sessismo nei media. Bisogna solo volerlo.

 

Donatella Martini
presidente associazione Donne in Quota

Se desiderate commentare i testi scrivete a redazione@arcipelagomilano.org

Trackbacks

  1. […] di Donatella Martini, Presidente dell’associazione Donne in Quota, apparso in “Arcipelago Milano”, settimanale milanese di politica e […]

Le foto, i video, i testi presenti su ArcipelagoMilano.org possono essere stati ricavati anche da Internet e, dopo opportune verifiche al fine di accertare il regime di libera circolazione e non violare il diritto d’autore o altri diritti esclusivi di terzi, sono valutati di pubblico dominio.. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione non avranno che da segnalarlo alla redazione scrivendo all’indirizzo e-mail redazione@arcipelagomilano.org che prontamente provvederà alla rimozione dei materiali utilizzati.
Licenza CC-BY-NC-ND
Eccetto dove diversamente indicato quest'opera è rilasciata con licenza Creative Commons - BY-NC-ND