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EXPO: SI GIOCA LA PARTITA PUBBLICO-PRIVATO. IL NO PROFIT NEL MEZZO

«Un’esposizione è una mostra che, qualsiasi sia il suo titolo, ha come fine principale l’educazione del pubblico: può presentare i mezzi a disposizione dell’uomo per affrontare le necessità della civilizzazione, o dimostrare i progressi raggiunti in uno o più settori dello scibile umano, o mostrare le prospettive per il futuro» (BIE, Protocollo 1988). Questa la definizione di “Expo”, termine coniato dall’Ufficio Internazionale delle Esposizioni (Bureau International des Expositions, BIE), che ha sede a Parigi e ha sviluppato il concept.

06cairo28FBExpo2015 nel suo sito ci tiene a specificare che l’Expo in particolare non è una fiera, ma un’esposizione universale di natura non commerciale, essendo il suo ruolo quello di esporre le maggiori novità tecnologiche, ed essendo orientata all’interpretazione delle sfide collettive a cui l’umanità è chiamata a rispondere.

Tutto chiaro, peccato però che lo sviluppo dell’umanità passi attraverso i prodotti dell’industria, della scienza, della tecnologia e delle arti. E prodotti quindi diventa la parola chiave. Inutile negarlo, le aziende sono il motore stesso della ricerca e del progresso e innegabili protagoniste di ogni esposizione. Qualunque sia il suo tema e qualunque siano i paesi partecipanti. I paesi espongono le loro produzioni, sì certo in risposta alle sfide dell’umanità, ma di conseguenza gli interessi economici a esse collegate sono determinanti. Il sito stesso è un grande prodotto di architettura e servizi nuovamente realizzato e offerto dalle aziende coinvolte.

E qui arriviamo al nodo della questione: come può coesistere l’obiettivo di creare un luogo alto di dibattito e educazione su alimentazione, cibo, risorse e benessere, grandi temi dell’umanità, in un contesto dove predominano gli interessi privati? Bisogna essere in due: Pubblico e Privato, e devono giocare due ruoli non contrapposti ma complementari, non individuali ma collettivi. Gli interessi sono sì privati ma al servizio della comunità, per una sana competizione e uno sviluppo dell’umanità secondo linee condivise.

Già i PPP, Public Private Partnership che l’European PPP Expertise Centre (EPEC) dell’Unione Europea nel 2011 ha deciso di sostenere con forti misure economiche, rappresentano lo strumento pensato e costruito per favorire lo sviluppo sostenibile, la ricerca e l’innovazione grazie alla creazione della concorrenza e al coinvolgimento delle imprese private. I partenariati pubblico-privato – sottolinea l’Unione Europea – possono contribuire alla ripresa economica e allo sviluppo sostenibile attraverso la combinazione delle capacità e dei capitali pubblici e privati. Si chiama partnership pubblico privato, di fatto, una collaborazione volontaria tra pubblico e privato per migliorare la vita della comunità.

Questa collaborazione si attua con la condivisione, da parte delle aziende private, dei rischi e delle spese normalmente sostenute dal settore pubblico e di conseguenza delle responsabilità. Il successo però di queste collaborazioni passa attraverso la capacità della pubblica amministrazione di collaborare con le imprese e con esse definire obiettivi comuni verificandone insieme la loro realizzazione.

E qui si delinea la prima condizione importante non scontata di questi tempi: le istituzioni pubbliche fino a oggi si sono comportante come il padre padrone che può permettersi di fare il bello e cattivo tempo, senza limite alcuno al proprio operato. Difficile quindi pensare che possano sottomettersi alla verifica condivisa con la realtà del privato che va a determinare le risorse a disposizione. Con un’aggravante data dal fatto che in questo periodo storico le risorse a disposizione sono sempre meno pubbliche e sempre più private, sbilanciando così le posizioni di forza.

Seconda condizione importante è che in questo dualismo venga considerata anche la terra di mezzo rappresentata dal mondo del non profit, motore d’azione della società civile, soprattutto per quello che viene chiamato “il fuori expo” che inciderà in modo importante sullo sviluppo locale. E anche qui la strada è dissestata e scoscesa con sviluppi significativi relativi solo a tempi recenti.

Expo 2015 a Milano ha puntato molto in alto, elevando il tema di dialogo dell’esposizione a un livello realmente importante per lo sviluppo dell’umanità. Solo se ci sarà capacità di condivisione da parte della pubblica amministrazione del governo e dello sviluppo della comunità e un’apertura al terzo settore, fonte innovativa di soluzioni collettive, assisteremo a un “dopo Expo”. Una grande opportunità dunque.

Se ciò accadrà, per Expo2015, quello che resterà non saranno i resti il mattino dopo la festa ma un importante occasione di crescita per Milano e soprattutto la Lombardia, che forse ne ha maggior bisogno.

 

Michela Cairo

 

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