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NUOVE SCUOLE MILANESI. VINCE IL LEGNO?

Il recente accordo fra il Comune di Milano e Federlegno (FLA, Federazione Italiana) per lo sviluppo e il sostegno del programma di costruzione di nuovi edifici scolastici non ha convinto tutti. Il Programma milanese, firmato da Pisapia, ha giocato leggermente in anticipo rispetto alle prospettive di sviluppo dell’edilizia scolastica annunciate dalla Presidenza del Consiglio, lasciando qualcuno impreparato. Un programma che trova tutti entusiasti, perché in un periodo in cui si fa poco, qualsiasi notizia sul fare è sempre ben accolta ma alcuni di questi fare fanno anche storcere il naso. Perché, e chi potrebbe storcere il naso? La collettività potrebbe avere dei dubbi?

04trivelli17FBCapire i periodi di transizione come quello che stiamo attraversando non è facile per nessuno, ancora meno per chi vive sulla propria pelle la forte crisi edilizia che stiamo sperimentando. Di certo la collettività vede con grande speranza la soluzione degli annosi problemi d’inefficienza e a volte di pericolo degli edifici scolastici, cosa messa in premessa all’accordo comunale. Le nuove scuole in legno promettono di essere sicure, veloci nella costruzione, ecosostenibili, biocompatibili, energeticamente efficienti nulla di più desiderabile. Eppure nel mondo della costruzione non tutti sembrano convinti.

Il mondo dei progettisti e costruttori condividono questa incertezza? Probabilmente no. I primi potrebbero anche pensare che un edificio scolastico deve avere una solidità “eterna”, la vetustas, anche solo rassicurante; un’adeguatezza per sfidare il tempo che la tecnologia del legno non sempre riesce a dare, anche solo psicologicamente. Non solo, non tutti apprezzano che una tecnologia costruttiva sia scelta prima del progetto, che il progetto si debba piegare alle logiche costruttive di una tecnologia, alle logiche di uno strumento. I secondi, a pensar male, potevano solo sperare di riprendere a costruire scuole, magari con gli stessi strumenti, le stesse modalità, gli stessi materiali e le stesse competenze di prima.

Non solo, Milano non è proprio un luogo in cui le imprese di costruzione, negli ultimi anni, si siano sprecate nel proporre questa tecnologia, non “appartenendo” alla filiera costruttiva del legno. Ciò nonostante nei recenti Concorsi di architettura, come l’Housing sociale di Via Cenni, vi sono stati molti progettisti, tra cui il vincitore, a proporre uno spazio architettonico con l’utilizzo della tecnologia in legno per realizzarlo. D’altra parte alcuni progettisti considerano limitante, dal punto di vista espressivo, l’utilizzo imposto di una specifica tecnologia. Eppure sono stati gli architetti, molti nel recente passato, a sostenere, promuovere, proporre in tante situazioni, in tanti altri contesti la tecnologia in legno per i propri progetti, e, in generale, forse non sono così conservatori da evitare le sfide. Sicuramente c’è chi festeggia: alcuni sono i produttori e costruttori del sistema, molto attivi e partecipi nel sostegno alle politiche di risparmio energetico e sostenibilità della costruzione. Altri sono i sostenitori delle sfide dell’innovazione applicate alle costruzione e alle ricadute che ha nell’architettura.

Il legno è materia, materiale e sistema tecnologico. È un materiale da costruzione talmente antico che, normalmente, non lo riteniamo capace d’innovazione. Il legno lo ritroviamo utilizzato anche dai maestri dell’architettura moderna del novecento, che hanno attinto a piene mani nell’innovazione; è invisibile, nella Gropius House (Massachusset, 1938, W. Gropius) già allora utilizzato dall’architetto tedesco come sistema. In seguito, il legno lo ritroviamo, fra gli esempi significativi, declinato nell’interpretazione della tradizione americana nella Fisher House (Pennsylvania, L. Kahn, 1967): qui materia, materiale e sistema. Il legno porta con sé, per molti, oltre al gran fascino anche un qualche fastidio progettuale. Dato che quando è un sistema prefabbricato, ha dei limiti dimensionali e formali e se è utilizzato in forme più libere, chiede di essere messo in mostra, a volte caratterizzando eccessivamente l’architettura. Recenti opere come Metropol Parasol (Siviglia, Jurgen Maier H. Architects, 2011) ci spingono a pensare che in realtà il sistema e il materiale, si possa adattare molto alle forme-nonforme di una certa architettura contemporanea, ma anche a esaltare il rigore progettuale unito al trasferimento della qualità espressiva della materia, come negli esempi di K. Kuma e Shigeru Ban.

Quindi grandi limitazioni progettuali e applicative, anche in considerazione che il legno si può integrare con altri sistemi tecnologici, io non le vedo. Forse è anche vero che gradi di complessità che il progetto di architettura contemporaneo deve affrontare potrebbero essere risolti dall’uso dei sistemi in legno. In parte forse sì, e non a caso sono state scelte per la sperimentazione milanese delle strutture semplici come le scuole, che non si costruiscono più con le dimensioni di quelle degli anni sessanta. Da un certo punto di vista, esasperando un po’ il tema, si possono trovare in questa scelta elementi anticipatori della via da seguire nel post crisi edilizia. La costruzione nel tempo presente dovrà essere economica senza rinunciare alla qualità, semplice nella sua parte strutturale, ambientalmente sostenibile e il cantiere dovrà avere tempi certi.

Un progetto che prevede una sistema “a secco” e parzialmente prefabbricato, come per le tecnologie moderne in legno, deve essere progettato in tutte le sue parti e non consente significative variazioni di tempi in cantiere. L’organizzazione, la logica costruttiva e la qualità del progetto saranno sempre più protagonisti mentre la gestione incontrollata del cantiere sarà un triste ricordo del passato, con una diretta riduzione dello spreco delle risorse.

 

Alessandro Trivelli

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