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ARREDO URBANO? NO, GRAZIE

In un ambito dove il disordine e l’opinione personale la fanno da padroni cerco di riassumere ciò che oggettivamente non va al riguardo del tema arredo urbano in questa città e su cui sono certa converga l’opinione generale: la pluralità e frammentazione di prodotti di arredo confliggenti l’un l’altro e compresenti nella stessa via o piazza; la pressoché totale assenza di capitolati che riguardino posa o contratti per la manutenzione di questi oggetti e che ne pregiudicano principi di fruibilità e decoro nel tempo; l’impossibilità palese di concertare principi permanenti su collocazione in situ, quando anche di stabilirne l’effettiva necessità di posa.

06_bolognesi10FBIn sintesi il disappunto non si palesa quasi mai per il disegno di un oggetto d’arredo urbano in sé, ma per la disarmante mancanza dell’unità dell’insieme nello stesso spazio, per l’espressione del disordine; per la costante espressione della logica della gara d’appalto caso per caso lontana anni luce dall’idea di un progetto di immagine collettiva; per l’amara constatazione dello spazio pubblico come terra di nessuno, scarico delle contraddizioni di norme che abbondano di dettaglio ma scarseggiano di principi, come se la norma salvasse dalla bruttura; per la necessità di ogni categoria, quando non del singolo, di dire la sua, dall’insegna del negozio, all’azienda che posa la rete, alle municipalizzate, agli uffici tecnici, al graffitaro.

Non abbiamo il controllo dello spazio pubblico semplicemente perché non ne condividiamo i principi, figuriamoci i valori, ma sicuramente tutti concordiamo che ora potremmo assumere il togliere, quella cosa che ha un corrispettivo in edilizia pari al demolire, come azione riqualificante le nostre vie e piazze.

Un programma. Una prima fase, un bel lavoro: togliere l’obsoleto, il ridondante, l’inutile, molto laicamente. Uno sfoltimento nella segnaletica, stradale, viaria, turistica, delle luci: troppi pali, illuminazione episodica, semafori, frutto di un funzionalismo che vede la città come una grande macchina e non come una grande casa, come potevano dirlo i classici del nostro rinascimento. Sappiamo però che quando ci fermiamo a parlare di pali e paletti, arbusti e aiuole, misure di ordinamento necessario per una civiltà maleducata e chiassosa, dietro queste necessarie e urgenti misure di emergenza cerchiamo altro.

Una seconda fase: in questa città che racchiude non poche eccellenze nel design e nella progettazione urbana iniziare la sperimentazione dell’ordinario su un quartiere, un bel quartieraccio necessitante di cure, e non piazza della Scala, vedere cosa si potrebbe fare per poi eventualmente estendere. Forse non l’ennesimo progetto ma l’esperimento di pochi principi: un colore, dei materiali, delle essenze, delle collocazioni che fanno i conti con la morfologia del vuoto e non con degli articoli di legge. Poche cose e sani principi. Principi che potrebbero regolamentare nel prossimo anno anche i 25.000 mq di aiuole che accoglieranno, nella nostra città, i visitatori di Expo (le aiuole, un progetto per i 25.000 mq, un’occasione imperdibile per la qualità urbana).

Una terza fase, basta parlare di paletti e panchinette, finalmente lo straordinario: lo slittamento dell’attenzione dall’orrendo funzionalismo che genera l’occupazione dello spazio pubblico con il “problema dell’arredo” verso un progetto più alto che mira a dare valore all’immaginazione del cittadino mediante la cura della città e dello spazio pubblico. Mi riferisco ai profumatissimi tigli di K.F. Schinkel nella Berlino di una volta, che ringraziamo ancora oggi nelle sere di primavera; o al meraviglioso progetto di Aldo van Eyck per i suoi settecento playground ad Amsterdam, che ha plasmato felicemente una generazione di bambini con un intervento di spazialità urbana decisivo per la città, una scelta; ma anche mi riferisco ai regali di un Banksy su di un muro cieco a Bristol, o a Londra, che ci rubano il sorriso in una visione condivisa. Finalmente restituire lo spazio ripulito all’immaginazione del cittadino. La città non è certo la somma delle sue funzioni, di cui l’arredo, da noi, è la più disordinata emanazione. Allo spazio pubblico con tutto ciò che lo definisce, noi demandiamo l’attività umana collettiva, i processi di interazione sociale e, come fa l’arte con chi ne fruisce, l’esaltazione del senso di appartenenza a un luogo mediante la sua incentivazione dell’immaginazione umana.

 

Cecilia Bolognesi

 

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