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EXPO 2015: CINQUE PROMESSE NON MANTENUTE

EXPO 2015 è diventato una specie di placebo per tutti i malanni dell’Italia. Il debito pubblico aumenta, la disoccupazione è da record e rischiamo di uscire dal G8? Sì, ma hanno aderito ad EXPO anche Capo Verde, il Rwanda e la Liberia – tanto per citare alcuni dei più recenti dei 143 Paesi che hanno annunciato la loro partecipazione, con grande enfasi dei giornali.

07croci09FBIn compenso l’informazione è assai scarsa sui benefici e sul lascito di EXPO. Sono forse giudicati temi troppo tecnici per essere condivisi con i cittadini? Eppure per un “grande evento” di riconosciuto successo come le Olimpiadi di Londra del 2012 è stata seguita una strada del tutto diversa. Fin dall’inizio sono state considerate come un’occasione per rilanciare l’economia londinese e come uno strumento di rigenerazione urbana dell’East End di Londra. Trasparenza e partecipazione non sono stati slogan, ma l’architrave su cui si è retto il processo di realizzazione dell’evento e delle attività post-evento.

Nel caso di Milano, invece, la comunicazione e l’attenzione si focalizza su quello che succederà nei sei mesi dell’evento all’interno del recinto dell’EXPO. Solo da poco si sta lavorando sulla creazione di pacchetti turistici per portare i visitatori in altre città italiane, ma il fulcro rimane il recinto.

È chiaro che la realizzazione degli spazi espositivi e l’attrazione dei visitatori sono aspetti rilevanti per il successo dell’EXPO -e su questo la Società EXPO sta lavorando con impegno – ma c’è, o ci dovrebbe essere, ben di più – e su questo le istituzioni, nazionali e locali, sono state latitanti.

Sembra quasi che nell’avvicendamento delle persone ai vertici delle istituzioni e della Società EXPO si siano perse progressivamente molte delle finalità iniziali della candidatura di Milano a ospitare l’evento. La rinuncia di Letizia Moratti dopo la sconfitta elettorale a mantenere il ruolo di Commissario EXPO e poi le dimissioni del sindaco Giuliano Pisapia da quel ruolo hanno comportato la perdita di visione e relazioni che lo stesso ex sindaco aveva apportato e la responsabilizzazione diretta del vertice dell’amministrazione comunale sull’EXPO.

Chi scrive è stato assessore alla mobilità e all’ambiente nella giunta precedente e ha quindi partecipato direttamente all’impostazione dell’evento, soprattutto per la parte relativa alla mobilità e all’ambiente, e ha avuto modo di presentarla in varie sedi internazionali, compresa quella dell’assemblea del BIE, l’organizzazione internazionale che assegna l’EXPO. Ecco le cinque promesse iniziali che non saranno mantenute.

1) La realizzazione di infrastrutture chiave per la mobilità sostenibile. Tra le opere definite “essenziali” per l’EXPO e come tali cofinanziate dallo Stato con oltre 1 miliardo di euro a condizione del loro completamento prima dell’evento, ce ne sono due che sono in grado di dare un contributo decisivo all’economia e alla qualità della vita di Milano: le nuove metropolitane M5 (da Zara a Garibaldi fino a San Siro) ed M4 (da Linate al Policlinico fino a S. Cristoforo). Nonostante nel novembre 2009 il governo avesse approvato i progetti definitivi e stanziato le risorse necessarie, la costruzione della M4 non è ancora iniziata (e intanto i costi sono levitati), mentre la M5 è in ritardo ed è in dubbio che venga completata prima dell’EXPO. Eppure non si cercano le responsabilità politiche e amministrative e non si pone rimedio ai ritardi, come se si trattasse di fatti inevitabili, anzi si è chiesto al governo di poter rinviare a fine anno il termine per la definizione dei contratti con le imprese costruttrici della M4.

2) La realizzazione di un’EXPO diffusa. Al di là del recinto EXPO, i visitatori dovrebbero trovare una città aperta e vivace, ricca di proposte culturali e di intrattenimento. Le “Vie di terra”, uno dei primi progetti fatti saltare, dovevano essere, più che percorsi per raggiungere l’EXPO, itinerari tematici in cui riscoprire la Milano di altre epoche, dalla romana alla napoleonica, mostrare i nuovi sviluppi urbanistici, a partire da Garibaldi – Repubblica e City Life, mettere in rete i poli culturali e museali, far conoscere i luoghi della movida milanese. Più in generale era l’occasione per trasformare il territorio con piccoli e grandi interventi (straordinario quello progettato da Alvaro Siza per creare una grande rambla pedonale su Corso Sempione) e mobilitare istituzioni culturali e associazioni. Di questa idea di fioritura, in senso letterale e simbolico di Milano resterà ben poco.

3) La trasformazione sostenibile di Milano. EXPO dovrebbe essere l’occasione per realizzare tutti gli interventi di miglioramento ambientale di cui Milano ha bisogno e che oggi la penalizzano sia a livello di immagine internazionale, che di qualità della vita per chi ci vive e lavora. Si tratta degli interventi chiesti dai milanesi con i cinque referendum promossi da Milanosimuove e approvati a larga maggioranza nel giugno 2011. Di questa agenda sono stati portati avanti alcuni elementi importanti, come la trasformazione di Ecopass in Area C e lo sviluppo del bike sharing e del car sharing, ma in assenza della visione complessiva di trasformazione urbana portata dai referendum. Quanto alla Società EXPO non ha neppure istituito la Consulta ambientale, prevista sin dal dossier di candidatura, che avrebbe dovuto coinvolgere esperti e associazioni ambientaliste nella valutazione ambientale di tutti i piani. Si è così evitata la partecipazione e trascurata proprio la componente ambientale dei piani e degli interventi, fino a scontrarsi con i cittadini nel caso delle cosiddette Vie d’acqua (in realtà un canale in cemento che se fosse realizzato taglierebbe i parchi milanesi). Si poteva cogliere l’occasione per destinare quei fondi alla progressiva riapertura e alla navigabilità delle vere Vie d’acqua, cioè i Navigli, e a realizzare un altro progetto dimenticato, i Raggi Verdi, percorsi alberati e ciclabili che si irradiano dal centro città.

4) La cooperazione internazionale. Nella fase di candidatura era stata data grande enfasi a un piano di cooperazione internazionale per sviluppare, attraverso un apposito fondo EXPO di circa 52 milioni di euro, progetti di sostenibilità urbana nei Paesi in via di sviluppo, riguardanti l’energia, l’acqua, il verde, la mobilità sostenibile. Questa disponibilità rappresentava una leva per ottenere il voto di quei Paesi e allo stesso tempo una opportunità per creare opportunità di lavoro per il sistema della ricerca e delle imprese italiane nel mondo. I risultati di quei progetti dovevano essere mostrati all’interno di EXPO nel 2015. Erano state coinvolte nell’elaborazione delle proposte tutte le università milanesi e sottoscritto un accordo con la Banca Mondiale che avrebbe decuplicato quei fondi. Se si fosse andati avanti, quella di Milano sarebbe sì stata la prima EXPO non centrata sugli stand dei Paesi, ma su progetti duraturi. Purtroppo le aspettative sono andate deluse e nulla di questo si realizzerà.

5) La legacy. L’eredità di EXPO è sempre stata richiamata come la principale ragione per ospitare l’EXPO. Nei grandi eventi di successo, come le Olimpiadi di Londra, si è progettato l’evento sulla base di quello che si intendeva lasciare dopo l’evento. A Milano ancora non si sa cosa si farà sull’area dell’EXPO dopo il suo svolgimento. Il bel progetto del parco tematico agroalimentare, con grandi biosfere che riproducono i diversi climi della Terra ideato da un gruppo di grandi architetti internazionali, è stato abbandonato un po’ in sordina. Molte le proposte che si sono succedute, senza reali approfondimenti: un centro di produzione RAI, lo spostamento del carcere, dell’Ortomercato, del Tribunale e da ultimo un nuovo stadio (tra tutte l’idea più assurda, visto che con l’arrivo della M5 a San Siro si dovrebbe realizzare una vera e propria cittadella dello sport con al centro lo stadio). Mentre si discute la Società Arexpo – ai più sconosciuta, ma il vero soggetto decisore – ha emanato un bando per individuare cosa si costruirà. Quello che è certo che si tratta di volumi enormi e che quasi tutto quello che verrà costruito per l’EXPO verrà demolito, anziché essere riutilizzato.

EXPO resta una grande opportunità per Milano e per il Paese, ma nel poco tempo che rimane bisogna cercare di ritrovarne lo spirito originario. Sarà probabilmente la società civile, i centri scientifici e culturali, la rete dell’associazionismo, il sistema delle imprese che potranno supplire almeno ad alcune delle omissioni e dimenticanze della politica.

 

Edoardo Croci

presidente di Milanosimuove

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