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CANALI EXPO O STUPIDITÀ PUBBLICA E SENNO PRIVATO

Se c’è una cosa fastidiosa in questo paese, dove le convinzioni spesso coprono le scelte per convenienza: dall’indulgenza comprata al voto scambiato, è la retorica dell’antipolitica contro il palazzo. Ancora più fastidioso è vedere l’uso strumentale di questa retorica per entrare nel palazzo, per poi mettere in atto scelte che confermano l’insofferenza per la politica, confusa con quelle pratiche. Una spirale di questo genere sembra trovare conferma nella zona Ovest di Milano. Qui nella fascia periurbana, con Corpi Santi inurbati come Baggio e insediamenti popolari come Quinto Romano, il quartiere degli Olmi, il Gallaratese, Trenno e San Siro, il recupero a verde di aree residuali ha generato qualità urbana in luogo di marginalità.

04cortiana08FBUn recupero tenace accompagnato nei decenni dalle diverse amministrazioni che si sono succedute al governo della città. Un recupero che si è avvalso della passione e della competenza degli esponenti di Italia Nostra che, con l’esperienza del Bosco in Città, hanno alimentato la condivisione della conoscenza e del recupero di rogge e fontanili. Nel corso del tempo ha preso corpo un sistema di parchi che va dal Parco Pertini a quello delle Cave, da quello di Trenno al Bosco in Città. Insieme si è sviluppata una responsabilità diffusa come responsabilizzazione verso un Bene Comune. Un termine che qui assume un significato concreto. Quando proponemmo il Parco Agricolo Sud come parco metropolitano di cintura, pensavamo da un lato alla continuità con quelli dell’Adda e del Ticino e,dall’altro, a una relazione con l’edificato della città e dei comuni della cintura attraverso parchi come questi e come il Forlanini a Est.

Cosa accade dunque di così ipocrita nel sistema di parchi periurbani a Ovest di Milano? Perché usare questo appellativo? Venduto come una Via d’Acqua, un nuovo Naviglio Navigabile, il canale, lungo 21 km e largo circa 8 metri, con un alveo in cemento armato largo 3/4 metri per gran parte del tracciato, in realtà si configura come un canale con una funzione specifica e temporanea: l’alimentazione idrica dell’area Expo e il relativo scolo. Il fabbisogno è di 2,6 metri cubi al secondo, 2 per l’alimentazione del canale perimetrale e 0,6 per gli usi impiantistici temporanei dell’area espositiva. Oltre alla funzionalità relativa al semestre espositivo dell’Expo (per gli usi impiantistici temporanei dell’area espositiva dato che per gli usi permanenti si attua l’emungimento dalla falda), il canale è ritenuto opera strategica per altre funzioni: la “razionalizzazione della rete irrigua esistente a servizio dell’Ovest Milanese e soprattutto delle aree agricole a sud di Milano;” e lo “strumento utile per un maggiore e più continuativo afflusso d’acqua alla Darsena”. Nonché quelle paesaggistiche e turistico – ricreative: la “valorizzazione e ricomposizione paesaggistica del sistema degli spazi aperti dell’Ovest Milanese” e il “riferimento per una riconnessione verde e ciclopedonale tra i Parchi Groane e Sud Milano e tra alzaie Villoresi e Naviglio Grande”.

Come illustrato dettagliatamente dagli esperti di Italia Nostra nel 2012 e da Marco Ferrari in una lettera senza risposta al sindaco Pisapia nel 2014, per rispondere a tutte queste necessità non occorre un opera dal costo compreso tra i 90 e i 100 MLN di euro, in gran parte tombinato e interrotto da sifoni, per nulla navigabile, che devasta tre dei quattro parchi che attraversa e lambisce e che avrà costi successivi per la manutenzione e per i metri cubi di acqua. Andiamo con ordine: – si è stabilito (ora? Grazie all’Expo?) che è necessario portare 2 mc/s di acqua agli agricoltori del Sud Milano. Bene, tra Abbiategrasso e la Darsena il Naviglio Grande perde e consegna al Lambro meridionale 40 mc/s: perché non recuperare 2 dei 40 mc/s che il Naviglio Grande perde o cede? Ci sarebbe più acqua per l’agricoltura e anche per la Darsena.

“Valorizzazione e ricomposizione paesaggistica”, ma dove? Quale valenza paesaggistica e naturalistica può avere una struttura in cemento, in parte tombinata? Quale ricomposizione paesaggistica, dato che l’attraversamento dei parchi previsto comporterà l’ulteriore frammentazione di aree verdi strutturate e sistemate nei decenni? “Riconnessione verde e ciclo – pedonale”? I tracciati delle piste ciclabili non dipendono dal canale scolmatore di Expo, sia per la realizzazione e in gran parte anche per il tracciato e, sopratutto, per i costi.

Nella coda di questa opera c’è un problema inaspettato da chi l’ha progettata (chi l’ha poi pensata?), non solo il consumo di suolo ma la produzione di terreni di risulta inquinati da smaltire, come i carotaggi effettuati su diversi tratti del tracciato previsto hanno evidenziato. Infatti l’area interessata è stata declassata da verde a industriale, innalzando così i valori della concentrazione della soglia di contaminazione per le necessarie bonifiche.

Perciò, se si tratta di un canale di scolo, la funzione di scarico potrebbe essere soddisfatta dai numerosi canali esistenti e indirizzando parte del deflusso al sistema idrico superficiale presente. Ci sono quattro canali nella zona del Depuratore di Pero che possono essere facilmente riqualificati, due arrivano ai sifoni sotto il Naviglio. Gli altri tracciati sotterranei sono stati interrotti e deviati in fognatura ma sono manutenuti dal servizio dedicato. Riutilizzare questi canali significherebbe valorizzare l’esistente, riusando le risorse pubbliche presenti e risparmiando sui bilanci.

Infine il tracciato scelto non è per nulla obbligato: le alternative ci sono, come proposto da uno degli ingegneri di Expo, ingegner Paoletti, con un tracciato in gran parte coincidente con quello presentato da Italia Nostra. Un percorso che riutilizzerebbe canali già esistenti e canali non utilizzati, con un risparmio notevole di suolo e di costi realizzativi.

In coerenza con il tema dell’Expo “Nutrire il Pianeta, Energia per la vita” e con ciò che lascerà in eredità dopo i sei mesi espositivi, una vera valorizzazione del territorio, un effettivo “tassello fondamentale di uno scenario organico di ricomposizione paesaggistica degli spazi aperti dell’ovest Milanese e di valorizzazione del sistema rurale che trova la sua forza nella riproposizione delle reti dell’idrografia superficiale quale matrice produttiva, ambientale e paesaggistica del territorio” non è il canale scolmatore previsto.

I benefici per la cittadinanza e il paesaggio potrebbero derivare dalla ricomposizione a verde, quindi non edificabili, di tutti gli spazi di risulta contigui e circostanti il sistema dei parchi periurbani esistente, con la effettiva riqualificazione del reticolo irriguo esistente, come il Bosco in Città ha praticato nei decenni, con un potenziamento della rete ciclabile urbana ed extraurbana. Così si sarebbe coerentemente indirizzata la spesa dell’inutile e dannoso canale di scolo previsto. Spesa che grava sul fondo di 170 milioni di euro dedicati alla Darsena , Navigli e Vie d’acqua.

Per chi e per fare cosa è davvero utile questa “Via d’acqua”? Se lo sono chiesti e da tempo lo chiedono al Sindaco, alla Regione e all’Expo migliaia di cittadini che abitano nei quartieri circostanti, che negli anni hanno aiutato i parchi a crescere, e a essere vissuti e rispettati. Una cultura della cittadinanza condivisa e della responsabilità diffusa che è molto più coerente con il tema dell’Expo 2015 di un canale di cemento per un’area industriale, dentro a un’area a verde dove industrie non ce ne sono.

L’appellativo “ipocrita”, riferito a quanto la politica pubblica sta facendo, si spiega con l’atteggiamento fin qui tenuto dall’amministrazione Pisapia e dal Consiglio Comunale. In spregio o ignoranza della Convenzione Europea del Paesaggio, la quale afferma che «”Paesaggio” designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni. » (Capitolo 1, art. 1 lettera a). La Convenzione, in particolare, prevede un ruolo attivo dei cittadini per le decisioni che riguardano i destini dei diversi paesaggi locali. Tutto ciò non trova riscontro in quanto è avvenuto sino ad ora.

Sono i cittadini e Italia Nostra ad essersi resi conto di quanto stava accadendo, a essersi informati, documentati, a proporre soluzioni sostenibili. Sono i cittadini che hanno dato vita a una mobilitazione ampia, propositiva, che ha sollecitato i Consigli di Zona a essere un luogo aperto di relazione con l’amministrazione centrale. Come risposta hanno trovato una sostanziale indisponibilità, nel nome di decisioni immodificabili, mitigabili solo se si accettava il progetto. I comitati dei cittadini, in una relazione diretta e costante con tutti i firmatari della petizione per cambiare il canale, hanno chiesto un tavolo tecnico e politico per confrontarsi.

Ho partecipato ad uno degli appuntamenti e ho potuto apprezzare la maturità, la pazienza e la disponibilità al confronto dei comitati, pur a fronte di tutto il mestiere del rappresentante del sindaco, sceneggiata compresa. Per cui si è partiti con l’indisponibilità ad accogliere la delegazione di 12 persone per poi concederla, il tutto con drammatizzazioni e alzate di voce a tempo come a dire o così o è una questione che non riguarda più noi. È chi allora? Le forze dell’ordine? Intanto i cittadini dei comitati spiegavano ai vicini nei quartieri quanto stava accadendo, tessendo una rete di monitoraggio su tutti i punti dei cantieri previsti. Fino ad arrivare a chiamare i carabinieri quando una ruspa è entrata nei giardini di via Cividale del Friuli muovendosi pericolosamente tra i cittadini.

Incontri pubblici nei diversi quartieri, una grande manifestazione popolare, il confronto e l’avvalersi di competenze tecniche professionali. Si direbbe una modalità di azione da partito popolare d’altro tempi con una capacità di condivisione di conoscenze e di responsabilizzazione. Non era questo il popolo arancione che ha portato Pisapia a vincere le primarie e poi le elezioni comunali? Allora non si era trattato solo della mancanza di empatia di Letizia Moratti, ma dell’affermazione della volontà di partecipare ai processi che riguardano la qualità del vivere sociale in città. Ora quella speranza e il sindaco e i consiglieri su cui è stata riposta sono finite nel canale ed è un esercizio inutile stabilire se si tratta di indisponibilità per ragioni indicibili o di inanità.

Qui siamo: ora l’amministrazione è ancora in tempo a cambiare canale, a risparmiare il territorio e un sacco di soldi pubblici, persino laddove si dovessero pagare eventuali penali, fate voi. Così il Consiglio Comunale, invece di imbarazzati balbettii e imbarazzanti distinguo, potrebbe ascoltare il buon senso di migliaia di cittadini, senza e oltre le bandiere di partito, viceversa condannerebbe l’intelligenza collettiva che si è manifestata, con la sua capacità propositiva concreta e fattibile, a diventare una questione di ordine pubblico. In questo caso non perderemmo solo qualità del territorio e soldi pubblici. Siamo a Milano, o la politica non personalistica e plebiscitaria trova spazio qui o è difficile ambire a essere un paese protagonista in Europa.

L’Expo sarà una grande opportunità se pensato in coerenza con il dopo, con l’eredità che si appresta a lasciare. Per questo la questione dei parchi periurbani e del canale di scolo non riguarda solo le decine di migliaia di cittadini che li vivono perché lì intorno abitano. La definizione dell’Expo e della sua eredità riguarda tutti i cittadini della Grande Milano perché segna la natura politica costitutiva della Città Metropolitana. Una partecipazione informata alla vita pubblica, con l’esercizio della cittadinanza attiva o la contrapposizione tra il palazzo e l’alterità indifferente dell’antipolitica, sulla quale speculare irresponsabilmente.

 

Fiorello Cortiana

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