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LA CASA DELLE DONNE E LE SPALLATE ALLA POLITICA

Sono passati tre anni da quel 13 febbraio in cui in tutta Italia (e per il mondo) manifestammo per rivendicare dignità: per le donne, nelle relazioni con gli uomini e, finalmente, dignità e qualità nella politica. Con noi tanti uomini, indignati anch’essi per un modello insopportabile di politica rappresentato da Berlusconi e dal suo governo, che umiliava il nostro paese facendolo apparire ridicolo e poco rispettato dagli altri.

04cima07FBQuella nuova partecipazione fu la spallata decisiva che provocò l’inizio del declino: fino allora una sorta di complicità maschile aveva fatto tacere partiti del centro e della sinistra, Presidente della Repubblica, istituzioni ed Enti che ne tolleravano la degenerazione senza denunciarla apertamente come abbiamo fatto quel giorno.

Pochi mesi dopo i referendum per l’acqua pubblica e contro il nucleare, vinti grazie alla partecipazione determinante delle donne nella mobilitazione e nel voto (vedi dati Istat).

In questo contesto emersero candidati sindaci che, differenziandosi dalla casta complice, vincevano primarie ed elezioni. Tutti maschi, indicati da partiti con segretari maschi. Ma si sentirono in dovere di nominare in giunta il 50% di donne perché i comitati che li sostenevano erano composti e guidati in gran parte da donne che li fecero vincere e avanzarono ovunque la richiesta di presenza paritaria. Insieme a poche altre (luoghi per far politica, bilanci di genere e quindi risorse per le donne) che qualche sindaco come Pisapia mise nel suo programma. Nacquero così le giunte arancioni.

Naturalmente non si trattava solo di ottenere conquiste per le donne, ma di conferire loro maggior potere nella speranza che, nell’interesse di tutti, iniziasse una politica nuova. Le giunte arancioni nate in quel contesto iniziarono dunque i loro mandati in un mare di aspettative. Cosa si è ottenuto? Di rappresentanza paritaria non si poteva certo parlare perché nei consigli furono elette pochissime donne e i sindaci arancioni furono tutti maschi, almeno nelle grandi città. Alessandria, comune in dissesto, elesse in controtendenza una donna sindaco. Come sempre succede quando si annuncia il cambiamento le donne si buttarono con passione, entrarono anche nei consigli di amministrazione di enti di secondo livello, crearono tavoli di partecipazione sperando di spazzare via il malaffare, di lavorare finalmente con metodi nuovi e obiettivi condivisi.

Oggi è tempo di bilanci: le donne pretendono di capire se qualcosa è cambiato e, visto che coscienza comune dice che si è ottenuto ben poco, chiedono di utilizzare il resto del mandato per farlo. Non si arrendono. Per questo è iniziato un confronto serrato a Torino con Milano e Genova, con l’intenzione di allargare a tante altre città. Mercoledì scorso il primo incontro pubblico a Milano, in quella Casa delle Donne che è forse l’unica conquista ottenuta, grazie alla partecipazione di tante e all’impegno di un’assessora seria. Nei primi incontri sono emersi nodi politici generali e situazioni specifiche delle tre città che vanno affrontate subito. Mancano statistiche disaggregate per genere che permettano di capire come cambia la vita delle donne nelle città in tempi di crisi.

I bilanci di genere, dove sono stati fatti, non sono di facile lettura e sono consultivi, quindi non spostano risorse: sarebbe importante cominciare a sperimentare, nelle città che da tempo lo utilizzano, il bilancio preventivo di genere. A Torino, dove si è valutato se proporlo, il bilancio preventivo generale dell’anno in corso è stato votato a novembre. Tempi inaccettabili. Tra assessore, elette e donne di associazioni e movimento che desideravano mantenere una relazione politica, le distanze sono rimaste, salvo rare eccezioni, considerevoli. La partecipazione si è al massimo risolta in un ascolto che non ha modificato l’agenda politica, non ha spostato risorse e non ha neppure mantenuto le promesse elettorali dando vita ai punti programmatici concordati.

Le elette in un consiglio sempre più svuotato di poteri e le cooptate in giunta lamentano a volte una solitudine determinata dall’agire secondo uno schema dato, con scarsissima possibilità di incidere. Non di rado sono sottoposte a pressioni per dimettersi da parte di capigruppo di maggioranza e, a Torino, dello stesso loro gruppo. Nella mia città deleghe importanti come l’urbanistica sono state sostituite con le pari opportunità, senza ragione e dibattito politico, in un rimpasto durante le ferie. L’incapacità dei sindaci di sganciarsi da lobby e poteri forti, di rapportarsi direttamente con le donne che ne hanno favorito l’elezione, ha fatto calare in molti casi il loro consenso.

Per il movimento è stato più facile perseguire il 50/50 che entrare nel merito della governance.

I report dei due dibattiti tenuti a Torino e Milano sono su Politica Femminile, rete-blog articolata anche a livello regionale, cui invitiamo tutte quelle che vogliono partecipare al dibattito anche da altre città. È nostro desiderio allargare questa verifica ovunque si sia tentato di dare senso alle istituzioni con una forte partecipazione delle donne. Come dare forma a questo confronto visto che nessun metodo è neutro?

Cerchiamo un linguaggio che contrasti con la prescrittività della politica ufficiale: chiediamo di partecipare inviando brevi testi che riepiloghino esperienze e facciano proposte, ma anche preparando performance dal vivo, brevi video ed eventuali progetti applicati che si potrebbe portare alla discussione del consiglio comunale. Sarebbe bello preparare, in ogni città, un momento di condivisone pubblica che, a partire dal pensiero delle donne, sia l’occasione per avanzare proposte che recuperino il tempo perso e rappresentino una vera svolta. Contiamo sul fatto che i Sindaci vorranno partecipare riconoscendo le donne come interlocutrici politiche, così come hanno promesso di fare nelle campagne elettorali. Buon lavoro a tutte noi.

Laura Cima

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