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DALL’ARREDO URBANO ALL’ARREDO UMANO: PUBLIC DESIGN

Nel 2003 in un libricino che raccontava i primi otto anni di esterni da progettisti di spazi pubblici, nell’articolo intitolato Stato d’allerta, scrivevamo: “… Lontano dagli interni disegnati fin nel più intimo dettaglio, dove si è facile bersaglio di una “cultura” dell’isolamento e del consumismo, ci spingiamo oltre definendo lo spazio pubblico come prima occasione di accrescimento personale e culturale …” .

07saibene43FBesterni è nata riflettendo e agendo sugli spazi pubblici, in controtendenza rispetto ai moderni corsi del design e della progettazione e in opposizione agli interessi particolari imperanti che da oltre venti anni vanno cambiando e “privatizzando” il nostro paesaggio e il nostro immaginario comune. “… Ma la desertificazione del luogo pubblico urbano continua incessantemente; gli interessi privati trasformano gli spazi pubblici in spazi pubblicitari, la comunità in target, la città in una campagna di comunicazione…”.

Oggi, oltre alla tappezzeria dei mega poster pubblicitari a cui i cittadini si accostano ormai piuttosto indifferenti (se non quando il soggetto stuzzica il pudore dei più pudichi), il maggiore ostacolo allo sviluppo dei luoghi di aggregazione e del loro “arredo” è rappresentato in realtà dal poco interesse che la maggior parte delle amministrazioni locali italiane nutre per l’argomento. Vuoi per limiti culturali (per “arredo urbano” ancora oggi si intendono spesso solo semafori, asfalti, lampioni, panchine e poco altro), vuoi per difficoltà economica, i Comuni italiani raramente riescono a far decollare nuovi spazi pubblici o a rivitalizzare quelli storici.

Così oltre a qualche iniziativa preelettorale nelle periferie, oltre agli interventi in regime di emergenza e oltre alle grandi operazioni per consentire il sorgere di centri commerciali, i bilanci comunali difficilmente si occupano dell’argomento. Poi capita che quando si trovano i soldi per mettere mano a una strada, a un marciapiede, a una piazza o a un intero quartiere vengono sempre più a mancare quelle competenze che fino a pochi decenni fa erano considerate un’eccellenza (anche) del nostro paese. Dove sono gli artigiani, gli architetti, i designer, gli scultori, i selciatori, i muratori che un tempo disegnavano sapientemente l’Italia? Oggi nemmeno i tombini riescono più come una volta, figurarsi le piazze. Lo scarto infatti tra le reali esigenze dei cittadini e i progetti degli studi incaricati è sempre più evidente.

Una soluzione c’è. In inglese si chiama public design. Si tratta non solo di una disciplina accademica ma di una pratica urbana che sta dimostrando sempre di più il proprio impatto culturale e economico nelle città di tutto il mondo. È una sorta di movimento informale che interessa e mette insieme diverse discipline e realtà delle più disparate: creativi e agricoltori, designer e assistenti sociali, artisti e ingegneri. È un campo d’azione che interessa anche i comparti economici e il sistema dei media di ogni paese.

Si tratta di progetti di riqualificazione urbana che per loro stessa natura non possono essere pensati come perenni. La loro natura è sperimentale, collaborativa e sostenitiva (non solo sostenibile). Si lavora con risorse ridotte, attraverso materiali economici, oggetti decostruibili e facilmente spostabili. Si lavora con l’aiuto di chi conosce il territorio, di chi lo ama; con persone appassionate di bene pubblico, di spazi e tecnologie al servizio dei cittadini, di cultura di strada, di sociologia, di antropologia … .

Ecco che nascono naturalmente progetti site specific e sperimentali, dunque provvisori, che incontrano i bisogni e i desideri di intere comunità. La loro durata varia di caso in caso, da un giorno a diversi anni, ogni progetto è una storia a parte. Oltre che di spazio pubblico ci si occupa anche di tempo pubblico, ecco perché hanno un valore anche gli eventi di poche ore. Sono progetti partecipati, ma non solo con la pratica dell’ascolto iniziale, quella che pulisce le coscienze; l’ascolto, anzi il dialogo, è una componente indispensabile in ogni piazza, una pratica che segue e modifica costantemente il progetto. È un po’ come quando a casa propria all’improvviso vien voglia di spostare i mobili, fosse anche solo un vaso: si stanno creando nuove forme abitative in sintonia con le nuove esigenze degli abitanti.

Attraverso il public design non si limita l’intervento dei privati, lo si indirizza meglio. Le aziende sono invitate a far parte di tutti i processi progettuali, ma a loro si chiede di investire in uno spazio pubblico non di ricoprirlo con pvc colorati. È una nuova forma di marketing, potremmo chiamarla economia del “common profit“. Nascono così campagne integrate in cui un’azienda si mette al servizio della comunità e dei suoi bisogni, seguendo naturalmente i propri interessi commerciali. Ecco il profitto condiviso.

A Madrid, a Guimarães (Portogallo), a Favara (Agrigento), a Košice (Slovacchia) in questi ultimi anni – e nel prossimo gennaio al Cairo – ci siamo abituati a intervenire in questo modo e nel mondo sono sempre di più i gruppi che agiscono secondo queste logiche. Si dia un’occhiata al blog  publicdesignfestival.tumblr.com .

 

Beniamino Saibene

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