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L’EXPO NON È LA MADONNA PELLEGRINA

Domenica scorsa all’inaugurazione di un piccolo spazio pubblico a Baggio ho sentito parlare di Expo e di arredo urbano dalle autorità milanesi presenti. Lasciamo da parte il secondo argomento, l’arredo urbano, perché se ne parla poco e per questo ArcipelagoMilano ci tornerà sopra: un tema essenziale per la nostra città. Veniamo a Expo: Expo è diventata come la Madonna Pellegrina. Per i più giovani ricordo che la Madonna pellegrina fu un grande evento degli anni 1947 – 1948, una manifestazione religiosa voluta in particolare da Papa Pio XII, che nel nome della Madonna voleva suscitare una ripresa della fede cattolica praticata. Gli storici di sinistra la considerano una reazione della Chiesa di fronte al pericolo comunista, allora forse realistico. Oggi ci crede solo Berlusconi ma fa ancora il suo effetto.

01editoriale36FBLa statua della Madonna fu portata instancabilmente in processione per città e paesi della penisola: quello che si fa ora con l’icona “Expo”, sopratutto in Italia ma anche all’estero dove l’effetto è scarso.

L’icona di Expo è a due facce, come molte di quelle religiose: in lei una ritrae la fame nel mondo, l’altra il sogno della ripresa. La prima si sta inesorabilmente scolorendo e soffre di una deriva verso la gastronomia, passando attraverso la razionalizzazione dell’agricoltura tradizionale con un lasciapassare che copre tutto, quello di un’esposizione che offrirà il meglio nel settore delle comunicazioni, della “navigazione” wi-fi personale negli ambienti chiusi, della e-neweconomy, della realtà virtuale.

Ci eravamo illusi, anzi ci avevano illusi, che si sarebbe parlato del difficile rapporto alimentare tra nord e sud del mondo, delle grandi compagnie commerciali che manipolano i prezzi delle utilities affamando Stati per far profitti, della Cina che compra intere regioni in Africa (nei Paesi dai peggiori regimi) per nutrire il “suo” popolo.

Speravamo che Milano diventasse il centro mondiale della politica di contrasto alla fame nel mondo, speravamo che la nostra città, che tra tutte le italiane è la più sensibile ai problemi dell’umanità con le sue ormai innumerevoli associazioni di volontariato, sotto la bandiera della solidarietà e della sobrietà, potesse diventare un punto di snodo per le politiche alimentari. Temo che non sarà così.

L’altra faccia, quella della ripresa (economica) non manca mai di comparire ovunque si radunino più di una decina di persone e, comunque, quasi indipendentemente dagli argomenti in discussione. L’Expo è assurta al ruolo di salvagente nazionale al quale si aggrappano tutti, ormai anche quelli che si erano opposti a Expo con tutte le loro forze, come la Lega. Expo salverà Milano? La Lombardia? La macroregione del Nord? L’Italia? Funzionerà il salvagente? Ne dubito e ho un timore.

Ne dubito perché il nostro Paese non ha bisogno di attività effimere ma di vere e proprie riforme strutturali; ha bisogno di veder realizzarsi il sogno di una classe politica seria e preparata, di imprenditori capaci di investire e innovare pur sapendo che la competitività giocata sui salari non può durare e che il tempo delle svalutazioni competitive non tornerà più, il sogno di un sindacato che guardi la realtà anche senza fare sconti a nessuno ma nemmeno alle sue corporazioni. Questo sogno non si avvererà certo tra qui e la fine del 2015, quando Expo chiuderà i cancelli.

Ho un timore. Sento parlare di migliaia di posti di lavoro indotti da Expo. Le basi di queste valutazioni onestamente mi sfuggono ma non è un problema mio. Quanti posti resteranno alla fine di Expo? Qualcuno vuol dircelo? Ma questo non è un problema solo mio. Anzi vorrei chiedere a chi fa queste previsioni di parlarci d’ora in avanti del dopo Expo e non solo per il destino delle aree. Vorrei che a rispondere non fossero solo gli economisti, quelli che, come dicono in molti, sono bravissimi a spiegarci cosa è successo. Dopo. Come quando entrano in politica.

Io temo i contraccolpi del dopo. Insomma sulla vicenda Expo è ancora legittimo nutrire dubbi e apprensioni. Per ora la barca va? Sì, finché si scrive “Expo, nutrire il pianeta” e si legge “Expo, tutto fa brodo”.

Luca Beltrami Gadola

 

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