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“ARCHIVIO IMMAGINI”: UN VOLTO ALL’UOMO PERSECUTORE

Ricordo, poiché ahimè ho l’età per dire un antico “mi ricordo”, come funzionavano le foto d’appoggio ai tempi in cui le agenzie venivano battute dalle telescriventi e le pagine in tipografia erano composte a piombo. Si telefonava in archivio e si chiedeva: Ho un pezzo in bocca (cioè su una notizia dell’ultim’ora) sull’incendio di un capannone o su un incidente fra motorini o su un uxoricidio, mi mandi su una foto? E arrivava una foto di repertorio per illustrare il servizio.

09cosi33FBSon trascorsi quarant’anni e ora si costruisce il giornale tutto al computer, si postano video, si dialoga coi lettori nei blog. A fatica si è anche riusciti a modificare il linguaggio, scrivendo la presidente e la ministra, imponendo nuove parole per antichi delitti di genere, come femminicidio; ma le fotografie no, non sono cambiate. Per illustrare la violenza contro una donna l’immagine è (quasi) sempre di una lei giovane, gli abiti scomposti e/o l’ineluttabile calza smagliata mentre, accovacciata per terra, si protegge alzando un braccio ovvero mostrando un viso segnato da lividi.

Ma le tante anziane? Le madri pestate davanti ai figli? La violenza invisibile che annienta le bimbe e i bimbi che subiscono o assistono?

E, soprattutto, perché la foto rappresenta sempre lei e mai lui, il persecutore? Anzi no, in verità una volta l’ho visto, il progetto per un manifesto differente, con in primo piano una faccia maschile contratta dalla rabbia e tutta nel colore del cielo, sormontata dalla scritta “È questo il principe azzurro che cercavi?”. L’aveva pensata un liceale marchigiano, bella ed efficace: non venne mai stampata. Da qui la necessità, anzi l’indispensabilità di una sorta di chiamata alle armi per inventare immagini diverse. Con un concorso, anzi un premio che ha come slogan appunto “Chiamala violenza, non amore“. Perché è l’amore il Grande Alibi Culturale (si scrive amare, si legge possedere) che diventa stereotipo perfetto quando si coniuga con la follia; così la foto del volto femminile con l’occhio nero accompagna il titolo strillato “Raptus della gelosia”.

Per modificare i luoghi comuni molto possono i giornali, come pure la comunicazione e la scuola, ma volendo attenermi a quello che mi compete, l’informazione appunto, su carta e tv e online, devo ammettere che sinora ci è riuscito meglio – “ci” poiché siamo una rete di donne giornaliste raccolte sotto l’acronimo di GiULiA (www.giuliagiornaliste.it) – l’intervento sul linguaggio di cronaca rispetto a quello sulle immagini. E sì che il racconto della sopraffazione violenta sulla donna affonda le radici nella letteratura classica giù giù sino alla drammaturgia greca e dunque parrebbe ben più duro da scalfire di qualche scatto fotografico… A ridosso dello scorso 8 marzo avevamo mandato in scena uno spettacolo eclettico dal significativo titolo “Desdemona e le altre”, in cui da Dante a Verdi al Quartetto Cetra era tutto un ammazzamento di mogli o fidanzate o comunque di signore che non ne volevano più sapere.

Ma Desdemona è stato uno dei tanti lavori, teatrali o di saggistica, usciti sul tema. Mentre le foto… Così, come donne e come giornaliste abbiamo deciso che non bastava più lamentarsene, ma dovevamo chiedere a tutti di contribuire concretamente a una raffigurazione della violenza non di maniera. Attraverso un concorso che non escluda le/i fotografe/i professionisti, ma rivolto a tutti, a tutte le sensibilità e a tutte le età, perché le idee nuove non fioriscono nei recinti.

Sottotraccia al premio Lo Sguardo di Giulia c’è il desiderio d’innescare, nei giovani che si lasceranno coinvolgere, piccoli fuochi di consapevolezza e sperare nel contagio. Oggi i ragazzi, più di qualsiasi generazione precedente, sono bombardati da sollecitazioni d’ogni genere, ma come i loro coetanei di ogni epoca prendono consapevolezza e s’appassionano quando sperimentano e progettano. Insomma, la pratica convince più della grammatica.

Per partecipare al premio Lo Sguardo di Giulia / “Chiamala violenza, non amore” conta non lo strumento (macchina fotografica, minivideo girato anche col cellulare, photoshop, vignetta, collage…), ma la capacità creativa comunque declinata, con passione, ironia, astrazione… L’appello è a raccogliete la sfida in prima persona o diffonderla: c’è tempo sino al prossimo 12 ottobre.

 

Marina Cosi

 

Il bando e la liberatoria li si trova cliccando sul banner con il logo qui accanto sulla colonna destra oppure sul link http://giulia.globalist.it/Detail_News_Display?ID=58423&typeb=0&Lo-Sguardo-di-Giulia-ci-vuole-un-idea-

Le immagini andranno inviate a sguardodigiulia@gmail.com.

Per informazioni: giulia.lombardia@yahoo.it.

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