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COME DIFENDERE IL PROGETTO CITYLIFE DA SE STESSO

Il progetto per il riutilizzo dell’area dell’ex Fiera, nato nel 2003 da un’integrazione all’Accordo di Programma del 1994 per la realizzazione del nuovo polo fieristico sull’area dell’ex raffineria di Rho-Pero, ha fissato le norme di edificabilità e spazi pubblici sul vecchio recinto, rimaste indeterminate nel precedente Accordo. Ciò è avvenuto, tuttavia, in un clima di pesante condizionamento da parte delle aspettative di rendita fondiaria della proprietà Fondazione Fiera, presieduta da Luigi Roth uomo di Cl, nei confronti delle decisioni del Comune.

Infatti, l’invito a presentare proposte da parte degli aspiranti acquirenti fu pubblicato da Fondazione Fiera sui principali giornali economici prima ancora che il Comune fissasse definitivamente gli indici urbanistici proposti da Fiera per garantirsi un introito di 250 milioni di euro, necessari a finire i lavori del polo esterno: edificabilità di 1,15 mq/mq, quasi doppia di tutti gli altri interventi di riuso di aree dismesse previste dal Documento di Inquadramento Urbanistico (DIU) del 2000 e dotazione minima di spazi pubblici realizzati per 16 mq/abitante, molto inferiore sia ai 44 mq/abitante prescritti dalle Norme Tecniche di zona, sia ai 26,5 mq/abitante della Legge Regionale n. 51/75 allora vigente, sia persino ai 18 mq/abitante reintrodotti dalla L.R. n. 12/05 in ossequio a un minimo inderogabile di un decreto ministeriale del 1968.

La differenza tra i 16 mq/abitante realizzati e i 44 prescritti è stata fatta monetizzare dal Comune a circa 300 Euro/mq, nonostante l’area sia poi stata ceduta a CityLife al prezzo record di circa 2000 Euro/mq, cioè il doppio della base d’asta, per un totale di 523 Milioni di euro. Come si vede è un progetto che nasce soffocato dall’avidità delle aspettative redditiere di Fondazione Fiera, cui il Comune di Milano non ha saputo porre un freno a causa degli oscuri e inquietanti intrecci di interessi tra i rappresentanti CL della dirigenza di Fondazione Fiera e quelli delle Giunte Albertini/Lupi e Albertini/Verga prima, e Moratti/Masseroli poi.

A causa di ciò, si è lasciato che Fondazione Fiera scegliesse il progetto legato all’offerta d’acquisto dell’area per lei più conveniente, nonostante la consultazione pubblica tra i cittadini milanesi avesse indicato come più gradito quello elaborato da Renzo Piano per Pirelli RE, che offriva un prezzo solo lievemente inferiore, perché incombeva meno sugli edifici circostanti, mantenendo il verde pubblico assai più compatto rispetto al progetto CityLife che lo sfrangiava per cercare di rimediare a edifici troppo raddensati tra loro.

Anche le controproposte elaborate dai consulenti dell’Associazione Vivi e progetta un’altra Milano andavano in quel senso, concentrando le edificazioni a nord-ovest a ridosso dei rimanenti edifici fieristici di via Scarampo e al centro dell’area e il verde pubblico a ridosso degli edifici preesistenti e circostanti. Dalle Giunte Albertini e Moratti ci si rispose che non si poteva far nulla perché le uniche idee in campo erano quelle di chi aveva pagato di più l’area!

La sentenza del Consiglio di Stato del novembre 2010 ha definitivamente sancito l’impossibilità da parte dei cittadini delle aree circostanti di svolgere un ruolo di surroga nella difesa dell’interesse pubblico generale a fronte dell’inerzia del Comune, in quanto non legittimati a ciò.

È vero, però, che la nuova Amministrazione comunale Pisapia/De Cesaris si è vista trasmettere una convenzione urbanistica di attuazione del progetto CityLife già stipulata nel 2006 e che prevedeva la conclusione dei lavori entro il 2016. Comprensibilmente ciò le inibiva la possibilità di ridiscutere gli aspetti sostanziali del progetto senza il consenso della cordata finanziaria (Generali, RAS, Progestim, Lamaro, ecc.) che ne detiene la proprietà, anche se alcuni aspetti sui criteri di monetizzazione e di calcolo degli oneri urbanizzativi, sollevati dai cittadini nei ricorsi ai tribunali amministrativi con l’opposizione delle amministrazioni comunali dell’epoca, avrebbero potuto essere ripresi dal Comune in procedura di autotutela dei propri interessi.

In questi mesi, tuttavia, la proprietà di CityLife sia a seguito delle intervenute difficoltà del mercato immobiliare, sia anche di inavvedute proprie valutazioni circa l’effettiva domanda potenziale di immobili di lusso nel mercato milanese, ha chiesto all’Amministrazione comunale la proroga della scadenza di ultimazione dei lavori dal 2016 al 2023. Il Comune si accinge a concedere tale proroga senza cambi sostanziali del progetto né nelle quantità edificatorie e nei tagli e tipologie degli alloggi né nella loro distribuzione sull’area, ma solo aumentando i pagamenti monetari a fronte della cancellazione di un’opera pubblica di quasi certa inutilità in un’area così fittamente edificata e inadeguatamente dotata di mezzi pubblici.

L’avviso per la presentazione di osservazioni alla modifica della convenzione è stato pubblicato in maniera burocratica e quasi clandestina da parte del Comune, senza volontà di reale coinvolgimento delle realtà sociali che si erano lungamente confrontate su proposte alternative, tanto che Vivi e progetta un’altra Milano ne ha appreso l’esistenza solo dalla stampa e solo molto a ridosso del termine di scadenza per la presentazione di osservazioni.

Un’affollatissima riunione di cittadini convocati dall’Associazione e tenutasi il 12 giugno scorso presso il liceo Boccioni di piazza Arduino non ha avuto la partecipazione del vicesindaco e assessore all’urbanistica Ada De Cesaris il cui contributo sarebbe stato prezioso tanto più che la vicesindaco ha fatto parte in passato del pool di avvocati che ha patrocinato Vivi e progetta nella prima fase dei ricorsi e quindi conosce bene tutti i difetti e le illegittimità del progetto CityLife.

L’assessore/vicesindaco dovrebbe quindi sapere bene che per rendere minimamente accettabile il progetto Citylife da parte dei cittadini già insediati in Zona e di quelli che vi si insedieranno non basta dilazionarne nel tempo le previsioni di attuazione col rischio di lasciare ulteriormente monco per un lunghissimo periodo di tempo un progetto che occorre innanzitutto difendere dai propri stessi difetti, primi fra tutti l’erronea disposizione dei nuovi edifici troppo a ridosso dei preesistenti, l’eccessiva altezza delle torri che getteranno ombra sugli edifici circostanti per lunghi periodi delle giornate invernali, il frazionamento del verde pubblico che il prolungamento della durata dei cantieri renderà quasi inutilizzabile sino alla loro completa conclusione nel 2023.

Non appaiono credibili le preoccupazioni dell’amministrazione che assume un atteggiamento di resa verso la proprietà paventandone i rischi di fallimento, quando le dimensioni finanziarie dei partecipanti sono tali da prospettarne al più un sostanzioso ridimensionamento degli utili programmati.

Occorre, invece, cogliere l’occasione del richiesto prolungamento dei tempi di attuazione del progetto CityLife per ottenere che ne siano emendati i difetti nelle parti non ancora attuate e in quelle in fase iniziale di attuazione, concentrando le edificazioni e gli spazi pubblici in modo da consentirne un’attuazione indipendente, limitandone gli sviluppi in altezza più spropositati e funzionalizzando a un intervento così denso e pesante i collegamenti viabilistici dal sistema autostradale (tunnel Gattamelata).

L’associazione Vivi e progetta un’altra Milano si è dichiarata pronta come sempre a fornire all’Amministrazione comunale un fattivo supporto affinché il dialogo coi cittadini si riveli proficuo in omaggio al metodo del confronto partecipativo, una nuova prassi che tanto spazio ha avuto nella recente campagna elettorale e che non può essere abbandonata.

 

Sergio Brenna

 

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