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RIFLESSIONI SUL VIGORELLI: UNA FINE CHIAMATA RINASCITA

“Il Vigorelli si presenta come un impianto polifunzionale, in grado di ospitare grandi manifestazioni e, al tempo stesso, idoneo a essere utilizzato in tutto l’arco dell’anno per la pratica sportiva a diversi livelli”. Sembrano le parole usate poche settimane fa nel comunicato stampa che ha annunciato il progetto vincitore del concorso sul Vigorelli, invece risalgono al 1998 e sono tratte da un articolo a commento dei lavori finanziati dal Comune di Milano con 4,5 miliardi di lire dell’epoca e il contributo di 500 milioni da parte della Mapei per il rifacimento della pista. Vennero ristrutturate le tribune, la copertura, gli spogliatoi e realizzato un campo da gioco in terreno sintetico in grado di ospitare più discipline sportive oltre a eventi di vario genere.

Appena quindici anni dopo, in una situazione di drammatiche ristrettezze di bilancio, l’amministrazione comunale ha deciso di investire altri 13 milioni di euro (dalla stima sommaria del vincitore del concorso) in una nuova ristrutturazione, con lo steso identico obiettivo del 1998: creare un impianto polifunzionale. Prima ancora che di un progetto architettonico il Vigorelli avrebbe bisogno di un progetto gestionale, quello che nessuna delle amministrazioni che si sono succedute negli ultimi anni ha saputo mettere a punto. Non una costosa ristrutturazione di un edificio in buone condizioni, ma la sua apertura alla città, a costi infinitamente più bassi. Il restauro della pista in legno non ammonterebbe a più di 500mila euro e la sua gestione potrebbe essere affidata a una o più delle tante associazioni ciclistiche locali, come avviene in molti velodromi in Italia e in Europa.

È inspiegabile come, in un’epoca di autentico “rinascimento ciclistico” come quella che stiamo vivendo, nella quale un ruolo centrale è svolto dalle bici a scatto fisso (cioè da pista) l’unica disciplina penalizzata dal nuovo progetto sia proprio il ciclismo. E tutto questo lo si fa cancellando un pezzo di storia, la pista più famosa al mondo, la cui memoria viene “risarcita” da un inutile museo di 200 mq. Il Vigorelli sta al ciclismo come San Siro al calcio. Cosa si direbbe se il comune proponesse la demolizione di San Siro per ospitare altri sport?

Cosa guadagna Milano dalla creazione di un nuovo campo da rugby, peraltro inutilizzabile perché su terreno sintetico? Per la palla ovale esistono altri campi in erba, come il Giuriati o il Saini. Nessuna pista permanente rimarrebbe invece per il ciclismo, che così sarebbe cacciato dal suo “tempio” e dalla sua storica capitale. Il progetto vincitore definisce chiaramente il Vigorelli “ex-velodromo”. Poi l’amministrazione comunale ha venduto alla stampa l’idea della pista smontabile (di cui non c’è traccia nelle tavole di concorso) riservata a pochi grandi eventi o presunti tali: un oggetto costoso e inutile, visto che la pista esiste già.

La vera sfida sarebbe invece l’apertura quotidiana della pista storica a sportivi, amatori e ai giovani, la realizzazione di un vero e autentico velodromo popolare, che potrebbe tranquillamente convivere con il Football americano, il calcio, i concerti, l’uso a fini commerciali degli spazi sotto le gradinate. Conservare la pista non è un atto di nostalgia, ma uno sguardo al futuro.

Purtroppo oggi non si può parlare di rinascita del Vigorelli, ma solo della sua fine. Il velodromo è riuscito a sopravvivere ai bombardamenti della guerra e alla nevicata del 1985, ma non alla mancanza di idee di una giunta che si nasconde dietro il paravento della “sostenibilità economica”.

La leggendaria pista di Coppi, Maspes, Anquetil, Merckx, Moser, conosciuta e amata in tutto il mondo, lascerà il posto ad appassionanti prove di “dog agility” e “horse riding”, diventando un anonimo edificio contenitore. Come scriveva lunedì 27 maggio il Corriere della Sera in un articolo a commento della fine del Giro d’Italia: “nelle nazioni più evolute (Gran Bretagna, Australia…) le metropoli sono il principale vivaio grazie alle loro scuole di ciclismo su pista. Ma mentre a Londra ci sono tre velodromi e a Melbourne cinque, da noi l’ultimo anello metropolitano (quello bellissimo, di Roma) è stato demolito cinque anni fa”.

In realtà l’ultimo anello metropolitano in Italia è proprio il Vigorelli, che con una spesa modesta può essere riaperto al ciclismo. Davvero l’amministrazione milanese vuole cancellare un pezzo di storia che può dare così tanto al futuro di questa città?

 

Romolo Buni

 

 

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