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PORTELLO: ARCHITETTI CHE GETTANO IL CUORE (DEGLI ALTRI) OLTRE L’OSTACOLO

In questi ponti primaverili piovosi le uniche uscite praticabili salvo eroismi sono quelle del genere mordi e fuggi. Il 25 aprile uno squarcio di cielo azzurro ha riacceso la voglia di passeggiare anche dentro certi spazi improbabili come i cosiddetti ambiti di riqualificazione urbana.

Milano in questo campo è da sempre all’avanguardia (sia il campo della voglia di passeggiare che quello della riqualificazione urbana) sin da quando si iniziava a squarciare idealmente il velo grigio di muraglie, ciminiere, raccordi ferroviari e stradoni a cul-de-sac dismessi da lustri. Gli anni in cui Gabriele Basilico immortalava, nel suo museo fotografico in tempo reale, la vera natura di monumento alla storia sociale, di quei capannoni ancora incombenti, ma già consegnati al passato. Era diffusa la voglia di varcare quelle soglie ideali di grandi isolati, oltre le erbacce e la cosiddetta “nostalgia delle ciminiere”.

Poi ci fu la stagione di Mani Pulite a rallentare le trasformazioni urbanistiche, rendendo evidente come i fascinosi rendering spesso servissero a nascondere miserie, dietro a promesse di futuri scintillanti. Alla fine però qualcuno dei progettoni pubblico-privati inizia a prendere forma e spalanca i propri spazi ai cittadini, un po’ come quelle tenute nobiliari di cui a fine ‘700 crollavano i cancelli arrugginiti, lasciando finalmente scoprire l’idea di parco urbano a chi soffocava nei quartieri storici. All’ex Alfa al Portello, per esempio, dove col sole della giornata di festa si è precipitata una piccola folla, tra il curioso e discutibile parco a spirale ascendente, e la cosiddetta “piazza”. Ovvero il centro commerciale all’aperto, che per l’occasione vedeva attivissimi i chioschi di gelato, come davanti ai classici sagrati italiani della tradizione, salvo lo sfondo di ipermercato, marchi e insegne globalizzati.

Piazza Portello può fungere da portale di ingresso nell’universo della riqualificazione sperimentato direttamente. Se si va un pochino oltre quella piccolo spazio semi pubblico, si inizia a capire meglio il senso di un automobile – oriented – development. L’area del Portello è infatti ritagliata fra le arterie che comunicano con la rete delle Tangenziali. Oltre i soliti eterni new jersey, una specie di condotto da animali al macello, il paesaggio si presenta eloquente: ricorda un’area di sosta autostradale, più che una vera e propria parte di città.. Un albergo, un fast-food, poi la barriera invalicabile (più efficace di qualunque recinzione) delle corsie di accesso agli svincoli. Solo in cima al curioso parco a spirale, stile della Torre di Babele, si intuisce il contesto, come la zona a parco Monte Stella, di cui la spirale vorrebbe essere una citazione.

L’altra fetta della riqualificazione, più vistosa con edifici a destinazione terziaria, sta oltre il tracciato della sopraelevata, e ci si arriva a piedi con un percorso acciaccato, rasente il controviale per auto. Da qui si vede la nuova passerella che scavalca le otto corsie verso la collinetta del parco. La vecchia fabbrica Alfa Romeo aveva un proprio sistema di collegamento tra un lato e l’altro della sopraelevata. Oggi a svolgere il ruolo c’è il ponte pedonale, elegante e gradevole. Ma il quartiere è diviso in due. Si può sgattaiolare da un lato all’altro, dove la sopraelevata lo consente, ma unico trait-d’union resta la passerella, come all’Autogrill.

L’asse Serra-Monte Ceneri, in un’altra prospettiva, non è affatto una barriera, ma elemento di unione fra città e Tangenziali, da e verso l’anello delle circonvallazioni, o i raccordi autostradali vicinissimi. Di recente sono comparsi dei disegni che, citando la High-Line di Manhattan, ipotizzano una ricucitura delle due porzioni terziaria e residenziale e a parco, con la sopraelevata a boulevard e verde urbano. A New York l’hanno fatto, perché non anche qui? Una sciocchezza.

Si badi: non una sciocchezza in sé. Qui manca la contestualizzazione. Perché tutto il piano di riqualificazione ha una sua coerenza, che pare ahimè uscita dal tavolo da disegno di un architetto che domenica ha guardato in prima visione Il Sorpasso di Dino Risi. Se si eccettuano le forme architettoniche, siamo ancora dei cantori modernisti della velocità, dei grandi distretti intersecati da expressways. Ma tutta la città è saldamente organizzata in quel modo: che dire a chi è diretto verso gli svincoli A4-A8 di Certosa, o dopo aver pagato il pedaggio alla barriera, si immette nella viabilità ordinaria? Gli diciamo la prossima volta prendete il treno?

Glielo potremmo dire se ci fosse un ottimo sistema di collegamenti pubblici, e se quel tipo di accessibilità si adattasse al quartiere, coi suoi volumi e funzioni e flussi in entrata e uscita. Il percorso inverso, ovvero prima convertire a passeggio la sopraelevata, magari va bene se giochiamo a Sim City, per divertirsi un po’ tra amici. Prima di dire facciamo anche noi la High-Line, sarebbe meglio capire cos’è esattamente. Guardare solo le figure non basta.

 

Fabrizio Bottini

 

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