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(MILANO) CITTÀ BELLA O CITTÀ GIUSTA?

Da anni, a Milano, non si assisteva a un bel dibattito realmente “disciplinare” sull’urbanistica, sulle regole della pianificazione, sul disegno della città; e anche se non se ne condividono le tesi, non si può negare a Marco Romano il merito di aver messo intorno allo stesso tavolo – grazie al suo nuovo libro “Liberi di costruire” (Bollati Boringhieri, 170 pagine, 15 euro) – animati dallo spirito giusto di un civile confronto di idee, Ada Lucia De Cesaris, Alberto Ferruzzi e Salvatore Veca (la Vicesindaco avvocato che si “sente” urbanista, l’architetto paesaggista già Presidente milanese di Italia Nostra, e il famoso professore filosofo) per farli dialogare concretamente sul senso e sul fascino della città europea, sul passato e il futuro del suo territorio urbano e periurbano.

Il libro di Romano è sorprendente (molti lo hanno definito anche provocatorio, ma lui nega questo intento e rammenta che più che valutazioni di merito le sue sono constatazioni storiche); la pianificazione della città, sostiene, è una imposizione illiberale con la quale lo Stato, la Regione, il Comune – con leggi, regolamenti, commissioni urbanistiche ed edilizie – conculcano la libertà dei cittadini di costruire come e dove loro pare e piace. Uniche imposizioni accettabili sono quelle necessarie a promuovere la bellezza della città, partendo dal presupposto che non vi è bellezza senza la totale libertà di esprimerla.

Anche sul territorio non ancora urbanizzato Romano chiede che ciascuno abbia la libertà di farsi la propria casa – anche quella di vacanza, di campagna, al mare o ai monti – dove vuole o il proprio capannone dove serve; lo spazio c’è, dice, e serve proprio per soddisfare le legittime aspettative di chi ha bisogno di evadere dalla città o di chi deve avviare o ampliare una qualche attività.

Pierluigi Panza, molto moderato oltre che ottimo moderatore, con molto garbo e senza allontanarsi troppo da una prudente equidistanza, è riuscito a provocare un dibattito appassionato da parte del pubblico della sala Buzzati al Corriere della Sera. Il quale Corriere peraltro – con un elzeviro di Pierluigi Battista del 9 aprile scorso – si era già espresso in modo molto preciso in appoggio alle tesi del libro, scrivendo “Ecco perché appare urgente un radicale cambiamento di approccio alle cose dell’urbanistica, dell’architettura e persino alla gestione dei beni culturali e paesaggistici. Ripudiando il modello antidemocratico degli “esperti” onniscienti che decidono su tutto e per conto di tutti, e restituendo il gusto della democrazia negli stili e nei gusti. Con la libertà della civitas che non venga più compressa e con uno Stato che rispetti i suoi limiti e smetta di considerarsi un Leviatano“. Ma girando per l’Italia, e osservandone l’estesa e disordinata urbanizzazione, colpisce di più la tetra imposizione della legge o piuttosto la ben nota e orrida anarchia “degli stili e dei gusti” insieme all’efferata speculazione sui terreni? I vituperati quartieri periferici e lo scempio delle coste sono figli della pianificazione o piuttosto della assenza di piano (leggi abusivismo ma anche varianti “ad personam“)?

Mentre Salvatore Veca – rammaricandosi per la dolorosa assenza di Guido Martinotti “che avrebbe certamente detto parole sagge” sull’argomento – ritiene che l’aspirazione del cittadino debba essere orientata più verso la città “giusta” che verso quella “bella”, e mentre Alberto Ferruzzi invoca nuove regole che dando e togliendo premi volumetrici promuovano, soprattutto nelle aree dismesse, il verde in città (quel verde al quale Marco Romano – evocando la storia dell’urbs – non sembra molto incline), la nostra Vicesindaco riporta tutti con i piedi per terra ammonendo urbanisti e architetti a non sentirsi sempre in guerra con qualche nemico (la speculazione, la proprietà, la burocrazia, la politica, la committenza poco illuminata, ecc.) ma a riappacificarsi con il mondo e cercare una sintesi fra tutte le forze in gioco sul territorio: forse in una atmosfera pacificata, dice, si può anche ricominciare a “disegnare” la città, e magari anche occuparsi della sua bellezza.

Su un punto Ada Lucia De Cesaris è stata particolarmente ferma: non si può accettare che esista la città dei ricchi e quella dei poveri, la città di chi può costruirsi la propria casa (godendo della libertà invocata nel libro) e quella di chi deve accontentarsi di ciò che offre “il mercato” subendo altre regole, forse peggiori. L’urbanistica ha anche e soprattutto il compito di distribuire equamente le opportunità che vengono offerte dalla città che – ricorda la Vicesindaco – è per antonomasia un bene comune.

Una saggia considerazione Panza ha strappato anche a Michele Salvati, venuto ad ascoltare: il problema, dice l’economista, non è “regole sì” o “regole no”, ma piuttosto quello di regole giuste o sbagliate, di regole inutilmente vessatorie o realmente necessarie.

Tornando a “Liberi di costruire” è difficile accettare l’idea che in un mondo affollato come il nostro, intasato di edifici, opifici, strade, autostrade, ferrovie e via dicendo, si possa deregolamentare l’edilizia e restituire ai cittadini la libertà di costruire come e dove vogliono la o le loro residenze; non siamo più d’accordo nel ritenere che il bene pubblico debba comunque e sempre prevalere su quello privato, e che le discipline dell’urbanistica e dell’architettura debbano servire proprio a evitare la prevaricazione del privato sul pubblico?

Ha ragione Marco Romano nel sostenere che è dannoso definire la destinazione d’uso di ogni immobile o imporre obsoleti standard di ogni genere e tipo, ma l’urbanistica non può ridursi ad allineare gli edifici lungo i boulevard e disegnare le square, come suggerisce nel suo libro; deve anche prevedere scuole e presidi ospedalieri, mezzi di trasporto collettivo e parcheggi pubblici e privati, dislocare i distributori di carburante dove non creano problemi e favorire la presenza dei negozi di prima necessità dove essi servono. È dalla sintesi di questo coacervo di esigenze che nasce il disegno della città “giusta”; che poi sia anche “bella” dipende dalla cultura generale e diffusa nel paese, soprattutto quella degli urbanisti e degli architetti, cioè proprio di coloro che Marco Romano per tanti anni ha contribuito a formare all’Università.

 

Paolo Viola

 

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