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GRILLO E LA POLITICA A KM ZERO

Non c’è santi, la situazione è quella che è: azzardare ipotesi sul futuro ormai vuol dire solo cercare di dar forma alle proprie speranze. Autorevoli commentatori, da Scalfari a De Bortoli, non fanno altro che rimestare nel pentolone del loro scontento senza nemmeno domandarsi se forse siamo dove siamo anche per qualche loro editoriale più di pancia che di testa. La vera difficoltà è quella di trovare un accordo che non consenta a Grillo di ricapitalizzare il voto a ogni mossa dei suoi avversari. Non è facile. Grillo mi ricorda un personaggio della mia ormai lontana gioventù: l’amico campione di flipper. La sua pallina non andava mai in buca e tutte le volte che colpiva un funghetto il totalizzatore saliva vorticosamente. Quanto tempo ci vorrà perché la pallina di Grillo vada in buca? Nel frattempo si avvererà la sua profezia sulle disastrose condizioni della nostra finanza? Nessuno gli ha ancora risposto e questo mi preoccupa.
Il terrore serpeggia e anche le persone più pacate si domandano: dove andremo a finire? L’unica cosa che dovrebbe far riflettere Grillo è il favore di cui gode ormai presso la grande finanza internazionale: il suo tsunami li fa sperare in una crisi dell’euro e in una pacchia per i loro speculatori. Chissà se il vecchio proverbio di tagliarsi i c … per far dispetto alla moglie circola ancora?
Ma veniamo agli affari di casa nostra: la Regione Lombardia. Leggo un’affermazione che non mi convince ma che so piacere a molti: la Lombardia e la sua borghesia non saranno mai di sinistra ma geneticamente di destra. Il voto dice altro: il fatto che nelle città capoluogo Umberto Ambrosoli abbia vinto con percentuali poco differenti tra centro e periferia mi fa pensare altrimenti. Ha dunque anche torto Maroni quando dice che Ambrosoli era il rappresentante di una borghesia “fighettina”. Une dalle ragioni del mancato successo della sinistra sta nella vecchia separazione tra città e contado – tanto per usare un’insostituibile parola che oggi definisce le aree antropizzate non urbane – separazione culturale ma non per una cultura inferiore ma una cultura diversa frutto di saperi diversi, una cultura espressione di bisogni che la città e la sua sinistra non conosce fino in fondo.
Ma su tutte le ragioni quella che mi convince di più è che la sinistra non ha colto, o se l’ha colto non ha saputo cosa fare, che anche la politica si dovesse avviare, e per alcuni si era già avviata, verso il “chilometro zero”: per vincere bisogna accorciare le distanze tra eletti ed elettori, dovunque essi siano ma soprattutto se sono nel “contado”. La Lega del primo Bossi – l’animale politico – e Maroni lo sapevano istintivamente, come sanno quali siano le corde da toccare, quelle più profonde dell’egoismo e quelle dell’interesse economico immediato (IMU e quote latte tanto per fare due esempi). Ma la Lega ha anche potuto contare sull’attivismo non solo dei suoi più accesi militanti ma anche dei suoi semplici elettori nei quali ha saputo instillare il complesso dell’assediato e dello sfruttato: ognuno di loro la sera al bar o con gli amici si trasformava in propagandista.
Chissà se qualcuno si ricorda ancora dei “compagni” che vendevano l’Unità la domenica nei paesi? Io non sono mai stato comunista ma me li ricordo. Chi li ha sostituiti? Internet? I media?  Grillo ha fatto il suo di chilometro zero, quello che si fa in Internet con i blog, con Twitter, con Facebook. Ma è anche andato nelle piazze, uno dei luoghi meno virtuali a riconciliare il virtuale col reale. La sinistra non ha fatto nulla di tutto questo. Eccoci allora destinati all’opposizione ma anche questa bisogna saperla fare, cosa non facile: si tratta di predisporsi ad andare al governo accumulando esperienza e capacità organizzative e non lasciandosi sedurre dal consociativismo e nemmeno giocare solo di rimessa.
Non lo si è fatto, o lo si è fatto troppo poco: abbiamo perso per una corta incollatura.

Luca Beltrami Gadola

 

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