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PERCHÉ I VERDI CONTANO POCO IN ITALIA

Dalla prima pagina del Corriere della sera il 10 gennaio Aldo Cazzullo titola: “La scomparsa degli ecologisti”. In Germania contano, in Francia pure, negli USA non parliamone… e qui scompare, non solo la rappresentanza, scrive l’editorialista, ma addirittura scompaiono i temi dall’agenda politica! Quasi a replicare, su Repubblica del 29 gennaio Gianni Valentini titola “Nasce il cartello verde”. Sette associazioni (WWF, Legambiente, Greenpeace, FAI, Pro Natura, Touring Club e Club Alpino Italiano) hanno redatto insieme una “Agenda Ambientalista” in 12 punti da sottoporre a tutte le forze politiche. L’iniziativa è meritoria ed è giusto (proprio ora che il buio della “crisi” fa vedere “nere” tutte le vacche…) ciò che dicono le associazioni che “non c’è un tempo per l’economia e un altro per l’ambiente: appartengono entrambe alla stessa dimensione sociale”.

Purtroppo anche il tempo della politica non è disgiunto dai due tempi citati… e in questo campo “i verdi” italiani hanno perso molto terreno. Parlarne per me è doloroso, perché riapre alla memoria vecchie ferite personali sulle quali in questi anni ho preferito il silenzio. Ho dedicato una decina di anni alla creazione di una forza politica verde autonoma. Dal 1984 (anno dell’incubazione delle “liste verdi”) al primo risultato elettorale (1985 elezione a Palazzo Marino), alla Fondazione della Federazione dei Verdi (Finale Ligure 16/11/86), all’esperienza di governo a Milano (giunta rosso-verde dicembre ’87 – luglio ’90), alla defenestrazione da parte del mio stesso partito (elezioni ’90), al ruolo di minoranza fino al 1995 quando ho deciso di prendermi un periodo “sabbatico” di distanza dalla politica che è durato fino al 2005 quando con qualche amico abbiamo fondato “la fabbrichetta”.

Il disastro in politica dei Verdi italiani si deve a loro stessi e ha un nome principale: l’incapacità di produrre un pensiero, un’azione politica e un ceto dirigente autonomo. Sin dalle origini la battaglia nel movimento era tra filoni “prepolitici” (protezionisti della natura, animalisti, pacifisti, boyscout, ecc.) e reduci da esperienze di sinistra extraparlamentare “rivoluzionaria” che vedevano nell’ecologismo la forma nuova della sinistra.

All’inizio però fu facile “copiare” il modello tedesco che aveva avuto successo. (burg initiativ). Una serie di eventi nazionali (metanolo, farmoplant, …) e internazionali (Chernobyl) allargano il consenso di un movimento che sembra anticipare la caduta del muro di Berlino (né di destra, né di sinistra diceva Langer) e con il suo 2,5% alle politiche del 1987 sembra l’unica forza nuova in un sistema bloccato da quaranta anni.

Il massimo del risultato si ottiene alle Europee dell”89 dove i Verdi hanno il 3,8% a cui va aggiunto un 2,4% dei Verdi arcobaleno (costituiti a maggio ’89 per partecipare al voto a giugno!!!) che goderono di ampi sostegni televisivi e furono aiutati dal sistema dei partiti (DC, PRI, PSI, PCI) nella speranza di danneggiare il consenso crescente ai verdi (vedete? sono già divisi!). Saranno 1.316.723 i voti dei Verdi e 830.980 quelli degli Arcobaleno: più di 2 milioni di voti, un risultato mai più raggiunto perchè poi si stazionerà sul milione di voti fino alla debacle delle Europee del ’99 (548.987).

In realtà la decisione di un ceto politico gauchiste di cavalcare il movimento verde (Capanna, Ronchi e l’allora radicale Rutelli consideravano i verdi dei naif da prendere in mano e condurre) andrà a saldarsi con un’ampia schiera di dirigenti verdi (Mattioli e Scalia per esempio) che da sempre consideravano l’ecologismo una variante moderna del marxismo e comunque non intendevano mai disturbare il “manovratore” (che allora era Occhetto, con i luogotenenti Veltroni e D’Alema).

Ma la vera eclissi dei verdi (da tutti i verdi stessi rimossa) è il 3 giugno 1990. In quella data tre referendum su pesticidi e caccia pur avendo il 92% di voti favorevoli non raggiungono il quorum dei votanti fermandosi al 43%. È la prima volta nella storia italiana. La presunzione dei Verdi di “andare a vincere da soli” li porta a una sconfitta epocale di cui non discutono nemmeno. Totale incapacità di fare alleanze sociali e politiche, dimostrazione pratica di impotenza e inefficacia.

A questo punto è inevitabile la scelta organizzativa dell’unificazione dei Verdi (Sole che Ride con Arcobaleno) e la nascita di un ennesimo partitino di sinistra che abbandona le pur tenui impronte federaliste delle origini. È il 9/12/90 a Castrocaro.

Poi c’è stato Ripa di Meana (’93 – ’96), Luigi Manconi (’96 – ’99), Grazia Francescato (’99 – 2001) poi Pecoraro Scanio (2001 – 2008) ma soprattutto c’è stato il sistema maggioritario e bipolare che non richiedeva più ai verdi di fare molti sforzi: qualche posto di deputato e senatore era sempre garantito facendo il cespuglio sotto la quercia….

Se non c’è autonomia politica, se non c’è cultura politica, se non c’è visione non è possibile né raccogliere il consenso, né incidere. La strada dei verdi potrebbe ripartire da qui: da una costituente che metta la natura e la bellezza al centro della valutazione della qualità di vita. Questo paese che è primo al mondo per patrimonio culturale e paesaggistico deve valorizzare questa risorsa che è anche economica.

La green economy è un fatto reale, ma ha bisogno della determinazione e della volontà che possono nascere solo da una corrente “calda” culturale. Se non cresce una sensibilità personale e sociale a dare “del tu” alla vita della natura oltre che delle persone, sarà difficile trovare le energie per uno sviluppo giusto e sostenibile.

Rilanciamo, anche con parole nuove, il primato di una visione postmaterialista e non antropocentrica: abbiamo tanti esempi e tanti maestri, la politica seguirà.

 

Pier Vito Antoniazzi

 

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