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PROGETTO DARSENA: COME SARÀ IL PORTO DEI MILANESI

Nelle ultime settimane sui giornali e nei social network il dibattito sulla Darsena, sugli imminenti lavori di restauro del bacino, sulla possibilità di salvarne l’oasi o di ripulire l’intera area sradicando alberi e piante, è stato molto acceso: un segnale importante, al di là dei contenuti, di come i Milanesi siano determinati a intervenire attivamente nelle decisioni sul futuro di quello che sanno essere la loro città.

La Darsena, storico monumento e antico porto cittadino, luogo d’arrivo dei grandi barconi che nel passato trasportavano sale e granaglie, pietre e sabbia, derrate alimentari e bestiame, è rimasta per anni in secca: prima oggetto di scavi per un parcheggio che (fortunatamente) non si sarebbe mai fatto, poi abbandonata a se stessa. Così un luogo bello e prezioso, e caro a tutti noi, si è trasformato in una sorta di discarica, regno di immondizia e di imperdonabile incuria.

La natura, invece, in questi anni non ha abbandonato la Darsena, anzi: in qualche modo, quasi avesse voluto sostituirsi al colpevole disinteresse dell’uomo, se ne è appropriata e ha fatto sì che lì si sviluppasse lo stesso ecosistema che abita le rive dei fiumi e dei canali della Lombardia. All’occhio attento di chi sia in grado di vedere oltre a un’apparenza fatta di cespugli informi e di alberi cresciuti disordinatamente, si svela un’oasi rigogliosa che è stata colonizzata da decine di specie di animali. E non solo dalle pantegane (che, come ben sappiamo, abitano le rive dei Navigli, ma anche il sottosuolo, le strade e i parchi della città).

Sul destino dell’oasi della Darsena si sono spese molte parole, molte polemiche, molte discussioni, molti articoli di giornali; e molto impegno da parte di chi avrebbe voluto vederla salvata. Si sono dette cose vere e altre meno vere. Vi sono state posizioni intransigenti e altre più possibiliste.

Da venerdì sera, dopo l’incontro pubblico organizzato dal Comune, sappiamo che l’oasi non sarà mantenuta: e che, se anche vi fosse stata la possibilità di prevedere una variante in corso d’opera del progetto esecutivo del ripristino della darsena o uno stralcio dell’area interessata dall’oasi, tale possibilità è stata scartata nel timore (forse giustificato, ma forse non fondato) di incorrere in ritardi insostenibili rispetto a una data di consegna che non permette deroghe: quella dell’inizio di EXPO 2015.

Questa scelta dell’Amministrazione ha, come sempre accade, provocato soddisfazione da un lato e scontento dall’altro. Soddisfazione in chi crede che la Darsena debba essere riportata al suo aspetto originario, lapideo, senza interferenze che ne possano compromettere l’immagine portuale e monumentale, e che questo debba essere fatto subito, senza varianti e modifiche che si teme possano fonte di ritardi nei lavori. Scontento in chi pensa che i luoghi della città, anche quelli monumentali, possano (e debbano in taluni casi) essere oggetto di metamorfosi e di trasformazione; in chi ha visto in quella piccola area verde il simbolo del tema di EXPO 2015, ossia l’esempio di quelle foreste planiziali che rappresentano la natura da salvaguardare nelle nostre pianure; in chi crede che Milano dovrebbe essere oggetto di un nuovo modo di concepire il paesaggio urbano, il verde pubblico, gli spazi comuni.

Ma la battaglia per l’oasi della darsena, sia pure perduta, non sarà stata vana se in futuro noi amministratori faremo nostro il profondo significato di espressioni quali salvaguardia dell’ambiente, cultura del paesaggio, città sostenibile; e inizieremo a tenere in maggior conto le istanze, i suggerimenti, le sollecitazioni dei cittadini: che spesso hanno del territorio una percezione utile a pragmatica, che molto sarebbe d’aiuto a chi si trova a decidere scelte urbanistiche o ambientali.

Un primo e positivo passo in questa direzione è stato proprio l’incontro pubblico indetto dal Comune venerdì scorso alla Ex Fornace (e futuro luogo di cultura del quartiere) sulla Ripa del Naviglio Pavese: erano presenti oltre all’Assessore De Cesaris, a Gianni Cofalonieri, a Gabriele Rabaiotti, all’architetto Rossi dello Studio Bodin, il presidente dei Consiglio di Zona 1, alcuni consiglieri comunali e di Zona, funzionari del Comune, e moltissimi cittadini.

Nonostante il freddo intenso (l’edificio, dove sono da poco finiti i lavori di ristrutturazione, non ha ancora il riscaldamento), tutti hanno assistito al lungo dibattito (l’incontro si è concluso oltre la mezzanotte) che, dopo la presentazione del progetto della Darsena da parte dell’architetto Rossi, è stato acceso e certamente fecondo di idee, di proposte, di critiche (sempre però costruttive).

Il progetto con cui si riconsegnerà la darsena ai Milanesi, frutto di anni di modifiche perlopiù dettate dalla progressiva riduzione dei fondi disponibili, avrebbe potuto essere migliore ma, come è stato detto, quando si salta su un cavallo in corsa, se il cavallo è zoppo, zoppo rimane. Forse qualche piccola cosa si sarebbe potuta tentare; forse la presentazione del progetto ai cittadini avrebbe potuto essere fatta prima, quando ancora qualche margine d’intervento sarebbe stata possibile. Ma il tempo, in questo caso, è stato nemico.

Resta il fatto che entro due anni (ma come mai ci vorranno due anni per un cantiere che non sembra presentare difficoltà tecniche insormontabili? Su questo, e sulla durata dei cantieri in generale, varrebbe la pena di farsi qualche domanda e di cercare qualche soluzione) la Darsena sarà riconsegnata ai milanesi, riempita dall’acqua e resa navigabile per piccole e medie imbarcazioni.

Ma resta anche, sacrosanto, il desiderio dei cittadini di essere più ascoltati, in tempi utili, con modalità efficaci: in questo modo l’Amministrazione potrà prendere in considerazione proposte e suggerimenti, richieste e progetti che non sono quasi mai frutto di prese di posizione intransigenti, ma che potranno portare a un modo migliore di concepire la nostra città: nel quale la partecipazione attiva dei cittadini non sia solo una parola vana.

 

Elena Grandi

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