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IL PROBLEMA DI MILANO NON È BOERI

L’annuncio di Sefano Boeri di volersi candidare alle primarie per la segreteria del Pd ha dato il via a uno dei minitormentoni milanesi che non fanno onore né alla classe politica locale né, bisogna dirlo, nemmeno alla stampa, soprattutto quella di opposizione. La cosa stravagante è che, prima ancora di domandarsi quali fossero le ragioni personali di Boeri a volerlo fare, tutti si sono buttati a discettare se ne avesse il diritto o la possibilità o se non incappasse in una qualche sorta di conflitto di interessi, visto il suo ruolo di assessore alla cultura.

Non uno che si sia domandato se ne avesse le capacità o quali fossero le sue possibilità di successo e nemmeno quale fosse il progetto politico dietro questa candidatura, di là dallo slogan che spesso Boeri ripete di non volere una politica vecchia e un partito dove le decisioni sono prese a Roma, da pochi e, soprattutto, comunicate con regale flemma agli elettori potenziali e agli iscritti. Vedi la questione delle primarie.

A ruota vengono i dietrologi: il meglio di quello che ho sentito sarebbe l’esistenza di una manovra dell’accoppiata Bersani – Boeri (il vecchio e il nuovo insieme – visto che già il primo sostenne la candidatura del secondo alle primarie per il candidato sindaco milanese) per intralciare il cammino a Renzi ma forse anche a Civati se quest’ultimo decidesse pure lui di scendere in campo. Per farla breve: mettere in competizione candidati giovani e dissidenti rispetto alla casta: candidati che pescherebbero nello stesso bacino elettorale dividendolo e lasciando sgombro il terreno ai vecchi leoni della nomenclatura. Tutto è possibile in questo Paese ricco di epigoni del Machiavelli ma povero di idee, soprattutto di idee che abbiano a che fare con la politica.

Comunque, dicevamo, per Milano il problema non è Boeri ma quello che sta succedendo nella nostra città, e soprattutto quello che succederà quando le manovre di Mario Monti avranno sortito tutti i loro drammatici effetti. Fin da ora dunque vale la pena di porre a tutti e non solo a Stefano Boeri, la domanda cruciale: “fare di più con meno” – il tema della serata di giovedì scorso organizzata dallo stesso Boeri – è un bellissimo slogan, ma come fare? Che cosa fare praticamente, uscendo dalle semplici formulazioni di principio? Nella serata si sono ripetute molte cose già note, dal risparmio energetico sulle scelte alimentari dei Paesi sviluppati all’inutile inseguimento di modelli di “crescita” a tutti i costi, allo spreco puro di alimenti che finiscono nella catena dello smaltimento di rifiuti urbani e come sempre: “evviva il chilometro zero”.

Ma qui, a breve, ci dovremo confrontare con un problema vero: la revisione della spesa fatta in termini di riduzione di salari e stipendi di tutta la pubblica amministrazione locale, che rappresenta pur sempre più del 60% del bilancio comunale ma che riguarda anche tutte le società partecipate, possedute o controllate. Tanto per capirci parliamo di posti di lavoro. Che cosa facciamo? Per il momento si ha l’impressione che i tagli fatti siano i meno dolorosi, come dire si è tagliato dove le difese sindacali o corporative erano meno forti. E adesso? Tagliamo altri posti di lavoro? Affondiamo il coltello della macelleria sociale? Ma non c’è anche una “seconda via”? Se il fare con meno vuol dire alla fin dei conti con meno gente, non possiamo pensare invece a fare di più con la stessa gente? Ve lo ricordate il vecchio adagio “lavorare meno lavorare tutti”? E se lo ribaltassimo in “lavorare di più per lavorare tutti?”.

Possiamo sperare una volta in vita di poterci guardare tutti negli occhi e chiederci reciprocamente se stiamo dando il meglio di noi stessi? Possiamo guardarci negli occhi anche con chi sta nel ventre della vacca e chiedergli di dare anche lui una mano, magari due? Possiamo pensare che chi è più tutelato dia più di sé? Possiamo sperare che il sindacato per difendere chi se lo merita smetta di difendere tutti? Possiamo pensare che ci sia qualcuno che faccia un passo indietro senza far tragedie? (anche in politica). Possiamo sperare che qualcuno si occupi di riorganizzare la macchina amministrativa ridando a ciascuno un suo ruolo ma anche emarginando chi proprio non vuol dare nulla di sé? Possiamo sperare che i cittadini di questo benedetto Paese ritrovino la voglia di fare senza tanto guardare a quel che fanno o non fanno gli altri, ovviamente i peggiori?

Se non fosse un tormentone di Letizia Moratti – e dei suoi stupidi cortigiani – che ne parlava a ogni inaugurazione e per finire a proposito dell’Expo, se quello che ho detto si avverasse, parlerei anch’io di “nuovo rinascimento”. Facendo le corna.

Luca Beltrami Gadola

 

 

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