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NOTE A MARGINE DI UN INCONTRO ALL’URBAN CENTER

Giusto cinquant’anni fa, tra il ’62 e il ’63, mentre nello studio De Carlo lavoravo al progetto del Collegio Universitario di Urbino, il nostro “capo” (l’architetto De Carlo appunto) ogni settimana passava un pomeriggio al PIM (Centro Studi per la Programmazione Intercomunale dell’area Metropolitana), dove lavorava al “disegno” della Grande Milano, elaborando con Tintori e Tutino la nota proposta della “turbina”, che si contrapponeva all’altra proposta, della “città lineare”, di Bacigalupo e altri.

Tutto questo mi è tornato in mente, qualche giorno fa, durante un dibattito sul “disegno della città”, all’Urban Center di Milano, non tanto ovviamente per il discorso della turbina o della città lineare, quanto piuttosto per ricordare il vero fatto straordinario: cinquant’anni fa Milano aveva posto il tema del progetto metropolitano, della “città regione”, della “grande scala” al centro della propria progettazione urbanistica e aveva saputo chiamare e mobilitare su questo tema le migliori energie della città (da quanti anni capita di dover rimpiangere la “sensibilità sovracomunale” della generazione di amministratori degli Hazon e dei Bassetti, ripresa si spera dalla giunta Pisapia).

Era importante per tutto il paese, in quegli anni, l’esperienza milanese: nel dicembre ’63 Ernesto Rogers poneva il “piano intercomunale” al centro del numero 282 di Casabella, che apriva egli stesso con un fondo sulla “Necessità dell’immagine” (per l’appunto), seguito dalle testimonianze dirette di Tintori e De Carlo.

E qualche anno dopo, nel ’67, al piano intercomunale milanese (e a quello torinese, e alla legge-ponte, appena varata) dedicava il numero speciale 50/51 la rivista “Urbanistica” di Giovanni Astengo, con una lunga presentazione degli studi e delle proposte del PIM a firma di Marco Romano (intervenuto anche, con mutato approccio, mi pare, al convegno di cui stiamo parlando).

Io stesso (per quel che può significare una testimonianza personale) nel ’67, lasciato lo studio De Carlo e l’esperienza diretta dell’architettura, entravo al PIM per dedicarmi all’urbanistica e alla ricerca territoriale alla scala sovracomunale.

È impossibile ovviamente tentare in questa sede un bilancio dell’esperienza PIM (che del resto il PIM stesso ha proposto, in occasione della recente celebrazione dei suoi cinquant’anni di attività, senza naturalmente che la notizia abbia avuto la prima pagina): bilancio che può essere sintetizzato, e comunque non può prescindere, dal dato di fatto, dalla doppia immagine delle foto satellitari, di allora e di oggi.

Più modestamente, posso invece dare in rapida sintesi una mia personale lettura della mia esperienza PIM. Anzitutto gli anni difficili della “pianificazione locale”, dedicati all’esame e al disperato tentativo di rendere coerenti i PRG e PdF dei vari comuni); e poi un lungo periodo passato all’elaborazione del sistema del verde sovracomunale e all’approfondimento delle necessarie proiezioni e interrelazioni con il sistema del verde regionale, a monte, e con il sistema del verde comunale milanese, a valle; e, soprattutto, all’approfondimento dell’idea del Parco Sud Milano, chiamato “parco” per amore di semplificazione ma in realtà concepito fin dall’inizio come scelta urbanistica di fondo per l’area metropolitana, scelta di un modello di sviluppo, per il sud milanese agricolo, radicalmente alternativo rispetto a quello dei settori nord.

Infine una terza fase più attuativa, in cui ho potuto calarmi nelle realtà locali, per “disegnare”, realizzare e gestire il verde che nella fase precedente avevo pensato alla grande scala: prima alle Groane e poi, per molti anni, al Parco Nord, occasione straordinaria quest’ultima di un parco di scala metropolitana progettato dall’area nuda, anzi dall’area marginale, interstiziale e degradata di periferia metropolitana, e poi realizzato e gestito fino al parco frequentato, vissuto e affermato che è oggi, diventato un tassello importante e qualificante dell’intero settore nord metropolitano. Un’idea di città metropolitana che si cala in un progetto di Parco, in un disegno alla scala urbana, che diventa boschi e radure e acque e filari di bagolari (o di pioppi, o platani, o tigli), ma anche sistema vasto e articolato di percorsi ciclopedonali, unico nell’area metropolitana, capace di connettere Milano a Sesto, a Bresso, a Cinisello, e Affori a Bruzzano o a Niguarda, scavalcando la viabilità che interseca il Parco con passerelle ampie, semplici, pulite, forse meno fotografate di quelle di Calatrava, ma altrettanto funzionali e molto, molto meno costose.

Non so in che misura Groane, Parco Nord, Valle Lambro o Parco Sud (al quale non ho più avuto occasione di lavorare, dopo la fase PIM di ideazione degli anni ’70), possano essere considerati “targati PIM” (ma potrei aggiungere almeno il passante ferroviario, pensato anch’esso in sede PIM, da Zambrini e altri amici, con riferimento all’esperienza di Monaco di Baviera, dove però il passante era stato completato in quattro anni: altri tempi, altre storie).

So tuttavia per certo che senza Groane, senza Parco Nord o senza Parco Sud, Milano sarebbe oggi impensabile, o almeno diversa, ancor più destrutturata, ancor più fatta di un centro contrapposto ad anonime periferie.

Per mettere in positivo questo discorso e riportarlo all’oggi (e anche ai “dialoghi su Milano: qualità urbana e città contemporanea”, il titolo che inquadra il ciclo d’incontri all’Urban Center) riprenderei né più né meno le proposte che avevo fatto al neosindaco Pisapia circa un anno fa da queste colonne di ArcipelagoMilano.

Completare e rendere strutturale per Milano il sistema dei parchi di cintura, imperniato a settentrione su Parco Nord, Balossa, Grugnotorto; a est sul “sistema Lambro”, da promuovere a grande corridoio ecologico, interconnesso con i sistemi verdi esterni di Valle Lambro, Villoresi, Martesana e, nella direzione meridionale, di Parco Sud; a ovest, potenziamento del grande polo formato da Boscoincittà, Trenno e Parco delle Cave, nella direzione delle aree verdi urbane previste dal PGT ma soprattutto verso l’esterno, verso le aree agricole del Parco Sud, verso Rho e Settimo, verso il parco dei fontanili.

Per il settore sud, il compito più arduo e urgente, dare attuazione al sistema dei parchi di cintura del Parco Sud, alle “teste di ponte urbane del Parco Sud”, come io sono solito definirle, intese come poli di riconoscibilità e identità del Parco Sud per l’area milanese, come terminali urbani del sistema dei percorsi ciclopedonali del parco agricolo, come aree verdi di interfaccia tra la città e il parco agricolo, tra il sistema del verde urbano milanese e il sistema del parco agricolo.

E poi valorizzare il sistema delle reti ecologiche, per chiamare anche i “segni fragili”, le componenti minori della maglia strutturale biotica all’interno dell’area urbana e metropolitana, a recuperare un proprio ruolo (penso a quanto sarebbe importante favorire il recupero e la valorizzazione del reticolo idrografico superficiale storico, anziché buttare quattrini in una nuova e insensata “via d’acqua” per l’Expo 2015).

E infine lavorare alacremente sul sistema della mobilità dolce, cercando di recuperare il troppo tempo perduto, in primo luogo cercando di connettere a rete quel che già esiste nei comuni esterni, anche di prima fascia (vedi ancora Parco Nord).

Più che cercare di completare o perfezionare il quadro, che naturalmente risulta solo accennato (se a qualcuno dovesse interessare, potrebbe facilmente recuperare la nota dell’anno scorso) m’interessa aggiungere un’ultima osservazione. Cominciare a ragionare sul verde come componente strutturale della città, e non come cosmesi o semplice decoro urbano, è necessario anche oggi, anche in tempi di vacche magre. Siamo già troppo in ritardo, Milano è già troppo in ritardo e, anche se non lo sa o non lo vuol sapere, ne paga quotidianamente i costi.

 

Francesco Borella

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