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EXPO: L’APPALTO PERDE IL PELO MA NON IL VIZIO

Ci potevamo scommettere. Il primo appalto dell’era Expo 2015 è già finito sotto i riflettori della magistratura: turbativa d’asta. Le cronache dei giornali sono state avare: pare che il tutto sia cominciato con una fuga di notizie. La sola fuga di notizie che si possa immaginare è che, trattandosi di gara al massimo ribasso, l’impresa vincitrice abbia consegnato per ultima la sua offerta e che qualcuno l’avesse informata delle offerte altrui giunte prima. Quanto all’esistenza di un cartello questo accade spesso quando l’ente committente bandisce gare di appalto per importi rilevantissimi aperti dunque solo a pochi e non suddivide l’appalto, nel caso in oggetto cosa fattibilissima, in modo da avere una platea vasta di offerenti, fatto che di per sé rende più difficile la formazione di un cartello.

L’altra cosa che ha destato stupore è che il ribasso offerto – il 42,83% – fosse eccezionalmente alto ma questo non si può dire se non si conoscono i prezzi a base d’asta: lo sconto è un po’ come le liquidazioni nei negozi dove gli sconti si sprecano perché comunque nessuno può controllare il prezzo originario. L’accenno fatto dalla stampa su livello della cosiddetta “anomalia” è un meccanismo perverso previsto dalla legge che non tutela affatto dagli eccessi di ribasso e comunque questo vistoso sconto lascerebbe supporre un altro dei vizietti tipico degli appalti: l’incompletezza dell’elenco prezzi o del progetto rispetto alle opere realmente da realizzarsi che apre la via, talvolta un’autostrada, a nuovi prezzi o a varianti o a riserve di contabilità (la richiesta di maggiori compensi da parte dell’impresa chiamata a eseguire opere non previste o con difficoltà imprevedibili o in quantità diverse da quelle indicate nel bando). Anche su quest’aspetto forse c’è materia per la magistratura.

Di passaggio osserviamo che le altre imprese offerenti dichiaravano uno sconto che si avvicinava a quello dell’impresa aggiudicataria per circa 2 punti percentuali, differenza irrisoria ma anch’essa foriera di dubbi e sospetti. Anche questo curioso fatto meriterebbe un’analisi a sé. Non solo il Comune di Milano ma anche altri enti al momento dell’apertura delle offerte si trovano di fronte allo realtà di molte decine di offerte che si differenziano per pochissimo, tanto che le imprese ormai precisano il loro sconto arrivando alla terza cifra decimale dopo la virgola e il vincitore si porta a casa l’appalto rispetto al secondo arrivato (ma anche alla massa dei partecipanti) per poche centinaia di euro. Questo ci dice una cosa sola: le imprese si guardano bene dal valutare i veri costi dell’appalto ma si limitano a offrire un prezzo che statisticamente si avvicini di più al prezzo medio al quale sono stati assegnati gli appalti recenti da quel medesimo ente. Il tutto alla faccia della serietà.

Eppure …. . Eppure proprio di fronte a fenomeni di questo tipo nel 1994 vide la luce la “Legge quadro in materia di lavori pubblici”, la Legge Merloni , dal nome del suo proponente Francesco Merloni, Ministro dei Lavori pubblici nel Governo Ciampi. Dal 1994 in poi si susseguirono le modifiche, gli aggiustamenti, le integrazioni e altre leggi ancora su questa materia, anche per recepire norme a livello europeo, soprattutto mirate a garantire la concorrenza di imprese straniere che desiderassero operare nel Belpaese. Tutta fatica sprecata. A questo aggiungiamo le infiltrazioni della malavita organizzata che trova terreno fertile nei pubblici appalti.

E allora? Allora, per cortesia, nessuno venga a dirci che non ci siano nella vastissima cassetta degli attrezzi che la legislazione in materia di opere pubbliche e appalti ci mette a disposizione proprio quelli che servirebbero per provvedere alla bisogna. Se non lo si fa è che non lo si vuole fare, o per continuare a favorire gli amici o perché si è deboli di fronte ad una certa burocrazia intenta solo a scansare fatiche e responsabilità. Che poi il legislatore si sia dedicato a dettare norme sulle procedure d’appalto fino al momento dell’aggiudicazione, e di lì in avanti lasci nebbia e opacità questo è vero ma proprio perché mancano norme di legge specifiche il buco può essere riempito con un po’ d’impegno e fantasia ma anche da regolamenti locali, senza correre rischi di conflitto legislativo. Come suol dirsi: “a buon intenditor poche parole”.

 

Luca Beltrami Gadola


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