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DIAMO LE SPALLE AL DUOMO

In un romanzo rimasto incompiuto di Elio Vittorini, proprio nelle prime pagine, l’autore ci racconta delle due cerchie di terrapieni e mura meneghine che andavano abbattendosi già dagli anni Trenta del secolo scorso. Conosco pochi autori così profondamente milanesi come lo scrittore siracusano. È tipico di chi si sente accolto come un figlio, l’amore quasi incondizionato, estremo, per Milano. Vittorini vedeva abbattersi la memoria storica, preindustriale e, non ostante la sua sensibilità estetica consapevole della perdita, riusciva allo stesso tempo a entusiasmarsi nei confronti di ciò che il nuovo portava con sé. “Il grandeggiare delle prospettive dei gai palazzi di vetro” – scrive – che andavano a prendere il posto “dei docili colli coi fianchi coperti di muschio che furono i bastioni.”

Se esiste una tradizione, una autentica tradizione meneghina è sicuramente quella di cambiare di continuo pelle, di ridefinire i suoi spazi, di aggiornare il contesto urbano alla modernità. Milano quasi vive come un intralcio la sua millenaria storia, cerca di continuo di rinascere con slancio, di esserci, costi quel che costi, di mostrarsi al passo col mondo. Non che questo non provochi sofferenza, nostalgie, spesso anche frizioni nel tessuto sociale. Leggo, per dire, da un bollettino parrocchiale di quasi un secolo fa, dopo l’abbattimento del complesso di Santa Maria di Loreto, i versi di un anonimo poeta vernacolare: certo, quanto dolore per la perdita della memoria, sopratutto per “i vic nas, scampa chi tucc arent / atorna a la gesina ed al convent” d’altronde, inutile girarci attorno “L’è inutil imprecà e suspirà / L’è inutil tornà indree cont el penser”. Alla fin fine i milanesi, dal grande scrittore al poeta della domenica, comprendono che il mutamento assomiglia a loro più della conservazione. Strana razza, che demolisce monumenti insigni e poi li rimpiange. Ma prima, appunto, li demolisce, nel nome di una emotiva, viscerale fiducia nei confronti delle magnifiche sorti e progressive.

Così accadde con la cerchia dei Navigli. E così, in fondo, doveva accadere. Nel volgere di qualche decennio, quasi a sfregio del lavoro secolare delle generazioni precedenti che avevano trasformato Milano in una sorta di Venezia di pianura, giusto perché la contemporaneità lo chiedeva, con slancio, con entusiasmo, la fitta rete di canali è stata tombinata, chiusa, sepolta, esclusa allo sguardo di tutti. Ciò che resta scoperto, lo sappiamo, sono lacerti di un sistema idraulico straordinario, che ha perduto la sua funzione originaria di trasporto merci. Non ci ha messo molto Milano a trovare una nuova vocazione ai quartieri che si affacciano sui Navigli ancora esistenti, usati oggi come canali irrigui, spesso in secca, desolati, abbandonati.

È bastata una generazione. Mio padre rammentava i suoi bagni da giovinetto nelle acque di un canale che non esiste più. Per me i Navigli, quelli della cerchia storica, semplicemente non sono mai esistiti. Ciò che non esperiamo col corpo smette di scambiare significato. Non c’è. Punto. Per me i Navigli sono solo quelli che ho conosciuto per davvero – la Martesana, la Darsena, il Grande, il Pavese -, lì ho passato la mia adolescenza (certi sabati qualunque, certi sabati italiani) bevendo birre su queste sponde, discutendo di arte e di politica, ridendo a crepapelle, piangendo, anche. Qui ho scoperto la passione per la musica, ascoltata in alcuni locali storici (fra cui il mai abbastanza rimpianto Capolinea, autentico tempio della musica jazz) e accompagnata a bruschette saporitissime e calici di vino rosso rubino. Qui, io stesso, ho suonato e cantato, quando avevo vent’anni e volevo fare la rock star nella vita, qui, preso da autentico innamoramento urbano, ho festeggiato, nel cortile pergolato di una birreria, il mio matrimonio, banchettando e ballando fino a tarda notte.

Ma per me il “tombone” di San Marco, le chiuse, le alzaie, sono poco più di una toponomastica misteriosa. Un racconto che viene da un altro mondo, da un indifferenziato passato, da una nostalgia di un’epoca che, a dirla tutta, non ho mai conosciuto. Mi rendo conto di fare a pugni con la mia formazione storica, universitaria, ma d’altronde mi sento perfettamente coerente col mio essere milanese.

Leggo e ascolto di continuo i lai disperati di chi rimpiange quella Milano, quella dei bastioni e della cerchia dei Navigli (non vorrei apparire caustico, ma ogni tanto mi chiedo se si rimpianga anche la Milano di quando “si teneva la porta di casa aperta”, “ci si conosceva tutti” e “si parlava tutti in dialetto”. La nostalgia è un motore mitologico fenomenale) e ammetto di subire il fascino di chi propone la riapertura della rete d’acqua, per quanto sappia, razionalmente, che sarebbe una impresa spaventosa e assolutamente antieconomica.

Avrei voglia anch’io, insomma, di vederla quella Milano fluviale, imparentata con le città del Nord, con Amburgo, con Amsterdam. Ma so che sarebbe, nei fatti, un desiderio antistorico. Il ripristino dei canali navigabili mi sembra una operazione di restauro urbano che nega l’evidenza: la freccia del tempo è irreversibile, mi ricorda Ilya Prigogine. Scoperchiare i Navigli, al di là dell’impresa titanica, mi pare persino blasfemo e irrispettoso nei confronti della altrettanto titanica operazione di ridefinizione territoriale che segnò il secolo che ci ha preceduti. Un modo di annichilire la Storia proprio nel nome della Storia.

Ma non è nostalgia, mi si ribatte. È progetto. È, a partire da un talento del territorio, il modo di dare una nuova tonalità, una nuova bellezza alla città. Sarebbe vero, e sarebbe bello, se non fosse che alla fine, questo sistema di canali artificiali che si vuole creare non fa che ricadere nei tracciati storici. Cioè, sotto mentite spoglie, nel desiderio di rimettere mano a una zona della città che ha già subito fin troppi segni e riscritture. Il sospetto – brutta cosa essere sospettosi – è che in fondo si cerchi di abbellire ciò che non ne ha bisogno, il centro storico, lasciando il resto della città per quello che è, quasi non esistesse. Una visione centripeta e perfettamente inadeguata a quello che Milano è diventata: una città centrifuga e policentrica. Insomma, fuori dai denti: ma davvero crediamo che occorra densificare di segni progettuali solo il centro, cioè una piccola parte di territorio di una metropoli enorme, quando la restante parte della città, quella quantitativamente più presente (in abitanti e in incasato) avrebbe bisogno, eccome, di attenzione, di progetto, di identità?

Nessuno mi propone di usare l’elemento cangiante, poetico, magico dell’acqua per riprogettare alcune periferie, alcuni quartieri senza qualità. Luoghi dove, tra l’altro, per sezione stradale e per spazi disponibili una invenzione ex-novo di canali non comporterebbe cantieri dai tempi biblici quali quelli che, se si attuassero, imprigionerebbero il centro storico per decenni.

Questa passione per le grandi opere la conosco. È tipica di chi vuole lasciare il proprio imperituro segno nel mondo. È tipico di una deformazione del progettista e di una logica demagogica che ci caratterizza come italiani. Ma per come la vedo, oggi Milano ha bisogno di qualcosa di meno eclatante, di meno spendibile dal politicante di turno. Ha bisogno, cioè, di una rispettosa manutenzione ordinaria e di una consapevole riprogettazione funzionale di ciò che già c’è: dei Navigli ancora esistenti, per dire, che versano in condizioni penose; dell’unico fiume che attraversa la città, il Lambro, bisognoso di attenzione vera e occasione progettuale irrinunciabile; del Seveso, intubato nella pancia della città e che a ogni pioggia minimamente copiosa, tracima e mette in ginocchio Niguarda e, di conseguenza, mezza Milano (certo, uno scolmatore fa poco chic per un architetto, ma quanto ne abbiamo bisogno!). Ma su tutto il nostro sguardo dovrebbe concentrarsi su quelle periferie dove vive il 90% degli abitanti di una città enorme, che, come il Seveso, “tracima” ben oltre, non solo dalla cerchia dei Navigli, ma dai confini stessi della città. Le tangenziali di Milano, per capirci, sono il nostro nuovo sistema di circonvallazione urbana di una metropoli che esiste non ostante le lentezze amministrative, e che ha perciò bisogno d’essere (ri)pensata a questa macroscala.

Diamo le spalle al Duomo – alla nostra montagna di pietra cresciuta grazie ai Navigli della nostra memoria – almeno per una volta. Concentriamoci, per dovere, per etica urbana, sul resto del territorio. Questo non significa dimenticare la nostra storia, ma ribadirla. Il doveroso esercizio della memoria più che in un restauro falsificante sta soprattutto nella capacità di conservare l’esistente come un prezioso lascito ereditato dal passato, sta nella ricerca dei segni fantasmatici, e perciò affascinanti, di ciò che sembra perduto, sta nel saper leggere tutte le differenze o le aderenze del palinsesto urbano, stupendoci ancora di quanto sia viva questa città, di come muti per restare sempre se stessa. Milano cambia e noi con lei. Come diceva Pasolini: “nulla muore mai in una vita. Tutto sopravvive. Noi, insieme viviamo e sopravviviamo. Così anche ogni cultura è sempre intessuta di sopravvivenze.”

 

Gianni Biondillo

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