cinema


 

eXistenZ

di David Cronenberg

[Canada/Gran Bretagna, 1999, 97']

con: Jennifer Jason Leigh, Jude Law, Ian Holm, Williem Dafoe, Don McKellar

 

«La gente è programmata per raccogliere così poco, ma le possibilità sono così grandi!», dice Allegra Geller (Jennifer Jason Leigh) all’inizio di eXistenZ [Canada/Gran Bretagna, 1999, 97'] osannando le opportunità concesse dalla realtà virtuale rispetto alla vita reale. Allegra, la migliore programmatrice di giochi, è considerata una divinità perché capace di «rendere liberi», come ribadisce il meccanico Gas (Williem Dafoe) gettandosi ai suoi piedi: «tu mi hai cambiato la vita».

eXistenZ, il gioco inventato da Allegra, funziona collegando un Pod (dai tratti embrionali) a una bio-porta posta dietro la schiena, dando luogo a una penetrazione dai chiari riferimenti sessuali. Come spesso accade, nel cinema di David Cronenberg il corpo è il punto di partenza e di arrivo: la carne muta, si trasforma, si contamina, si trafigge fino a diventare “nuova carne” (Videodrome?) assimilando la tecnologia in una relazione viscerale. Molta sociologia ha discusso attorno il rapporto corpo-macchina, e sull’esigenza di un continuo costruire e decostruire i confini corporei. Cronenberg stesso, rifacendosi a Marshall McLuhan, considera la tecnologia come un’estensione del corpo umano, come qualcosa di inevitabilmente collegato alla carne; è lapalissiano in eXistenZ: «il tuo sistema nervoso si sta integrando pienamente con l’architettura del gioco», spiega la Geller a Ted Pikul (Jude Law).

Ma mentre in Videodrome la metamorfosi riguardava il corpo umano ed era scatenata dal rapporto con la realtà mass-mediale, qui è lo strumento stesso (il Pod) a mutare. Questo è pensato da Cronenberg come un organismo vivente, munito di organi e tessuti, che reagisce agli stimoli e respira. Il gioco funziona come un mezzo di catarsi: agisce come un canale per la realizzazione dei desideri del giocatore, simulando il senso di appagamento di queste aspirazioni attraverso l’esperienza virtuale. Ciò che potrebbe essere inottenibile ordinariamente, diventa accessibile nella realtà del gioco. Questo senso di potenza creato dalla simulazione può essere visto come strumento consolatorio verso la monotonia della vita quotidiana.

Per questo, la dissoluzione del corpo fisico all’interno dello schermo tecnologico può essere paragonata a una “rottura” dei confini corporali, a un “oltrepassare” i limiti fisici per raggiungere un mondo che offre maggiori possibilità: «Rompi la tua gabbia, Pikul», esorta Allegra a Ted per convincerlo a istallarsi una bio-porta. “Rompere la gabbia” è l’unico modo per evadere; Cronenberg la esprime attraverso la perforazione del corpo al livello della spina dorsale: è necessario violare l’integrità corporea attraverso una dolorosa installazione tecnologica per superare i propri limiti fisici. La materia carnale diventa in eXistenZ un luogo di alterazione per permettere l’estensione (ritorna qui McLuhan) del corpo e, successivamente, della coscienza.

Il gioco di Cronenberg, allora, profuma di filosofia: riflessione sul reciproco penetrarsi tra uomo e tecnologia, e dubbio sui concetti (molto cinematografici) di realtà e finzione. Ma quelle «così grandi» possibilità di cui parla Allegra all’inizio, non saranno illusioni incastrate in una limitata gamma di scelte possibili? Chissà, magari siamo ancora nel gioco.

Paolo Schipani

In programma a Milano dal 26 marzo al 1 aprile + 3 aprile il festival “Vedere la Scienza“.

Fondazione cineteca Italiana ha curato la rassegna L’uomo e le macchine che presenterà i seguenti titoli: Enigma (M. Apted), Strange Days (K. Bigelow), Blade Runner (R. Scott), S1m0ne (A. Niccol), Metropolis (F.Lang), A.I. Intelligenza artificiale (S. Spielberg), Metropolis (Rintaro), Io, robot (A Proyas), EXistenZ (D. Cronenberg), The social network (D. Fincher).

 

 

THE LADY

di Luc Besson [ Francia, Gran Bretagna, 2011, 145']

con Michelle Yeoh, David Thewlis, William Hope, Martin John King.

 

Una mamma dice ai propri figli che starà lontana da casa soltanto per una o due settimane, il tempo necessario per andare in Birmania ad accudire la propria madre. Questa mamma si chiama Aung San Suu Kyi (Michelle Yeoh) e, come tutti sanno, non farà più ritorno nella sua accogliente casa londinese. Il marito Michael (David Thewlis) e i due figli Alexander e Kim, abituati alla serenità e all’agiatezza, vengono improvvisamente travolti da un senso di responsabilità al quale non possono sfuggire.

Il padre di Aung San Suu Kyi, il generale Aung San, è stato uno degli artefici della liberazione dal colonialismo inglese. È evidente fin dall’inizio l’intento del regista di mostrarlo come la stella polare che guida la propria figlia verso un’impresa tanto disperata quanto necessaria. L’impreparazione politica dell’Orchidea d’Acciaio è forse qualcosa di meno noto rispetto alla determinazione e alla tenacia che hanno, da ormai venticinque anni, animato lo spirito di questa donna unica. Il suo è un segno indelebile nella storia, sia per l’impegno in difesa dei diritti del suo popolo che per il tentativo di conquista di un sistema democratico.

Besson ha deciso, tuttavia, di privilegiare il lato umano di questa donna, di esaltare gli aspetti intimi ed emotivi della sua vita. Lo stesso regista ha dichiarato di aver girato il film per provare a capire come una donna di quarantacinque chili abbia retto la pressione di trecentomila soldati per ventitre anni.

Consapevole che a causa del feroce regime birmano non avrebbe potuto tornare indietro, “The Lady” ha scelto di non cedere a un ricatto che avrebbe infranto le speranze di milioni di persone. Non si capisce perché Besson, in questo lungo racconto biografico, abbia voluto relegare in secondo piano il popolo birmano, parte indissolubile di Aung San Suu Kyi.

Marco Santarpia

In sala a Milano: Apollo, Colosseo, UCI Cinemas Bicocca.

 

 

questa rubrica è a cura di
Marco Santarpia e Paolo Schipani

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