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NEGOZI A MILANO. MANCA L’OFFERTA O MANCANO I CLIENTI?

La voglia di rendere più viva la città di cui si è parlato in campagna elettorale suggerisce di portare la riflessione anche sugli spazi vuoti, sempre più ampi anche se a macchia di leopardo, lasciati dalla più recente ondata di chiusura di negozi che caratterizza la nostra città. La prima ondata di chiusure di negozi risale oramai al periodo – gli anni ’70 – che ha visto emergere con forza la presenza sul territorio della grande distribuzione, soprattutto alimentare; sono allora spariti gran parte dei negozi “sotto casa” una minoranza dei quali è sopravvissu-ta grazie a una politica di servizio e di specializzazione sulla qualità che ha loro consentito di continuare a servire la clientela più fedele. Essendosi tale fenomeno verificato in un periodo di crescita del nostro paese, peraltro, si è allora attivato un meccanismo di sostituzione dei negozi chiusi con altre attività che ha consentito di rendere poco visibile il fenomeno.

Le chiusure di questi ultimi anni che hanno “accecato” gli occhi in molte nostre vie centrali e periferiche – pensiamo, per fare solo un esempio allo squallore della Galleria di via Manzoni, dove quasi tutti i negozi hanno chiuso – sono invece figlie della crisi economica oltre che dell’ulteriore sviluppo dei mega centri commerciali che offrono ai cittadini che lavorano una indubbia possibilità di apertura degli spazi non possibile per i negozi gestiti a livello familiare.

Le condizioni di competitività che consentono o no l’apertura dei negozi non appartenenti a gruppi commerciali sono in realtà complesse e meriterebbero una attenta riflessione da parte della nuova Giunta milanese per identificare le diverse tipologie di ragioni che hanno portato alla chiusura recente di molti negozi e capire quanto e in che modo sia possibile rallentare il fenomeno senza incidere sulla concorrenza tra imprese.

La disponibilità di tali spazi ha aperto nuove opportunità di presenza sulla strada di professioni prima svolte nel chiuso di uffici; si è notato, infatti, oltre all’apertura di spazi occupati da veterinari, l’interessante fenomeno di offerta al pubblico di servizi di consulenza legale “minuta” da parte di giovani laureati che hanno deciso di mettere a disposizione le loro competenze per un pubblico che non frequenta gli avviati studi del centro per ragioni di costo e che però incontra ogni giorno problemi legali di condominio, di rapporti con la pubblica amministrazione, ecc… In qualche modo si tratta di un servizio al cittadino alternativo a quello che poco si è sin qui sviluppato in Italia delle associazioni dei consumatori, troppo numerose e spesso preoccupate solo di seguire i temi di maggiore rilevanza mediatica. Un’altra risposta recente sta nell’uso di tali spazi per temporary shops, oramai diffuso anche in vie centrali; si tratta di un palliativo che lascia tra un’affittanza e l’altra periodi di tempo in cui i negozi sono chiusi.

Un’idea per meglio valutare il fenomeno potrebbe essere quella di fare un’indagine-campione in alcune vie maggiormente toccate da chiusure di negozi per conoscere le motivazioni di tale decisione; un’indagine parallela potrebbe toccare gli studi professionali che, sempre in un campione di strade , hanno aperto i battenti di recente al fine di avere un riscontro sulla loro esperienza rispetto alle attese e sui vincoli che possono ostacolare tale scelta. Da tale indagine emergerebbero certamente idee innovative sulle possibili politiche che possono rallentare il fenomeno o favorire la sostituzione delle attività commerciali tradizionali con altre.

Roberto Taranto

 

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