Musica


Questa rubrica è curata da Paolo Viola
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Buona estate

 Cari lettori, in una lettera indirizzata a Goethe, parlando dei critici teatrali che già allora imperversavano, Schiller scriveva “ … si tratta di coloro i quali, in una rappresentazione, cercano soltanto le loro idee ed elogiano ciò che dovrebbe essere altrettanto elevato: è quindi una questione di princìpi e sarebbe impossibile venire a patti con loro” e più avanti “ … appena mi accorgo che qualcuno, in procinto di giudicare una rappresentazione poetica, considera qualsiasi cosa più importante dell’intima Necessità e della Verità, non ho più nulla da dirgli.” Prima di congedarci per l’estate, nel vuoto fra le programmazioni invernali e i festival estivi, mi permetto una digressione personale sul senso di questa rubrica, che ho tenuto con sincera passione, ininterrottamente, dal primo numero del giornale.

Le parole di Schiller sono stati i moli guardiani di questo modesto ma intenso lavoro; ho cercato di tenere lontano da me, appunto, ogni genere di princìpi, ritenendo che questi debbano trovare spazio solo quando si tratti di ben altri argomenti che non il nostro egoistico diletto di ascoltatori; e, ancor più, credo di non aver considerato mai nulla, di ogni esecuzione musicale di cui vi ho riferito, più importante della “necessità” e della “verità” che potessero riscattarlo dalla banalità della routine. Se questi sono stati i rischi da cui ho cercato di star lontano, quali sono stati invece i fari che hanno guidato la rotta?

Sono partito da un’osservazione: tutte le volte che durante l’intervallo, o alla fine di un concerto, ci scambiamo le impressioni sulla qualità della musica appena ascoltata e della sua esecuzione, ci accorgiamo di alcune cose: che abbiamo un’intima necessità di confrontare i nostri giudizi con quelli di chi riteniamo essere più “competenti” di noi; che i pareri che raccogliamo sono quasi sempre molto discordi, talvolta inspiegabilmente opposti; che non sempre il giudizio che alla fine esprimiamo coincide con il livello di godimento che ci ha accompagnato; che i programmi di sala raramente ci forniscono strumenti adeguati per la comprensione di ciò che abbiamo ascoltato; che spesso non riusciamo a trarre dall’ascolto tutto il godimento che avremmo provato se avessimo avuto più informazioni o più conoscenze sulla struttura musicale e sulle prassi esecutive.

Mettendo insieme queste sensazioni, anche contraddittorie, e osservando come le reazioni e le riflessioni degli ascoltatori siano sempre tanto diverse fra loro, sono pervenuto a una curiosa ipotesi, che cioè esista una “professione dell’ascoltatore”, quella di coloro che nell’ascolto della musica pongono un impegno in qualche misura paragonabile a quello del musicista, pur senza esserlo e pur non avendo adeguata preparazione. In altre parole che esistano tanti modi di ascoltare musica, con maggiore o minore consapevolezza, con diversi livelli di competenza, dominati più dalla passione o più dalla logica, con una partecipazione più emotiva o più razionale; ma che vi sia spesso un impegno che rasenta la professionalità (ad esempio quella professionalità con la quale – facendolo anche solo per hobby – possiamo collezionare francobolli o andare in barca a vela). Acquisendo un minimo di competenza.

D’altronde si scrive e si esegue musica – al di là della “necessità” e della ricerca della “verità” – perché qualcuno la ascolti, ed è quantomeno logico che esita una sorta di simmetria fra questi tre “mestieri”: scrivere, eseguire (interpretare), ascoltare. Fino a ieri il terzo mestiere veniva in qualche modo monopolizzato dal critico, una curiosa figura di giudice dei musicisti e d’interprete delle reazioni del pubblico: ascoltava per noi. Questo ruolo è andato un po’ fuori corso, forse perché sono cambiati i supporti (i media) sui quali operava, forse più semplicemente perché il pubblico non ha più bisogno di un “interprete dell’interpretazione”, è più preparato e preferisce esprimere i propri giudizi in autonomia. Uscito di scena (quasi) il critico musicale, l’ascoltatore è così rientrato a pieno titolo nel ruolo di autentico partecipe del rito triangolare musicista-interprete-fruitore con una sua propria professionalità.

Saper “ascoltare” non è un’attività di rango inferiore rispetto a quelle dello scrivere o dell’eseguire; d’altronde, rovesciando il tema, che senso avrebbe scrivere musica ed eseguirla se nessuno l’ascoltasse? O peggio se lo ascoltassero solo i “critici” e cioè altri addetti ai lavori, portatori di loro princìpi e di proprie “necessità” e “verità”? Credo che esista una capacità e una qualità dell’ascoltare che possono dare grande dignità al ruolo del pubblico.

Ecco dunque i fari che hanno suggerito la mia rotta. La ricerca della qualità dell’ascolto e l’affinamento della capacità di ascoltare, senza la minima pretesa di essere musicisti, con la consapevolezza dell’essenzialità, intrinseca alla musica, di questa funzione. 

Se fossi riuscito solo a incoraggiare i miei pochi e coraggiosi lettori ad ascoltare la musica con quest’attenzione e questo impegno, mi sentirei più che pago del mio modesto lavoro.

Grazie dell’ascolto e buona estate a tutti.