PRIMARIE. NESSUNO CI AVREBBE SCOMMESSO

27-10-2009 by Walter Marossi · Commenti disabilitati 

Diciamoci la verità: nessuno avrebbe scommesso una lira su una partecipazione così ampia alle primarie del PD.

Quindi il PD è più forte e strutturato di quanto non pensino i suoi stessi dirigenti e viene riconosciuto dalla più parte degli elettori che ritengono inaccettabile Berlusconi and friends come una alternativa, magari più necessaria che credibile, ma comunque reale.

Se dopo una netta sconfitta elettorale alle europee, in una consultazione scarsamente affascinante per il dibattito, scarsamente operativa visto che in fondo si è scelto un leader che non sarà necessariamente candidato premier, scarsamente comprensibile nelle dinamiche interne, votano tre milioni di persone su 8 milioni di voti presi alle europee, questo significa che il partito c’è. A mò di paragone giova ricordare che nella prima repubblica nessun partito superava un rapporto iscritto/voti nelle aree più densamente militanti di 1 a 5, qui parliamo di un rapporto di 1 a 2,6, mentre il rapporto voti iscritti è di 1 a 10.

La infinita transizione della “cosa” è finita. Mancherà di identità, mancherà di strategia, mancherà di leadership ma non manca di una solida solidissima “base”, e scusate se è poco. Di partiti fortemente identitari, di strategie bellissime, di leader pseudo carismatici è pieno il mondo; di partiti con 3 milioni di aderenti ce ne sono pochi.

 

Anche il risultato dei contendenti è un risultato significativo. Prodi, Veltroni si erano misurati in competizioni un po’ farlocche, già scritte (non credo che siano stati in molti a pensare che Scalfarotto o Panzino, Adinolfi o Gawrosky fossero serie alternative) Bersani invece vince delle primarie combattute, la sua maggioranza è una maggioranza conquistata non scontata. Ma la vittoria di Bersani non è il solo risultato certo, l’affermazione di Marino dimostra che la base elettorale del PD è nettamente più orientata in senso “laico” di quanto non lo sia la sua classe dirigente, la preannunciata fuoriuscita di Rutelli non ne è che la logica conseguenza. Le primarie danno una dimensione quantitativa alle sensibilità interne come mai prima era successo.

 

Tutto cio premesso vediamo altri dati meno brillanti.

  1. se si fosse votato anche sui candidati alle regionali si sarebbe dato un impulso significativo alla campagna elettorale dei prossimi mesi che invece purtroppo sconterà ulteriori ritardi e divisioni
  2. l’ambiguità della vocazione maggioritaria, leit motiv veltroniano è ancora non chiarita: vogliamo o non vogliamo alleanze e con chi? Il congresso non ha chiarito mentre le leggi elettorali regionali approvate o proposte da un partito apparentemente oggi meno incline alla vocazione maggioritaria, nella sostanza lo sono invece più di quanto lo siano le berlusconiane leggi elettorali nazionali ed europea
  3. durante la consultazione si è chiesto da più parti che gli iscritti debbono contare di più rispetto al popolo delle primarie, richiesta che a fronte di questo risultato di partecipazione appare grottesca ma che tuttavia dovrà essere affrontata perché il modello partito appare del tutto irrisolto
  4. Le differenze regionali si confermano. Al sud vi è un partito obeso di tessere: in Campania un iscritto ogni 5 voti, in calabria uno ogni 4, in Lombardia uno ogni 24, mentre se dagli iscritti si passa alle primarie questo divario si riduce drasticamente, come a dire che vi sono nel PD due partiti: quello delle tessere e delle clientele e quello d’opinione. Difficilmente possono conciliarsi.
  5. Il divario tra il voto degli iscritti e il voto dei “primaristi” senza essere sconvolgente è alto sopratutto se si guarda alle liste Marino, questo significa che vi è in settori degli iscritti la tendenza a correre in soccorso del vincitore, a prescindere dall’opinione degli elettori.

 

Insomma il partito c’è ma le sue regole e il suo funzionamento restano confusi, si evincono più dai dati che dagli statuti, che infatti sono stati spesso bypassati.

 

Per la Lombardia l’analisi dei numeri è ancora impossibile, non essendo reperibili i dati, tuttavia si può dire che qui si sia già realizzato il partito d’opinione. I voti raccolti in Lombardia alle europee sono circa il 14% del totale nazionale; gli iscritti in Lombardia corrispondono al 5,6% del totale nazionale, al voto nei circoli hanno partecipato in 29000; i votanti alle primarie sono oltre 320 000. Nel milanese addirittura si supera in valori assoluti il numero di partecipanti alle primarie veltroniane. Ergo il rapporto voto elettorale/voto iscritti/ voto primarie delinea un partito in cui gli apparati (se mai esistono) hanno un peso trascurabile, dove l’unico rapporto che conta è quello tra eletto ed elettore, dove gli organismi dirigenti hanno solo un compito organizzativo. Ripeto un perfetto partito d’opinione, il che a mio modo di vedere è un fatto positivo che chiude con le storie organizzative dei partiti del secolo scorso.

Walter Marossi

 

10 GRADI KELVIN. IL CALORE UMANO E LA PASSIONE DEL SINDACO MORATTI IN CONSIGLIO COMUNALE.

27-10-2009 by Guido Martinotti · Commenti disabilitati 

 

“E nui passammo e ‘uaie e nun puttimmo suppurtà

e chiste invece e rà na mano s’allisciano se vattono se

magniano a città” (Pino Daniele,1977)

 

I libri su Milano sono ormai così numerosi, da costituire quasi un genere letterario; solitamente di natura deprecatoria, o quantomeno interrogativa: “Per quale ragione, la ricca e orgogliosa Milano, già “capitale economica” del paese (per non toccare lo spinoso tasto della “capitale morale”) oggi sembra essere una città infelice, o meglio una città d’infelici?”. Una città ricca certo, ma popolata da persone insoddisfatte, perse dietro un passato glorioso sfavorevolmente confrontabile con le condizioni attuali. Partiamo, tra i molti, dal classico di John Foot, Milano dopo il miracolo. Biografia di una città (Feltrinelli, 2001) in cui lo storico inglese immigrato e insediato dalle parti di Piazza Lugano, ricostruisce il passaggio dalla Milano industriale a quella del terziario, visitando con amore etnologico tutti i luoghi del discorso sulla città (pp. 14-30): dalla nebbia alle case di ringhiera ai “danee” e Piazza affari, a Piazza Fontana a Scerbanenco a Corso Sempione e Arcore passando per il Palazzo di Giustizia.

Non è certamente un libro laudativo, ma è molto moderato, quasi ottimista, rispetto ad alcune opere uscite di recente che, da vari punti di vista, offrono un’immagine sempre più drammatica della città, peraltro riecheggiando quel che si sente dire più o meno dovunque. Segno comunque che negli ultimi otto anni le cose non sono migliorate. In sintesi John Foot descrive l’incapacità della classe dirigente milanese nella gestione della trasformazione da città prevalentemente industriale a città a economia terziaria. Questa è certamente un’osservazione esatta, ma forse quasi tautologica: occorrerebbe fare un passo più in là e scovare le radici di questa incapacità.

Per cercare qualche risposta andiamo innanzitutto a Palazzo Marino, dove dovrebbe trovarsi il cuore di Milano, quel cuore in mano di cui si è sempre favoleggiato nell’immagine popolare della città. Il sindaco Letizia Moratti alle ore 15 un punto del 21 Ottobre 2009, presenta il suo “discorso sullo stato dell’Unione” – prodromo, quasi certamente, alla sua candidatura per un secondo mandato. Il clima nella sala del consiglio comunale è gelido: se i consiglieri dell’opposizione non fossero lì a presidiare l’istituzione, e anche a cogliere l’occasione per fare un bel discorso, il Sindaco di Milano avrebbe subìto l’onta di doversene andare a casa con la sua cartelletta sotto il braccio, perché ben 13 su 31 (abbastanza per far mancare il numero legale) dei consiglieri di maggioranza avevano disertato l’importante occasione. Ma se alziamo un po’ gli occhi dai banchi del consiglio e guardiamo in giro non sentiamo molti battiti del cuore milanese.

Il maggiore costruttore della città, il noto Ing. Ligresti, ha puramente e semplicemente chiesto che il Sindaco venga mandato a casa e che il Comune di Milano (la grande città di Milano!) venga commissariato – poco importa che si tratti di una mossa tattica in un gioco di ricatti, l’iniziativa la dice lunga sullo stato delle cose. Un altro importante costruttore, Zunino (che una volta mi disse “io per meno di un milione – o forse erano 10? – di mq non mi muovo neppure”) che aveva avviato il progetto Santa Giulia con grandi architetti e fanfare di ogni genere, che prospettavano una sorta di Gold Coast milanese, è finito in un totale sfascio, creando in luogo di una gated community per ricchi, un altro terrain vague, solo in parte riscattato dalle brave cooperative. L’impresa incaricata delle bonifiche di Santa Giulia (e molte altre) subisce un’incursione della magistratura e delle forze dell’ordine che arrestano importanti personaggi della maggioranza lombarda con accuse pesanti, profilando una rete di corruzione profonda e quasi senza speranza.

Sulla questione della speranza lascia poche illusioni, Il crollo delle aspettative, il titolo di un altro libro di Luca Doninelli (Garzanti, 2005) che scrive: L’emblema di questo crollo si trova in quello che io chiamo «il grande sterro»: un’area piuttosto limitata, popolata di erbacce, sottoponti, locali fighetti, ritrovi per giovani rampanti, cavalcavia pedonali da periferia sperduta, ristoranti modaioli, nella quale si può toccare con mano il tiepido abisso in cui l’assenza forzata di un progetto credibile e la quasi impossibilità – culturale e storica – di reperirne uno in tempi ragionevoli ha sospinto una delle città più importanti e, purtroppo, più complicate d’Europa. È l’area che comprende le ex Varesine, la stazione di Porta Garibaldi, fino alla porta omonima, che include il brevilineo Corso Como. Qui una Milano da happy hour si scontra, nel giro di pochi metri, con tutto ciò che avrebbe dovuto essere, e che la parola «centro direzionale», espressione dal meaning ormai pesantemente nostalgico, riassume alla perfezione.

Cito solo altri due titoli, uno che va letto perché presenta con grande maestria la faccia di una Milano oscura, a volte feroce e anche sordida, che si contrappone alla vulgata di una Milano solare, La città degli untori, (Garzanti 2009) che ho già commentato altrove (Il Corriere, 21 Agosto 2009) e un secondo che non raccomando di leggere se non a un lettore disposto a una lunga avventura in un mare di dettagli, peraltro assai utili per ricostruire i fatti, Milano da morire, di Luigi Offeddu e Ferruccio Sansa (RCS, 2007; ne approfitto per elevare una sommessa protesta all’editoria italiana. Come si fa a stampare un libro di questo tipo che è quasi un data-base, senza l’indice dei nomi? Tanto più oggi che con i word processors l’operazione è facile). Dalla “Milano dopo il Miracolo” alla “Milano da morire” il piano inclinato è evidente.

Sentendo questo vento il Sindaco di Milano cerca il rilancio: “Vogliamo una città nuova, capace di darsi una nuova configurazione, di assumere un nuovo ruolo sulla scena nazionale e internazionale. di valorizzare le sue mille anime. Vogliamo rafforzare un nuovo orgoglio della città, un nuovo (come ha detto qualcuno) patriottismo milanese basato sulla valorizzazione delle sue mille anime. Motore di questa trasformazione sono soprattutto le donne di Milano.”

Di là dal linguaggio ormai quasi obbligatoriamente vacuo (“nuova configurazione”, “le mille anime”, “la città nuova”, Ssee! E i vecchi dove li mettiamo?) sorprende che il Sindaco Moratti nella sua carriera di laureata in Scienze politiche non abbia mai inciampato sulla frase di Samuel Johnson (attribuitagli da Boswell) “Patriotism is the last refuge of a scoundrel” resa famosa, in anni più recenti, da Stanley Kubrick, nel battibecco finale tra Il generale George Broulard (Adolphe Menjou) e Il colonnello Dax (Kirk Douglas) in “Orizzonti di gloria”. Ma cosa voleva dire Sam Johnson? Ricordava semplicemente che chi tira in ballo la patria, o dio, o la lotta di classe o qualsiasi altro grande valore, spesso e volentieri lo fa per creare una situazione emotiva in cui poi chi dissente viene immediatamente bollato come antipatriottico, cioè nemico di tutti. Se critichi sei un traditore. Probabilmente un altro autore che i docenti di Via Conservatorio si sono dimenticati di far studiare alla loro allieva è Karl Mannheim, che spiega molto bene come questa sia la tendenza della classi padronali che interpretano ogni critica come una “pugnalata alla schiena” (Dolchstoßlegende). “Mi remano contro”, “Non disturbate il manovratore” dicevano ai tempi del Crapone: e s’è visto.

Nei vecchi avanspettacoli, quando il pubblico languiva, l’empresario attaccava “Per le strade, per le vie di Trieste… “e via con le ballerine in pedana con il tricolore e anche il Sindaco Moratti ha cercato di mandare in pedana le ballerine chiamando a raccolta le donne di Milano. Al di là della grana grossa dell’invocazione di maniera (ci sarà stato il solito guru che avrà sicuramente detto, “mi raccomando faccia riferimento alle donne! Fa sempre effetto”) non si capisce davvero il senso di questa sviolinata. Quali donne? Le badanti e le badate, che rappresentano un bel pezzo della realtà milanese? Le insegnanti delle scuole che devono portare da casa la carta igienica? Le colf senza permesso di soggiorno che hanno paura di prendere i mezzi pubblici per non essere rastrellate da una polizia locale che, anche nel vestire, assomiglia ogni giorno di più agli scherani di Doctor No? Oppure le rappresentanti del sciurettismo milanese che si trovano a prendere il tè dal Sant’Ambroeus? Credo che uno dei risultati più certi nell’immagine del sindaco Moratti sia stato quello di far sembrare umano il Sindaco Albertini. Ma al di là della vicenda morattiana, che forse rappresenta il punto di massimo distacco tra politica e polis finora raggiunto a Milano, dobbiamo chiederci di nuovo cosa non funzioni in questa ricca e infelice città.

Ci da una mano l’interessante libro di Marco Alfieri (La Peste di Milano, Feltrinelli, 2009) che ci aiuta capire come mai il Sindaco Moratti che è stato indubbiamente molto capace nella mobilitazione che ha portato alla vittoria di Milano al BIE, il giorno 28 marzo 2008 abbia cominciato a perdere terreno praticamente dal giorno dopo. In generale io credo che il tipo di stile politico impersonato dal nostro Sindaco è uno stile di chi riesce bene, a vendere ma non altrettanto a consegnare. Più nel dettaglio, se seguiamo il racconto che fa Alfieri, ci sono probabilmente due importanti fattori. Primo la vittoria di Parigi è stata un gioco di squadra nel quale, con un efficace D’Alema agli Esteri (ma non solo con lui), il centrosinistra ha appoggiato onestamente e generosamente l’iniziativa Morattiana. Si può dibattere a lungo sulle ragioni, ma così è stato senza alcun dubbio.

Visto quel che è successo dopo c’è da domandarsi seriamente se un governo Berlusconi avrebbe fatto altrettanto. Io dico di no, per una ragione molto semplice: Berlusconi non avrebbe mai giocato da spalla a Moratti. Non solo, ma non appena si è profilata la possibilità che la cometa Moratti si alzasse troppo sull’orizzonte, magari con una traiettoria rivolta al centro del sistema e sostenuta dalla maggiore presentabilità sul piano internazionale, sono partiti i razzi intercettori contro l’Expo – non diversamente da quel che sta accadendo in questi giorni con Tremonti. (Vedi il mio “Avere a cuore le cariche”, Golem l’indispensabile, 1 Maggio 2008) E’ nella natura del potere monocratico di Berlusconi, di non rischiare di essere appannati da un competitore interno al proprio schieramento: Bossi va bene perché è di nicchia.

L’altra causa risiede nella filosofia stessa del Sindaco e del suo gruppo. Tutti i politici sono attenti all’immagine, va da sé, ma questo sindaco è totalmente conquistato dall’idea che l’opinione pubblica possa essere manipolata ad infinitum. Quel che conta è la comunicazione, l’intendance suivra…. E’ quel che Marco Alfieri chiama, a ragione, uno stile “padronale”, ma che è di derivazione bonapartista o gollista: le riunioni non si fanno in Consiglio comunale o in giunta; l’amministrazione comunale è una mucca da mungere in termini di sistemazione dei propri fedeli (come viene spiegato in pagine e pagine documentatissime -pp. 15 e sgg.- da Offeddu e Sansa), in barba alla meritocrazia famosa sventolata dal già Ministro Moratti a ogni piè sospinto. Ma qui si capisce che manca alla Signora Brichetto Moratti e ai suoi la conoscenza di un teorico importante che si chiama Amartya Sen, che spiega molto bene come le situazioni monocratiche siano assai meno efficienti di quelle democratiche, soprattutto in tempi di crisi.

Certo la democrazia è un po’ più costosa per i leaders, che devono dedicare molto tempo a parlare con tutti (chi ha la mia età ricorda bene le ore che Aniasi e Tognoli passavano a ricevere nel loro ufficio ogni genere di persone, senza escludere il comune cittadino). Ma il leader che disprezza questa attività e che scambia il Comune per un’altra delle sue aziende avrà poi quasi sempre delle brutte sorprese. L’operazione chiave della buona amministrazione, come suggerisce il sociologo Michel Crozier (altro studioso che evidentemente non s’insegnava in via Conservatorio) è l’”écouter”, ma si deve ascoltare per capire e per venire incontro, non per manipolare come fanno i drogati dei sondaggi.

Il politico Zelig, come Berlusconi, che fa l’amicone di tutti, a un certo punto deve rientrare nel castelletto delle promesse. L’impressione generale è che Moratti sia molto brava a promettere, ma non altrettanto brava a mantenere e che la differenza tra ciò che fa e ciò che dice sia molto forte. Già ai tempi del MIUR era stata pubblicamente tacciata di “bugiarda” da Walter Tocci, per la sua fantasmagorica abilità di far girare cifre senza fondamento – un’accusa che è stata ripresa da Marco Travaglio di recente. L’ECOPASS è un esempio clamoroso: venduto come la panacea per molti mali è stato realizzato in un turbinio di compromessi, furbatine all’italiana, stemegnerie alla genovese e improntitudini alla milanese. Risultato: tanti soldi spesi e un pugno di mosche in mano (vispe nonostante l’inquinamento). Eppure era, in principio, una misura che aveva trovato un buon consenso anche di là da una stretta cerchia di sostenitori del sindaco, anche se con la feroce opposizione di altri gruppi che la ritenevano contraria ai propri interessi e le perplessità di molti esperti che si rendevano benissimo conto che una soluzione di facciata si sarebbe risolta in un gigantesco spreco di soldi. Embè? Sento dire, questa è la condizione normale della politica locale e più in generale della politica. Vero, verissimo, ma non è nei problemi che sta il baco (i problemi di Milano sono più o meno quelli di tutte le grandi città) bensì nelle soluzioni proposte.

La politica è sempre una attività di compromesso o meglio di composizione tra interessi e posizioni diverse, ma non può fermarsi allo scambio di favori tra gruppi diversi, un tot a me e un tot a te pesati sui bilancini dei sondaggi (contro l’interesse della mia professione raccomanderei un anno bisestile senza sondaggi i cui pericoli sono ben raccontati da Paolo Natale, Attenti al sondaggio, Laterza 2009). Se ci si limita alla pure e semplice logica del do ut des si cade rapidamente nel “dilemma del prigioniero”, che è esattamente la situazione della politica milanese, in cui la razionalità dello scambio puro porta allo stallo. La leadership politica deve fornire una sintesi, una visione, deve proporre idee, non vacue parole o promesse. Come diceva Bernard Shaw (o Bertrand Russell o qualche altro, non importa, andatevelo a cercare su Google) se io scambio una mela con te, alla fine ognuno dei due avrà una mela (vale esattamente anche per le parole mercificate), ma se scambio un’idea, alla fine ognuno di noi avrà due idee.

 

Guido Marinotti

 


 

DOVE VANNO I SOLDI PER L’ARTE?

27-10-2009 by Pietro Salmoiraghi · Commenti disabilitati 

Qualche giorno fa – precisamente il 28 settembre – grazie all’interessamento e allo spirito organizzativo di Emilio Battisti ho potuto partecipare a un interessante incontro dedicato alla Metropolitana di Napoli: presentavano i lavori, davvero degni del massimo rispetto, alcuni rappresentanti di MetroNapoli S.p.A. (società del Comune di Napoli che gestisce il trasporto su ferro in città) e dell’Amministrazione, gli architetti Aulenti e Mendini e alcuni artisti.

Sono state illustrate alcune delle così dette Stazioni dell’Arte: nate da un progetto promosso dall’Amministrazione Comunale per rendere più attraenti i luoghi della mobilità e offrire a tutti la possibilità di un incontro con l’arte contemporanea.

Gli spazi interni ed esterni delle stazioni hanno infatti accolto, sotto il coordinamento artistico di Achille Bonito Oliva, oltre 180 opere di 90 tra i più prestigiosi autori contemporanei, costituendo uno degli esempi più interessanti di museo decentrato e distribuito (Bonito Oliva parla di Museo Obbligatorio) sull’intera area urbana: un museo che non è spazio chiuso né luogo di concentrazione delle opere d’arte, ma percorso espositivo aperto, per una fruizione dinamica del manufatto artistico. La realizzazione delle stesse stazioni, affidata ad architetti di fama internazionale, ha rappresentato un momento di forte riqualificazione (e proprio qui sta la parte forse più interessante dell’intervento) di vaste aree del tessuto urbano: edifici, vie e piazze interessate dalle nuove stazioni.

L’incontro ha costituito un’importante occasione di approfondimento, dibattito e confronto che anticipa quella che si sta pensando di organizzare per fare il punto sulla situazione del trasporto pubblico di massa a Milano in vista dell’Expo 2015. Ma non solo: si pensi alla quantità di opere pubbliche che verranno poste in essere per l’occasione.

Anche relativamente all’inserimento di “interventi artistici”; in senso lato, in grado di qualificare gli interventi anche sul piano ….

Vale la pena di ricordare che esiste ormai da decenni una legge in merito (originariamente la 717, che nel ‘49 ripropone alcune norme già contenute nella cosiddetta legge Bottai, ministro delle corporazioni e ministro dell’educazione nazionale, legge del 1939 sulla tutela delle cose d’interesse artistico e storico): legge che (nonostante sia stata oggetto nel febbraio 2006 di minime varianti e, soprattutto, di Linee Guida per la corretta applicazione) è tutt’ora vigente, anzi, fatta propria di recente anche da molte regioni (in Lombardia si veda il D.g.r. 16 sett. 2009, n° 8/10167), dallo stesso Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (decreto 23 marzo 2006) e via discorrendo. Appare ancora nel Disegno di Legge sulla qualità architettonica approvato in via definitiva dal Consiglio dei Ministri il 19 novembre 2008.

Si tratta, come appare chiaramente, di una legge di fondamentale importanza per la promozione e il finanziamento dell’arte contemporanea: legge quasi sempre disattesa o malamente applicata (anche perché – afferma qualcuno – manca un apparato sanzionatorio efficace).

Pure, sotto il profilo sanzionatorio, la Legge è molto esplicita: “pesante” nei suoi risvolti applicativi. Laddove per esempio, afferma che (Articolo 2-bis (nota 8): “Nelle operazioni di collaudo delle costruzioni di cui alla presente legge, il collaudatore dovrà accertare sotto la sua personale responsabilità l’adempimento degli obblighi di cui all’art. 1 – ovvero la destinazione del 2% per opere d’interesse artistico -: in difetto, la costruzione dovrà essere dichiarata non collaudabile, fino a quando gli obblighi di cui sopra siano stati adempiuti o l’Amministrazione inadempiente abbia versato la somma relativa alle opere mancanti maggiorata del 5% alla Soprintendenza competente per territorio, la quale si sostituisce alla Amministrazione per l’adempimento degli obblighi di legge”. Inoltre altrove si prescrive che (legge 109/1994 Merloni e D.P.R. 554/99) “i quadri economici degli interventi sono predisposti … ove previsto includendo le spese per opere artistiche” e, al contempo (Articolo 2, nota5) “La scelta degli artisti per l’esecuzione delle opere d’arte deve essere effettuata, con procedura concorsuale, da una commissione composta dal rappresentante dell’amministrazione sul cui bilancio grava la spesa, dal progettista della costruzione, dal soprintendente per i beni artistici e storici competente e da due artisti di chiara fama nominati dall’amministrazione medesima”.

Che significa in pratica tutto ciò? Che è riscontrabile da sempre un enorme disinteresse, certo, da parte dei progettisti (che fin dal progetto preliminare devono prefigurare le modalità dell’”intervento artistico”: quale esso sia) ma, soprattutto, la totale inadempienza da parte dei Responsabili del Procedimento e, in particolare, dei collaudatori.

Capiamo il disagio che un direttore dei lavori e un progettista (e, in epoca più recente, un responsabile del procedimento) possano essersi trovati e si trovino ad affrontare: ovvero una procedura concorsuale che si sovrappone all’appalto dei lavori e che coinvolge un soggetto nuovo, qual è l’artista, senza un adeguato supporto sia tecnico amministrativo, che culturale.

Ma che dire dei Soprintendenti alle gallerie e per i beni artistici e storici piuttosto che delle associazioni degli artisti’: che non decidono di far valere i propri diritti?

Viene un certo malessere. Tutti i collaudatori, i progettisti, i RUP (quali? quanti?) di opere pubbliche che non hanno ottemperato alla normativa configurano un comportamento lesivo? Perseguibile? In quale modo? Reati prescritti? E via discorrendo: dove sono finite le cifre corrispondenti?

Certo, le critiche ci possono essere: il pericolo (ma mi pare remoto) di tentare di imporre una sorta di “arte del regime”, quello di “straniamento” dell’opera d’arte e coartazione della libertà dell’artista…

Pensiamo però, in questo stato d’inadempienza formale e sostanziale, quante occasioni si sono perdute (Scuole, Ospedali: ma anche Aeroporti, Stazioni ferroviarie, opere per l’Alta Velocità, Autostrade. Nonostante, infatti, esista la legge 241 sulla trasparenza degli Atti Amministrativi, non è sempre facile per noi comuni cittadini verificare la corretta applicazione di tutti gli adempimenti che una normativa prevede. soprattutto, tra l’altro, per l’impossibilità di reperire bandi di concorso per alcune grosse opere della Lombardia…)

E quelle che rischiamo di perdere nell’occasione dell’EXPO (anche se, ovviamente la questione è nazionale: e non solo locale).

Anche perché – come avvenuto a Napoli – si potrebbero introdurre (allargando la nozione di “opera da realizzare in situ”) momenti di forte riqualificazione di vaste aree del tessuto urbano.

Per fare un esempio si potrebbero citare le aree circostanti le nuove stazioni della cintura ferroviaria milanese riqualificata e con valenze metropolitane interessate.

Bene, in questa situazione di “marasma” (del tutto silenti Comune di Milano e contermini, Provincia/e ecc.) sola e isolata si fa udire la voce dell’assessore regionale alle Culture, Identità, Autonomie della Lombardia Massimo Zanello (peraltro leghista) che mercoledì 30 aprile 2008 in un comunicato dichiara:

“Circa dieci milioni di euro in più nei prossimi anni per i giovani artisti e l’arte contemporanea. E’ il risultato voluto e ottenuto oggi in giunta regionale dall’assessore alle Culture, Identità e Autonomie della Lombardia Massimo Zanello. Regione Lombardia destinerà lo 0,2 per cento della spesa sostenuta per le opere pubbliche alla realizzazione e all’acquisto di opere d’arte. Tale 0,2 per cento sarà ulteriormente incrementato di uno 0,1 per cento all’anno sino al raggiungimento della soglia del 2 per cento.

La cifra di dieci milioni di euro è stata ottenuta facendo un calcolo approssimativo che considera gli investimenti in infrastrutture pubbliche già stanziati e gli investimenti in progetto nei prossimi tre anni. Intendiamo così dare concreta applicazione alla Legge 717 del 1949, che regola le norme per l’arte negli edifici pubblici – spiega l’assessore Zanello – norme che fino ad ora sono state totalmente dimenticate dalla maggior parte delle amministrazioni pubbliche statali e locali.

Regione Lombardia stabilisce oggi invece le regole di un progetto culturale a lungo termine, che dà ai giovani artisti e all’arte contemporanea la possibilità di crescere e ottenere i riconoscimenti che merita. Questa decisione riguarda anche gli investimenti previsti per l’Expo e gli investimenti in opere pubbliche degli altri enti locali lombardi, in primis provincie e comuni il primo e più importante appuntamento sarà con la nuova sede di Regione Lombardia’”.

Perché? In base a quali ragionamenti, scelte e norme? Quale la delibera regionale?

Una sorta di sanatoria per il passato? O – ciò che più dovrebbe preoccuparci – una dubbia ipoteca sul futuro?

Ho cercato di fissare con lui un appuntamento ma, non essendo un giornalista accreditato, sono stato evasivamente quanto fermamente eluso già a livello dalle segreterie.

Qualcosa da fare a me pare ci sia: a tutti noi buon lavoro!

Pietro Salmoiraghi

 

P.S.: non vorrei che ci si dimenticassero gli interventi progettuali di Rossi, Gardella, Canella, Albini, Noorda… per MM.

Così come sin d’ora mi scuso con tutti coloro (vere mosche bianche!) che hanno profuso le proprie energie per promuovere quegli interventi – ribadisco: invero pochi e poco noti – che in questi ultimi vent’anni e più hanno sortito qualche risultato.

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