CORSO VITTORIO EMANUELE: CANCELLARE LA CITTÀ DEI B.B.P.R.

29-6-2009 by Jacopo Gardella · Commenti disabilitati 

Due attentati gravissimi alla dignità dell’architettura contemporanea sono in procinto di essere commessi a Milano: complice il Comune e la banda affamata dei costruttori edili. Due assassinii, già orditi ma non ancora apertamente svelati, stanno per essere commessi, con l’avvallo del Comune e con l’alleanza tra imprenditori immobiliari e affaristi senza scrupoli, attivi nel mondo del commercio e della moda:

­ in pieno centro di Milano, a metà di Corso Vittorio Emanuele, un autorevole edificio firmato dal noto studio di architettura B.B.P.R. (Belgiojoso – Peressuti – Rogers) è sul punto di essere sconciato da un intervento irresponsabile che ne snatura l’intero piano terreno;

­ sulla cintura degli ex-Navigli, di fronte al seicentesco Palazzo del Senato, un dignitoso edificio, progettato da Roberto Menghi e Marco Zanuso – allora giovani architetti, divenuti in seguito noti in Italia e all’estero – sta per essere sventrato a livello di strada e irrimediabilmente snaturato.

In entrambi gli edifici l’intero piano terra – piano sempre ambito da chi esercita attività commerciali ed ha bisogno di vetrine per negozi – viene trasformato e sfigurato; e l’attuale destinazione residenziale diventa area di esposizione e di vendita. La conseguenza, per i due edifici, è tragica: tutta la loro zona basamentale, strettamente integrata alla composizione architettonica dell’intera facciata, viene trasformata e sostituita da una cortina perimetrale d’immensi cristalli. All’ignorante che ha l’ingenuità di dire: che bello! si fa notare che sarebbe altrettanto bello sostituire le basi di marmo bianco in un colonnato greco con altrettanti piedistalli di plexiglass trasparente.

Più che descrivere la gravità della ferita (ferita quasi mortale) inferta a due nobili esempi della migliore tradizione architettonica milanese, è necessario fare alcune considerazioni sul costume amministrativo che sta devastando la nostra città.

Va premesso che i due edifici saranno rovinati (ma sarebbe meglio dire massacrati) da un intervento volto esclusivamente a fini commerciali e mirato a ottenere l’unico ed esclusivo vantaggio di imprenditori e gestori privati. Non si è di fronte ad una nobile causa sociale, filantropica, culturale, che possa giustificare il sacrificio delle citate architetture: siamo di fronte ad una corsa sfrenata, siamo al cospetto di un avido arrembaggio, teso unicamente a ricavare il massimo sfruttamento possibile da posizioni di rendita sicuramente invidiabili. Per essere infatti situati in zona centralissima, i due interventi edilizi offrono la garanzia certa di un investimento più che vantaggioso; e ciò è reso possibile dal fatto che Milano vive in un regime di selvaggia libertà edilizia e di controlli pubblici inesistenti.

Di fronte ai soldi non si esita a sfregiare due ottimi esempi di architettura contemporanea, entrati ormai di diritto a far parte della storia edilizia non solo milanese, ma anche italiana.

Alle colpe, gravissime, di un’incolta Amministrazione comunale, che consente operazioni così deplorevoli, occorre anche riconoscere le enormi lacune della nostra legislazione nazionale e l’imperdonabile inadempienza degli organi centrali. Non esistono leggi poste a tutela di edifici privati contemporanei, anche se riconosciuti d’indiscusso valore artistico. Non esistono strumenti legislativi a difesa degli architetti moderni, anche se le loro opere sono universalmente note ed elogiate. Mentre la tutela degli edifici pubblici, quando sono di interesse monumentale, entra in vigore dopo cinquanta anni dalla loro costruzione, per gli edifici privati, anche se di valore e di qualità, non sono previsti limiti di tempo dai quali calcolare la loro validità storica e il loro significato nell’ambito della tradizione; e quindi la loro necessità di essere tutelati.

La Soprintendenza, anche volendo salvare le migliori opere realizzate in tempi moderni, non possiede né può utilizzare strumenti adeguati a impedire la loro distruzione. Mancano le leggi per arrestare lo scempio, ma soprattutto manca la coscienza civica capace di indignarsi, di protestare, di ostacolare i misfatti urbanistici, sempre più frequenti e continui, a danno di tante opere appartenenti alla nostra epoca.

 

La popolazione assiste passiva allo smantellamento della sua città. Nessuno si scompone; nessuno si ribella. Tutto viene tollerato; anche le operazioni che farebbero arrossire qualsiasi persona conscia dei diritti che spettano al cittadino. Infatti ciò che sta per essere pacificamente approvato dal Comune non danneggia soltanto la recente storia dell’architettura milanese ma viola anche alcuni diritti urbanistici che spettano agli abitanti di Milano: tra questi va ricordato il diritto di transito pubblico, lungo il sottoportico che collega Corso Vittorio Emanuele con Piazzetta Pasquirolo; attraverso il piano terra dell’edificio progettato dagli architetti Belgiojoso, Peressuti e Rogers. Il Comune abolisce il diritto di transito e concede al proprietario privato di incamerare la superficie riservata a quel transito, per potervi alloggiare i suoi spazi di vendita. Ciò che aveva ottenuto, legittimamente, al momento della costruzione dell’edificio, ora il Comune lo perde e sperpera, illegittimamente, al momento della sua ristrutturazione.

L’operazione non è ovviamente gratuita: il Comune dirà che i soldi, richiesti al nuovo proprietario in cambio dell’ex-transito pedonale, saranno spesi per il bene della città. In realtà tutti sanno quanto poco valgano queste altisonanti dichiarazioni. Quei soldi verranno spesi chissà come; mentre si sa perfettamente come e quanto nuocerà ai cittadini essere defraudati di un passaggio vitale in zona centralissima.

Il procedimento è reso possibile da un Comune che dilapida un patrimonio posseduto da tutti i cittadini, e lo svende a esclusivo beneficio di pochi e avidi privati; un Comune non solo che non argina e non frena, ma, connivente, favorisce e incoraggia il sopruso.

                                    

Jacopo Gardella

ECOPASS. DECIDONO DI NON DECIDERE

29-6-2009 by Maurizio Mottini · Commenti disabilitati 

Sulla vicenda dell’Ecopass bisognerà pur decidere qualcosa. Si era detto che dopo un anno di sperimentazione si sarebbe consultata la città, ma per ora non è successo niente. L’Amministrazione Moratti all’inizio dell’anno ha strombazzato a destra e a manca i “grandi risultati della grande innovazione” ma poi, pian piano, sono emersi dati reali ben diversi.

Il Corriere della Sera del 28 maggio, in cronaca milanese, con ben tre articoli dava il quadro del fallimento dell’esperienza fatta. Sull’inquinamento rigorose valutazioni di esperti epidemiologi hanno detto che l’influenza sul dato della città è stato nullo.

(e il fondino di Sergio Harari ha sottolineato come diffondere dati non attendibili e non verificati da parte dell’Amministrazione sia cosa grave: ” la scienza è una cosa seria”) Circa il traffico in centro dopo i primi mesi che avevano registrato un calo significativo, favorendo la velocità commerciale dei mezzi pubblici, tutto è tornato se non come prima quasi, mentre l’unico elemento positivo è stato il contributo a una maggior sensibilità ambientale.

Ci sono state troppe deroghe nella definizione dei divieti? Bisogna forse impedire ogni deroga? Il parziale rinnovo del parco macchine dei milanesi ha incrementato l’ingresso nella zona delle ormai più numerose auto dotate dei requisiti richiesti? O bisogna aumentare le tariffe come suggerisce il consigliere comunale Fedreghini, sulla base dell’esperienza di Londra? Insomma “che fare?”, se anche Lega Ambiente che aveva caldamente appoggiato l’iniziativa è giunta recentemente a dire che è stato un fallimento?

Che l’area dell’Ecopass fosse troppo piccola per determinare qualcosa di positivo sul tasso d’inquinamento della grande Milano era facilmente prevedibile. Che portasse qualche beneficio temporaneo sulla circolazione in centro era pure prevedibile. Ma solo se ci si scorda del grave errore fatto dal centrodestra milanese di annullare il blocco delle auto entro la Cerchia dei Navigli, che i milanesi avevano deliberato in una consultazione popolare nel 1985!

Che il costo degli impianti di controllo e monitoraggio per la realizzazione dell’esperimento sia stato ingente è certo, tanto che mai l’Amministrazione ha fornito dati precisi al riguardo. Ci sono state stime circa un possibile equilibrio dei costi con i ricavi delle multe per le infrazioni alla disciplina Ecopass nel corso del 2008. Ma sono appunto stime, non dati certi. Comunque è stato un costo notevole, di qualche milione di €.

Che fare allora? Abolire le deroghe? Aumentare le tariffe?

Perché non fare una scelta più coraggiosa?

Interpelliamo i cittadini per sapere se sono d’accordo a chiudere al traffico privato (fatti salvi i residenti) nell’area compresa dalle mura spagnole!

Non ci sarebbe nessun costo aggiuntivo poiché gli impianti di controllo già ci sono. L’effetto antismog ci sarebbe, poco ma sempre meglio dell’Ecopass (c’è stato ricordato che c’è inquinamento anche da attrito delle gomme e non solo da gas di scarico). L’effetto anticongestionamento del traffico sarebbe certo. L’ATM avrebbe un’occasione (non eludibile) per incrementare la capacità di trasporto delle linee del metro e dei mezzi di superficie, uscendo dalla visione micragnosa che l’ha caratterizzata in questi anni.

E il Sindaco uscirebbe finalmente dalla bambagia delle pubbliche relazioni per affrontare un tema urbano con la dovuta serietà.

E’ fantapolitica? Spero proprio di no, per il bene della città.

 

Maurizio Mottini

LA SOLITUDINE DEL CENTROSINISTRA

29-6-2009 by Massimo Cingolani · Commenti disabilitati 

I risultati delle provinciali a Milano evidenziano un dato da poco conosciuto nel mondo della sinistra: l’astensionismo. A parte la propaganda che, dopo le elezioni dovrebbe lasciare spazio alla riflessione, e le banalità, è giunto il momento di chiedersi perchè alle ultime elezioni milanesi l’elettorato di centrosinistra non si è presentato in massa alle urne.

Il primo motivo è perché non esiste più quel blocco sociale di massa che s’identificava in candidati progressisti in maniera acritica e ideologica. Ora esistono gli individui, piccoli imprenditori, artigiani, professionisti.

 

Spesso sono ex lavoratori dipendenti, “costretti” dal mercato a mettersi in proprio e a confrontarsi con la concorrenza senza le garanzie dei dipendenti. Hanno scoperto le difficoltà della burocrazia nelle istituzioni, dell’accesso al credito, ecc.

Il secondo motivo è la crisi economica, della quale oggi tutti sono pronti a fare analisi dettagliate ma nessuno tra economisti, sindacalisti, opinionisti mi sembra ci avesse messo in guardia solo l’anno scorso. Il “tesoretto”andava subito ridistribuito perché l’economia era in fase di crescita continua.

 

Un altro elemento è il sistema di garanzia che riguarda solo poche realtà, generalmente quelle meno competitive. E quando ti bloccano il fido in banca si è soli, nessuna istituzione ti è vicina, nessuna forza politica. A questo punto, perché questa massa d’individui dovrebbe mobilitarsi, andare a votare, cosa cambia per loro? Niente.

L’unica motivazione può essere ideale e ideologica e, molto probabilmente, quello che condiziona certe scelte sono fattori come l’età, la tradizione, la storia personale.

Questo lo si nota nell’analizzare la vittoria del centrosinistra in Provincia.

 

L’area metropolitana milanese è abbastanza omogenea, a parte qualche zona dove possono esserci maggiori problemi di sicurezza, il fattore determinante della vittoria o della sconfitta è la tradizione e la presenza di candidati particolarmente legati al territorio.

Questo è un po’ poco per limitare il lento declino del PD, e dico del PD, perché le altre aree della sinistra, in particolare quella antagonista, sono ormai residuali e sopravvivono non per un reale insediamento nel tessuto sociale ma, probabilmente, solo per una presenza generazionale, e le salva l’allungamento della vita media.

 

Dobbiamo a questo punto sperare nel Congresso vengano posti all’ordine del giorno pochi concetti semplici, ad esempio: chi e che cosa vogliamo rappresentare? Obama ha avuto subito chiaro che i suoi riferimenti erano e sono la classe media. E’ necessario avere dei valori democratici ma che valorizzino l’individuo e il sano individualismo democratico e solidale. Occorre dare spazio ai giovani, intesi come giovani competenze e idealità: si vedono troppi e troppe trentenni allevati come polli in batteria in circoli o ex sezioni più che mai obsoleti.

 

Smettiamo con le ipocrisie dei “giovani” che spesso lo sono solo anagraficamente. Ho visto che a Torino, all’ultima riunione del Lingotto, che ultra cinquantenni sono diventati quarantenni (magari bastasse questo per fermare il tempo), intanto molti giovani normali e in buona fede s’identificano di più con il centrodestra. Questo ci permetterà di parlare un linguaggio comprensibile, infatti comunicare in modo che nessuno capisca è come essere muti, e su molte tematiche (sicurezza, opportunità, crisi, sviluppo della città, ecc.) siamo stati assenti.

Penso proprio che l’ultimo campanello di allarme sia già suonato, speriamo che i nostri avversari non ci abbiano già svaligiato l’elettorato, anche perché il PD non è assicurato sul rischio fallimento. Di solito i rischi certi non li quota nessuno.

 

Massimo Cingolani

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