SIERI E VACCINI URBANI “CONTEMPORANEI”
24-5-2009 by Michele Calzavara · Commenti disabilitati
In una bellissima lezione di ormai molti anni fa, Paolo Fabbri, da linguista che si applica allo spazio, raccontava come “la gente che studia lo spazio senza studiare le proprietà degli attori e la proprietà del tempo non capisce lo spazio. Isola semplicemente una proprietà, la mette in terza persona e pretende di studiarla. I logici prendono il discorso e lo denudano della enunciazione, gli tolgono le modalità e così via. Una volta che hanno ottenuto questa serie di proposizioni logiche lo rimettono sopra la lingua e scoprono che la lingua è tanto disobbediente, scoprono che non funziona, che la lingua è piena di paradossi, che parla male … Credo che l’architettura per certi versi fa questo tipo di pratica, cioè impoverisce la complessità della spazialità, denudandola dei suoi aspetti enunciativi, tentando di fissarla o prefissarla a dei ruoli infiniti che potrebbero abitarla, svuotandola della struttura di temporalità, poi la riapplica sul reale e scopre che il reale è tanto disobbediente.”.
Era l’inizio degli anni Ottanta. Da allora, il reale ha talmente disobbedito che qualsiasi “costruzione logica” dell’architettura ha segnato il passo. Oggi fioriscono le enunciazioni, le modalità infinite, non c’è più struttura (formale) che tenga. Non è né un male, se per struttura formale abbiamo in mente una Bicocca, o una “città italiana” a Shanghai (che è più o meno la stessa cosa, ma più bassa e più larga), né necessariamente un bene, di per sé, se in questa liquidità generalizzata ciò che prolifera è un catalogo di eccezioni da Campo Marzio piranesiano (City Life?), guardato con il filtro delle parole di Tafuri, “sperimentazione basata su deformazioni geometriche prive di limiti … esaltazione del frammento (che) permette anche di dimostrare quanto sia inutile tale affannoso rincorrersi di strutture eccezionali”. Appunto, per quanto eccezionali, pur sempre strutture sono. L’architettura (certa architettura) vive da tempo in questo equivoco, che è un po’ un paradosso: destrutturarsi producendo strutture.
Destrutturarsi perché così vuole il mercato dei segni, sembrerebbe, se no non ci sarebbe motivo. E produrre strutture perché così vuole il mercato immobiliare, ovviamente, e non gli si può dar torto. Insomma, il progetto architettonico non ha mai finito di cristallizzare il tempo, anche se lo ferma nell’istante dello sconquasso della forma. Intanto, quel reale che produce disobbedienti enunciazioni viene riassorbito nella sua macchietta parodistica, una metafora del brusio della lingua impoverita (di nuovo) di tutte le sue mobili strutture temporali, legate ai modi, alle situazioni e alle sfumature dei contesti.
E veniamo al contesto, allora, che nel nostro caso è l’ex Istituto Sieroterapico Milanese, dove i cantieri sono aperti per saturare il potenziale edificatorio complessivo dell’area, di circa 35.000 mq., con tre nuovi edifici ad uso terziario/industriale (progetto Dante Benini per Brioschi Sviluppo Immobiliare): “Come sempre avviene in questi casi il grande dilemma è di stabilire se percorrere la strada del falso storico, non necessariamente volgare, o quella di un intervento contemporaneo che possa convivere con un contesto cosi storicamente pregevole. Nell’acquisire questo incarico abbiamo somatizzato in modo profondo le poche note sopra descritte e per attitudine, ma anche perché ritenuta più idonea, abbiamo scelto di portare il tema sul piano della contemporaneità futuribile” (parole del progettista). Ed ecco quindi: “tre nuovi edifici progettati come bolle asimmetriche in vetro trasparente, per creare un’armoniosa integrazione dei nuovi volumi con l’esistente; le tre bianche e profonde coperture diventeranno grandi riflettori notturni di riferimento per la città” (parole dell’impresa appaltatrice).
Mica per fare le pulci, non sia mai, ma qui qualcosa non torna. Da una parte, non si capisce a beneficio di chi siano i tre “grandi riflettori notturni di riferimento”, visto che il tessuto urbano in cui sono inseriti mi sembra piuttosto denso per consentire loro di diventare un vero e proprio Landmark, se questo vogliono essere (e lo vogliono, ma da un elicottero, forse…), e comunque, queste sono ciarle da linguaggio commerciale. Dall’altra, si parla di “falso storico” come unica alternativa al contemporaneo, e si fa del contemporaneo una categoria un po’ troppo trasparente e coincidente con l’attualità, per non essere una banalizzazione e un’autogiustificazione. Ma il contemporaneo, di per sé, è una scatola vuota, e forse qualche motivazione in più sarebbe stata necessaria. Anzi, per dirla con Agamben, “la contemporaneità è una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze … Il contemporaneo è colui che, dividendo e interpolando il tempo, è in grado di trasformarlo e di metterlo in relazione con altri tempi, di leggerne in modo inedito la storia, di ‘citarla’ secondo una necessità che non proviene in alcun modo dal suo arbitrio”. E ancora: “Contemporaneo è colui che tiene fisso lo sguardo nel suo tempo, per percepirne non le luci, ma il buio”. Insomma, mi sembra che ci siano troppe luci (leggi sicumera) in queste bolle di contemporaneità, al di là del giudizio che si voglia darne in termini di architettura e città. La quale, intanto, sopporta, assorbe, metabolizza (ma ci riesce davvero?).
Michele Calzavara
LE TRE ASIMMETRIE DEL SISTEMA SANITARIO LOMBARDO
24-5-2009 by Maria Grazia Fabrizio · Commenti disabilitati
Nel mio precedente contributo relativo ai controlli nel sistema sanitario lombardo (pubblicato erroneamente a firma della mia amica e collega Sara Valmaggi) facevo riferimento allo scarso ruolo dato ai cittadini su quell’argomento.
Vorrei partire da quella riflessione per affondare ancora di più il coltello in quelle che io definisco le tre piaghe sottovalutate della sanità lombarda e che rappresentano le asimmetrie colpevoli di un degrado valoriale, sociale e culturale non visibile quanto il degrado di un palazzo, di una strada, di un quartiere, di una città, ma altrettanto pesante e frutto di ingiustizia.
La prima asimmetria è quella finanziaria.
Il bilancio regionale assegna alla sanità risorse ben superiori a quelle per il sociale, facendo un’ulteriore scelta di campo all’interno dello stesso finanziamento per la sanità in favore di quella ospedaliera. Ciò ha reso molto forti, grazie agli accreditamenti, le grandi strutture private e quelle pubbliche più competitive sul piano delle prestazioni ma ha mortificato molte strutture pubbliche e smantellato la sanità extraospedaliera e il sistema socio-sanitario, mettendo sulle spalle delle famiglie tutto il peso degli interventi necessari “prima” e “dopo” la prestazione in ospedale.
Pensiamo alla non autosufficienza. Oggi le famiglie sono caricate dei costi di un ricovero in R.S.A. per cifre notevoli, ma volendo far permanere la persona in famiglia sono costrette a ricorrere alle “badanti” con costi comunque totalmente a loro carico.
La domanda da porsi è quindi quanto la scelta a monte è pagata a valle dalle famiglie e, soprattutto, è libera scelta
o scelta di altri che però è pagata da chi si trova nel bisogno?
La seconda asimmetria è quella informativa.
Per quanto oggi i cittadini siano in grado di arrivare a notizie, indicazioni, suggerimenti, è evidente che di fronte al professionista, al medico, sia in uno studio che in ospedale, le nostre informazioni non possono che risultare sempre minime. E’ la stessa asimmetria esistente, per motivi diversi, tra datore di lavoro e lavoratore. Non a caso i saggi sindacalisti e i bravi politici approvarono lo Statuto dei Lavoratori, la legge che dava gli strumenti per riequilibrare il rapporto di forza, purtroppo a volte di ricatto, del datore di lavoro nei confronti del lavoratore.
Nella sanità questo manca e a volte questo squilibrio rende vulnerabili pazienti e familiari perché colti nel momento del bisogno. Non si spiegherebbe altrimenti il motivo delle prescrizioni, dei ricoveri e degli interventi inappropriati, frutto della logica mercantile della sanità lombarda in cui purtroppo la merce è il nostro corpo.
Questa riflessione mi porta alla terza asimmetria, la più odiosa persino da descrivere, che è quella delle opportunità.
I dati ci dimostrano che muore di tumore in percentuale maggiore chi ha meno disponibilità economiche e informative. Cioè chi più sa e più può spendere riesce a curarsi meglio e, spesso, a sopravvivere.
Ma la famosa libera scelta rende davvero tutti liberi o qualcuno è reso più libero di altri?
E in questo caso possiamo definire il nostro un sistema giusto, equilibrato e garantista?
La risposta è un convinto no, perché la governance pubblica ha abbandonato il suo ruolo di garante dei diritti di tutti in favore di un sistema selettivo, fintamente libertario ma realmente liberticida se, ancora nel 2009 articola la nostra società in caste, con diverse possibilità di accesso ai diritti. A che cosa servono le eccellenze che abbiamo, che abbiamo sempre avuto in campo sanitario in Lombardia, se si creano sistemi di accesso asimmetrici?
Nella mia concezione di Repubblica fondata sulla coesione sociale e sull’uguaglianza delle opportunità e dei diritti non dovrebbe trovar posto nessuna delle asimmetrie indicate, quanto meno per quanto riguarda i diritti costituzionalmente garantiti alla salute, all’assistenza, al lavoro, all’istruzione e alla casa.
Un solco profondo separa le due concezioni, anche se questo mondo di luci, di lustrini, di spettacolo in cui viviamo mette in ombra la realtà del degrado sociale, culturale e valoriale.
Maria Grazia Fabrizio
UNA NUOVA STAZIONE CENTRALE A BOVISA
24-5-2009 by Emilio Vimercati · Commenti disabilitati
L’amministrazione comunale milanese sta predisponendo il piano di riuso delle aree ferroviarie sottoutilizzate cui seguiranno i singoli progetti attuativi presentati dai soggetti vincitori delle gare che saranno indette per la vendita delle aree.
Una grande occasione per riorganizzare il territorio nelle sue componenti socio-economiche, urbanistiche ed ambientali soprattutto per gli aspetti viabilistici e del trasporto pubblico.
La speranza è che non si segua il precedente esempio di Porta Vittoria e della Beic.
Ne deriverà un beneficio per il sistema ferroviario?
Di questo si discute poco o nulla. E’ sicuro però che si perderanno aree logistiche di straordinaria importanza per la mobilità delle persone e delle merci che avviene su ferro e quindi con tutte le caratteristiche ecologiche che come noto ne conseguono.
Forse non è necessario rivitalizzare la città puntando solo sui grandi eventi ma anche pensando a profonde modificazioni intese a migliorare la qualità urbana in una prospettiva lungimirante e duratura, perché no, secolare.
Infatti, mentre assistiamo alla corsa per la realizzazione di percorsi ferroviari ad alta velocità e capacità, competendo con gli aerei sul filo dei minuti, a Milano continuiamo a lasciare immutate le attuali stazioni di testa anziché quelle passanti sprecando territorio e tempo prezioso per far entrare e uscire i treni.
Si ricorda che questa città nel suo espandersi ha mantenuto intatta la sua struttura novecentesca trattenendo dentro di sé carcere, stazioni, caserme, depositi ATM e persino le rimesse della metropolitana, con l’unica eccezione della Fiera.
Queste grandi funzioni urbane sono diventate incongruenti con lo sviluppo del territorio e la vivibilità della città ed ora se ne prende atto con grave ritardo rispetto alle altre realtà europee che si sono confrontate per tempo con la pianificazione metropolitana di area vasta.
In questo contesto di modernizzazione della città, anziché spendere soldi per la manutenzione della Stazione Centrale o di Garibaldi/Repubblica, appare appropriato pensare ad un nuovo polo ferroviario con una grande nuova stazione sull’area di Bovisa Gasometri sul cui anello ferroviario corrono le linee passanti e sul cui tracciato può trovare spazio anche un’altra stazione intermedia sull’area dismessa del deposito FS Martesana.
Una soluzione decentrata che risolve innanzitutto il problema della bonifica di Bovisa, va a riqualificare importanti zone periferiche, permette di decongestionare il centro dalle attuali barriere ferroviarie ricucendo parti di città che oggi non comunicano fra loro, mette in moto un processo di ridistribuzione del mercato immobiliare sia residenziale sia delle piccole e medie attività, razionalizza e riduce i percorsi ferroviari.
Se si osserva una pianta di Milano risulta evidente che eliminando quelle aste che penetrano in città da Bovisa a Garibaldi e dalla Martesana a Piazza Duca d’Aosta cambia il volto di tutto il quadrante nord. Le attuali stazioni possono diventare rilevanti centri di interesse socio-economico e culturale mentre l’eliminazione dei rilevati, dei fornici, delle barriere e delle infrastrutture a queste connesse costituisce un decisivo recupero di spazi liberi, un miglioramento dell’impatto acustico e visivo, una migliore qualità del disegno urbano e del suo reticolo connettivo.
Una città proiettata verso il futuro non può impedirsi di immaginare il proprio sviluppo innanzitutto partendo da una più razionale distribuzione della rete di trasporto su ferro e che porta con sé innovazione, riqualificazione, opportunità strategica, in una dimensione spaziale efficace ed ordinata.
Emilio Vimercati



