ETICHE DI MARE 2
7-9-2010 by Guido Martinotti · Lasciate un Commento
Non di etica ma di etichetta, anzi di etiquette istituzionale si è invece parlato molto a proposito del mancato invito alla festa del PD del (contestato) governatore del Piemonte Sergio Cota. Il primo a insorgere è stato Sergio Chiamparino che sta facendo una difficile operazione di convivenza (non voglio dire alleanza perché non credo che di questo si tratti) con la lega e che si è visto sottrarre la presentazione di un libro con Maroni e ha protestato perché si sarebbe trattato di un caso di poca eleganza istituzionale e di commistione tra giustizia e politica. Ha calcato la dose Michele Salvati con una doppia proposta, che mi sono parse una più balzana dell’altra (in effetti credo che Salvati ci facesse veramente). E cioè che Bersani avrebbe dovuto rimediare a questa gaffe chiedendo scusa a Cota, con la schiena dritta come Gary Cooper con il chepì della legione straniera in Beau geste, ma al contempo pregandolo di dimettersi.
Mi scuso con Chiamparino e Salvati, ma a me sembra che la vera gaffe sarebbe stata proprio quella di invitarlo, il Cota. Infatti il galateo e le buone maniere che esso impone (se la politica deve rifarsi alle buone pratiche borghesi come si richiede) trovano un limite fondamentale nel principio più generale delle buone maniere che è quello di non creare imbarazzo nei convitati: “Non parlare di corda in casa dell’impiccato”, raccomanda la saggezza popolare. E le signore della buona borghesia sanno che non devono invitare nella stessa sera due coniugi in conflitto coniugale, la vedova con l’amante del defunto o il creditore e il debitore defaulted e neppure persone notoriamente in conflitto tra di loro. Del resto basta fare un piccolo esperimento mentale: che cosa avrebbe potuto dire Cota invitato dalle stesse persone che hanno messo in dubbio la legittimità della sua elezione? Tanto più se poi i dirigenti del PD una volta avutolo sul palco gli avrebbero dovuto, sempre secondo la proposta Salvati, notificare la richiesta di dare le dimissioni per il bene comune. Non so quale gesto la Lega faccia in questi casi, ma posso immaginarmelo.
Ho l’impressione che si confondano i livelli, non dire parolacce all’avversario non significa essere che il dibattito politico dovrebbe seguire le regole dei don di Oxford o Harvard che discettano con i loro allievi seduti sull’erba dei commons nei colleges, secondo le regole del contendere applicabili anche alla guerra dei nobili “tirez vous les Anglais” “nous ne tirerons jamais les premiers” e via con il tormentone Alphonse/Gaston. Purtroppo i nostri oppositori (per carità non avversari) hanno dato concreta volontà di seguire regole ben diverse, dimostrando a tutto il mondo di essere capaci di cafonate da curva sud anche a casa della Regina di Inghilterra. Ma il galateo c’entra poco, anche quello istituzionale, c’entra invece, e molto, una linea politica dell’opposizione e in particolare del PD che ne è la spina portante. Il punto “politico” di fondo è questo.
Il PD deve continuare a dedicare la grande parte dei suoi sforzi a dimostrare (poi si dovrebbe chiarire a chi) di essere il più possibile intercambiabile con il PDL-Lega, con la conseguenza, tra l’altro, di rafforzare elementi di comunanza (come scrive Salvati) tra i quali, per esempio, lo scambio di convenevoli e diplomatici alle rispettive feste (ma chi del PD va a Pontida?), oppure deve marcare le proprie differenze? Esiste una qualche ipotesi consolidata di teoria politica o di opinione pubblica che porta evidenze che sia più facile conquistare consensi se si cerca di imitare il proprio avversario? Non mi sembra, mentre c’è in questo senso una forte propensione da parte della dirigenza del PD a ritenere tale posizione un assioma indiscutibile (che coincide, guarda caso, con i comportamenti più corrivi e meno faticosi).
Non si potrebbe invece almeno prendere in considerazione l’ipotesi opposta e cioè che sia vero il contrario? I mitici “delusi del berlusconismo” sarebbero davvero più invogliati a cambiare di campo se gli si offrisse una sorta di sottomarca del berlusconismo piuttosto che un prodotto diverso? Quello che sentiamo dire dai finiani, che pure sarebbe assurdo considerare “di sinistra”, ci fa pensare invece che chi si stacca da una posizione voglia un taglio netto e che il costo della rottura debba essere compensato da qualche nuova prospettiva.
L’ultima settimana del mese di agosto si chiude con il Grande Mercatone dell’Etica di Rimini, che quest’anno è dedicato non solo all’anima ma anche al cuore: “Anema e core ” al 100%, ma forse anche “money”, che poi è il vero “core business” della Compagnia delle Opere. Da cui la battuta che circola nei corridoi del Festival (che poi alla fine questi uomini di chiesa hanno la lingua bella lunga) che raccomanda ai partecipanti di tenersi lontani dal Tempio malatestiano, perché lì c’è un signore barbuto che scaccia i mercanti. La Presidentessa del Festival di Rimini si è lamentata che la stampa abbia dato l’impressione che il Festival sia a proposito del “potere” e dei “potenti”, mentre è tutt’altra cosa: umiltà, riservatezza, fischi ai potenti e osanna agli umili, niente truppe cammellate, non si parla d’interessi e soldi e potere ma solo di opere di bene, come abbiamo potuto vedere bene tutti.
Speriamo che l’estate finisca presto e che si apra un po’ di spazio per i poveri peccatori come me che guardano all’autunno e alla vendemmia come a un periodo più godereccio. Mi accontento di poco, meno sepolcri imbiancati e più guinguettes sulla Marna con valse musette e buon Beaujolais oppure qualche scampagnata dalle parti di Alba per dare un’occhiata alle vigne (i tartufi, dopo aver visto quelli ostentati da Kiwi Man Rotondi, mi sono venuti a uggia e per quest’anno ho deciso di non mangiarne).
PS. In limine si è presentato Walter Veltroni a dare lezioni di politica e soprattutto a spiegare come si vincono le elezioni (sic). Che Veltroni voglia rientrare nel gioco è comprensibile e legittimo, anche se forse tutti noi avremmo il diritto di vedere qualche faccia nuova e sentire qualche idea diversa da quelle già sperimentate senza successo. Ma il punto è che uno che vuole rientrare deve pensare bene alla prima cosa che dice, altrimenti rischia di dover fare un altro giro. Veltroni che si rivolge “al Paese”, fa ridere almeno la metà di questo paese (per non dire di quanti dell’altra metà). Quale modello di narcisismo inflazionario spinge un comunicatore a usare un incipit con un rinculo così potente? Se avesse detto più modestamente “mi rivolgo ai miei elettori”, si sarebbe evitato un bel po’ di lazzi e avrebbe detto una cosa più esatta. Che avrebbe giustificato anche l’altra frase infelice sui 14 milioni di voti, che sarebbe stato bene tenere in sordina, perché sappiamo benissimo che nel sistema in cui viviamo i voti possono essere anche tantissimi, ma se non c’è quel famoso “più uno” che fa vincere, è meglio dimenticarli, perché fa male pensare allo spreco: quei consensi di allora non sono come una scatola di Magnum Classic che tieni del freezer e quando capita l’occasione te li mangi. Potrebbero essersi già sciolti al sole d’Agosto.
Guido Martinotti
ETICHE DI MARE 1
31-8-2010 by Guido Martinotti · Lasciate un Commento
Credo che se si dovesse cercare con uno di quei softwares di data-mining capaci di estrarre l’essenza da una mole sterminata di dati, l’Agosto italiano del 2010 risulterebbe dominato dall’”etica” (e dintorni, con: coscienza, anima, responsabilità, eccetera). “Si parla molto di una cosa – diceva mio nonno durante la guerra, riferendosi però soprattutto al denaro – quando ce n’è poca”. Mi sembra che questo si applichi perfettamente all’etica nel parlamento mediatico in cui ci troviamo immersi (per castigo divino, penso). Lo ha detto anche la Signora Santanché che se ne intende, basta tette, basta mondanità, “oggi la mondanità consiste nel non essere mondani”: vecchia storia, rivoluzionari a vent’anni, forcaioli un po’ di tempo dopo.
Gli unici che non se ne sono accorti sono alcuni personaggi di seconda linea come la Brambilla, che non ha ancora capito che il capezzolo è demodé e Rotondi, segretario di un partito di massa che si chiama “Democrazia Cristiana per l’Autonomia”, che ha organizzato una festa orrendamente cafona ostentando tartufi grandi come meloni, con buona pace cristiana (anzi democristiana) delle famiglie che non possono permettersi neppure un gelato. Molte spese con poco costrutto, perché alla fine, pur essendo Ministro dell’attuazione del programma (sic!), non è neppure stato invitato alla riunione a palazzo Grazioli in cui si discuteva del futuro programma del governo (una volta, quando c’era il teatrino della politica e non era ancora arrivato il Madison Square Garden berlusconiano, si chiamavano “verifiche”). Il che la dice lunga sul peso del ministro Rotondi, noto come Kiwi Man, e sul significato vero di quella riunione.
In realtà la stagione è stata aperta dai cosiddetti “finiani” che hanno introdotto nel dibattito, se non l’etica (ma forse sì) la legalità, subito scomparsa in un diluvio di squadrismo mediatico starnazzante al cui confronto un pollaio apparirebbe come un collegio svizzero. Si sono presentati poi sulla scena a parlare di etica oltre ai soliti prezzolati che dicono tutti la stessa cosa del Patron, anche due costituzionalisti liberali doc del calibro di Piero Ostellino e di Adornato che hanno proposto una nuova versione del dilemma mannheimiano e kekseniano (evidentemente riletti sotto l’ombrellone) tra democrazia formale e democrazia sostanziale. La soluzione proposta dal due (che coincide stranamente con le teorie di scuola arcoriana) è originale e sostanzialmente dice questo, c’è una costituzione scritta, roba frusta da legulei e poi c’è una costituzione materiale (quella vera) elaborata dal Capo con il popolo tramite il famoso dialogo con le masse. La Costituzione valida è quella del noto giurisperito confuciano Ghepensimi Sun_ki_mi, ” se mi piace la prendo altrimenti no e chi non è con me tradisce la volontà del Poppolo” (due “p”, please, e gota a cornamusa). Grandi costituzionalisti davvero! Ma soprattutto sempre dalla parte dei meno forti, ma questo è il liberalismo a l’italienne, specialista della famosa cafeteria legal theory, cioè “di una legge prendo solo qual che mi serve”.
Entra poi in campo a gamba alta sulle elezioni milanesi Roberto Caputo, no, pardon, Savino Pezzotta che, a proposito della possibile candidatura di Giuliano Pisapia, afferma di volere (come molti di noi) una Milano “aperta, vivibile, meno inquinata e incasinata. Capace di cogliere i grandi mutamenti[…]che tornasse capitale morale … ” (La Repubblica, 8 Agosto 2010, Milano, pag.V). Non ci sarebbe stato nulla di male sentire dire da un esponente, che si dichiara cattolico, anche qualche parola sui grandi temi etici di cui più di una volta ha trattato, con toni fermissimi e inequivocabili il Cardinale Tettamanzi: l’eguaglianza, la solidarietà, la lungimiranza per l’inclusione e l’amore per il prossimo. Ma, comprensibilmente, ci sono cattolici con diversi orientamenti e sensibilità. Preoccupa però che la prima affermazione di politica concreta che fa Pezzotta è che, se Giuliano Pisapia fosse candidato, visto che si è pronunciato in favore di un riconoscimento alle coppie di fatto, “sarebbe impossibile un’interlocuzione serena”. Nessuno chiede a Pezzotta di sostenere posizioni che non condivide, ma che cosa impedisce una “interlocuzione serena”, su un tema così delicato e controverso, con qualcuno che non necessariamente la pensa come te? Da che posizione morale viene un’affermazione così integralista? Non certo da quella dell’umanesimo cristiano ed evangelico che è alla base della tradizione culturale italiana e lombarda e i cui principi base sono condivisi da credenti e non credenti cresciuti in questa tradizione.
Ci sono nel nostro paese milioni di persone che, per le ragioni più diverse, hanno scelto o dovuto scegliere una famiglia intima, basata solo sull’affetto, invece di una famiglia convenzionale basata sulla forma (che non esclude, ma neppure garantisce, l’affetto). Queste persone sono cattoliche o atee, di destra o di sinistra o di centro, di ogni età regione o stazione sociale: hanno il diritto, in base a quell’umanesimo cristiano ed evangelico, di chiedere che i loro problemi umani, sentimentali e sopratutto concreti ed economici, vengano discussi senza editti talebani, da una parte e dall’altra, e che si arrivi a una soluzione buona per tutti, che rispetti certamente le sensibilità di tutti, ma che rifiuti le imposizioni moralistiche ideologiche e, soprattutto, che sia consona con quell’umanesimo cristiano ed evangelico che è patrimonio comune e di cui nessuno si può appropriare aprioristicamente. A Pezzotta e a chi la pensa come lui, proporrei di cominciare a ragionare in modo inclusivo, senza partire con l’usuale gambitto della politica tradizionale, di porre veti “a prescindere”, e senza cadere nella pratica trita e ritrita della sinistra (o del centrosinistra o del centro, non mi importa) di spararsi nei garretti prima ancora di cominciare la corsa.
A proposito di etica sarebbe utile chiarire, una volta per tutte, un punto che, con non poca falsa coscienza, i sedicenti “religiosi” fobolaici, tendono a confondere. Nel nostro paese siamo tutti o quasi “cristiani”; lo sono anche io che da adulto mi ritengo solidamente non-credente (o ateo) e sinceramente anticlericale, non antireligioso. Infatti, salvo la minoranza ebraica e altre piccole minoranze, tutti gli italiani della mia età e anche di vari decenni più giovani, hanno ricevuto un’educazione cristiana ed è assolutamente vero che la nostra storia ha radici cristiane – anche se ho ritenuto e continuo a ritenere inopportuno che questa affermazione di fatto venga tradotta in fondamento normativo.
Ma le radici grondano anche sangue e dolore e se vogliamo riscattarci da questo sangue e da queste sofferenze dovremmo tutti (credenti e non) rafforzare gli elementi umanitari e di comprensione umana che fanno parte di queste radici, non impugnare la spada vendicatrice di principi che sono altamente controversi anche all’interno della complessa dottrina cristiana. Nessuno ha il monopolio dell’umanesimo cristiano, ma chi vuole riconoscersi in questo umanesimo deve dare prova volta per volta di praticarlo veramente, hic Rhodus hic salta. Dobbiamo distinguere i principi dalle convenzioni; l’On. Giovanardi, che io seguo sempre con attenzione perché ha lampi di vera genialità buonsensaia, così spiega la sua visione del pubblico religioso: “guardate la chiesa, dice, nelle domeniche ordinarie sono pieni solo i primi banchi, ma nei giorni di grande festa si riempie tutta la chiesa. Ecco a noi (noi cattolici del PDL, ndr) quelli dei primi banchi non interessano, noi ci rivolgiamo a tutti gli altri”. Appunto, i risultati morali si vedono.
Uno degli ultimi arrivati nelle ferie agostane dell’etica è Vito Mancuso che con un’articolessa su Repubblica solleva un grave problema di coscienza: è eticamente accettabile continuare a lavorare per la Mondadori dopo che La Repubblica aveva denunciato una legge che garantiva enormi sgravi fiscali a una serie di aziende, tra cui preminentemente l’editrice di proprietà del premier grazie a una sentenza comperata dall’Avv. Previti per questo condannato anche in terzo grado? Se lo scopo era quello di risolvere il problema e sanare il tormento di un autore della Mondadori, la strada scelta è stata del tutto inadatta: infatti il problema di coscienza è un fatto privato e per chi ha una coscienza veramente sensibile si risolve privatamente e in silenzio, perché appunto è “un fatto di coscienza”, cioè di se con sé (o il dio che c’è in te). Al più si può dare testimonianza pubblica (martir in greco) dell’atto compiuto. Se invece è un atto di narcisismo pubblico un cattolico dovrebbe ricordarsi che questo comportamento viene condannato piuttosto duramente in Luca 18,10-14, ” Io vi dico: questi (il pubblicano, ndr) tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro (il fariseo, ndr), perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”). Se poi com’è parso, gli scopi erano invece quello di fare un po’ d’ammuina e prevenire una critica che sarebbe sicuramente arrivata – probabilmente da sinistra, dove i fessi non mancano – dopo il dossier di Repubblica o altro, Mancuso ha sicuramente sollevato un grande polverone, pagando però, io credo, conti piuttosto salati. Il primo è che ha fatto contemporaneamente la figura dell’”ingenuo” (che nella cultura italiana vuol dire fesso) e del furbastro (che se si fa beccare rientra parimenti nell’odiata categoria) e il secondo che non è stato convincente neppure con i suoi ammiratori, tra cui mi annovero, che anzi sono rimasti piuttosto male.
Ora un singolo lettore conta pochino, ma poiché sospetto che siano in tanti nella mia posizione, il risultato è stato parecchio negativo. Ma non tuttavia è il risultato più negativo: in primo luogo spostando il fuoco sul rapporto “etico”, autore-editore, si è creata una cortina fumogena sul vero problema “politico” editore-Premier; in secondo luogo si è data l’offa alla destra di prendersi (giustamente) gioco di un’intellettualità che per una ragione o l’altra (con rarissime eccezioni tra cui Don Gallo, l’unico che ha rotto il contratto) non ci ha fatto una bella figura, vedi il commento irridente su il Domenicale del 29 Agosto; terzo permette a Berlusconi di uscirne a testa alta dicendo, “vedete, tutti lavorano per me e mangiano nel mio piatto”. Insomma un esempio triste del “vai avanti tu che a me mi vien da ridere” e una conferma della implacabile propensione della comunità degli intellettuali letterari italiani di porre questioni che non possono essere risolte, ma solo rimestate nel mortaio della retorica. “If you pose silly questions yo get silly answers”. (segue)
Guido Martinotti
AI PRIMORDI DEL CENTROSINSTRA: IL 1900
26-7-2010 by Walter Marossi · Commenti disabilitati
La prima giunta di “centro sinistra” a Milano si insedia nel gennaio del 1900 e si dimette nel 1904. La vicenda, che evidenzia il ruolo nazionale di apripista politico della città, si dipana tra scissioni socialiste, rotture tra estremisti e riformisti, laici e cattolici, preparazione dell’expo, influenze massoniche, conflitti d’interessi, contrasti sul ruolo del pubblico nell’erogazione dell’energia e dell’acqua, scontri con i proprietari di terreni e i costruttori, proteste operaie e rigurgiti polizieschi, etc. Con l’eccezione del ruolo del re, quasi nulla che non ci tocchi ancor’oggi. Le elezioni amministrative erano convocate per il dicembre 1899.
Dopo lo stato d’assedio invocato dalle autorità cittadine e messo in atto dal commissario regio generale Bava Beccaris, dopo gli arresti e le condanne dei socialisti e dei repubblicani (a Turati e Chiesa furono comminati 12 anni), dopo che Pelloux aveva presentato in Parlamento una serie di progetti gravemente lesivi delle principali libertà previste dallo Statuto, i conservatori milanesi pensavano di vincere senza problemi. Invece il 1898 era stato vissuto dalla città come una rottura dello spirito risorgimentale. Non si era trattato soltanto della morte di cittadini innocenti, né solo della chiusura di alcuni circoli e dell’arresto di alcuni dirigenti (in fondo Crispi l’aveva già fatto nel 1894). Per la prima volta venivano in nome di un’emergenza del tutto fittizia travolte le regole “costituzionali”. Lo stato d’assedio diede l’impressione che la monarchia e il governo stavano prendendo una strada reazionaria, un ritorno a un clima “austriacante”.
Al contrario di quanto previsto dai conservatori la repressione aveva quindi generato uno spirito di rassemblement tra partiti popolari, in particolare i socialisti avevano abbandonato la loro tradizionale ostilità e intransigenza nei confronti dei repubblicani e dei democratici, auspicando anzi alleanze le più larghe possibili per il ripristino delle libertà. Le elezioni amministrative, si votava con un sistema di liste maggioritario, furono così vinte dalla coalizione popolare (diciamo il centrosinistra): quarantuno gli eletti i radicali (tra cui Mussi, De Cristoforis, Marcora, Missori, Salmoiraghi), dodici i socialisti (Luigi Majno, Gnocchi Viani, Emilio Caldara, Angelo Filippetti, Filippo Turati), dieci i repubblicani.
La vittoria social-radicale a Palazzo Marino fu così commentata dal quotidiano conservatore La Perseveranza: “con le leggi elettorali come la nostra, quando in una città eminentemente industriale e dove l’immigrazione è imponente e continua, anche quelli che si possono dire gli ultimissimi venuti hanno diritto al voto, o le prove d’intelligenza e le ragioni di censo per il corpo elettorale sono mantenute nei limiti irrisori, quando qualche ragione d’economico malessere, affatto indipendente dalle amministrazioni civiche, grava su di un paese, ben si comprende come le masse sobillate da pochi o col verbo socialista o col verbo repubblicano, si buttino nel fallace sogno di un migliore avvenire [...] inoltre vi è un generale abbassamento del livello d’istruzione invano coperto dall’orpello di un’istruzione impartita al proletariato in modo tanto deficiente da renderla assai più pericolosa che utile”. Insomma era colpa degli immigrati, dell’ignoranza e del governo nazionale che non sapeva gestire bene la crisi economica. Bossiani ante litteram?)
Sindaco viene eletto Giuseppe Mussi, il più vecchio e autorevole leader del radicalismo milanese. I socialisti i repubblicani non entrarono In giunta, ma danno l’appoggio esterno: l’accordo con i democratici era infatti tutt’altro che organico. Gli esordi non furono entusiasmanti: nata più che altro come un blocco antireazione, la nuova maggioranza non aveva preparato un programma di governo cittadino e aveva eletti privi di esperienza amministrativa. Solo dopo qualche mese si trovarono gli accordi su alcuni punti qualificanti: la questione della costruzione di alloggi popolari, la refezione scolastica
Ma persisteva il dissenso sul ruolo economico gestionale del municipio. Repubblicani e socialisti erano infatti favorevoli a una campagna di intensa ed estesa municipalizzazione. Eugenio Chiesa chiese alla giunta di sciogliere il contratto con l’Union des gaz, un’impresa a prevalenza di capitale francese, che forniva l’illuminazione pubblica al Comune e successivamente propose la municipalizzazione dell’energia idrica gestita dalla Edison. La parte moderata della Giunta Mussi era però contraria alla municipalizzazione, e il sindaco minacciò le dimissioni se la municipalizzazione fosse passata in consiglio. Tanto più che secondo il sindaco la municipalizzazione sarebbe costata troppo per il Comune già in disavanzo; la questione della contrapposizione tra favorevoli e contrari al deficit spendig fa la sua prima vittima nelle sinistre. Infatti L’ “Avanti” criticò la giunta provocando la crisi: “L’amministrazione democraticissima di Milano ha messo il codino e la parrucca; con tutte le diavolerie della modernità. La municipalizzazione è diventata per essa un atto di sovversione; e dire che in Inghilterra la municipalizzazione l’hanno fatta i liberali! Nella colta Milano, invece, la democrazia preferisce il contratto privato. Ora la nostra attenzione è richiamata dal fatto che qualcuno che dirige la manovra di opposizione alla proposta di municipalizzazione è grande azionista della società cui vantaggio si vuole rinnovare il contratto. Le grandi idealità della democrazia borghese si eclissano davanti al “Dio affari”. Questa sopraffazione degli interessi privati sul pubblico è un vero atto di camorra amministrativa che vale a provare che mentre tutte le accuse di camorrismo si scagliano contro il Mezzogiorno, se Messena piange, Sparta non ride”.
Le polemiche sul conflitto di interesse di diversi consiglieri, con accuse che si scambiavano maggioranza e opposizione, nonché all’interno della maggioranza e dell’opposizione, rendevano il clima incandescente. Mussi stanco e malato si dimette a succedergli viene eletto Giovan Battista Barinetti una figura minore del radicalismo milanese. Nella nuova giunta, fatto di fondamentale importanza nella storia cittadina, entrano i socialisti: Majno assessore anziano, Filippetti allo Stato civile e Arienti ai lavori pubblici.
Per la prima volta rappresentanti di un partito non risorgimentale e da molti ritenuto eversivo amministravano la città. Si trattava di un successo di tutti i socialisti ma in particolare della corrente riformista, impegnata in quegli anni anche nel sostegno al governo Zanardelli Giolitti, forse il più importante tentativo riformatore del ‘900. Per la nuova giunta le municipalizzazioni diventano parte del programma. L’ingresso dei socialisti in giunta coincise però anche con la sconfitta dei riformisti nel partito tant’è che in città esistevano in pratica due PSI: la federazione che era controllata dai sindacalisti rivoluzionari mentre i riformisti si erano organizzati nei Gruppi socialisti: i due gruppi spesso presentavano candidati contrapposti nelle elezioni politiche che si svolgevano sulla base di un sistema maggioritario a collegio. La spaccatura tra i socialisti (come curiosamente avverrà anche nel secondo dopoguerra) confermata al congresso nazionale di Bologna, accelerò la fine dell’esperimento di amministrazione democratico della città riconsegnando la città alle destre. Nel settembre 1904 dopo un eccidio di minatori avvenuto a Buggerru in Sardegna proprio l’ala più radicale del Psi, proclama il primo sciopero generale nazionale, che tra blocchi stradali, blocco della luce e del gas si protrae per circa una settimana.
Milano è l’epicentro di uno scontro che si conclude con una secca sconfitta dei rivoluzionari. I conservatori della che avevano pensato di sfruttare la paura della piazza dopo il 1898, pensano di ripetere lo schema; ma mentre allora la città aveva reagito agli eccessi dei militari questa volta reagisce agli eccessi degli scioperanti. Alle elezioni amministrative (parziali) la destra capeggiata dal senatore Ettore Ponti si presenta con la neonata Federazione elettorale milanese, che raccoglieva diverse associazioni: l’Associazione fra commercianti ed esercenti; il Circolo industriale; l’Associazione proprietari di case e di terreni; il Collegio capimastri e imprenditori; la Società proprietari salumieri; l’Unione industriali arti grafiche; la Società fra albergatori; il Consorzio proprietari macellai; i Comitati elettorali monarchici; il Consiglio federale delle associazioni cattoliche; la giunta è sostenuta da una lista comune tra I radicali e i riformisti (che schierano anche Filippo Turati e il banchiere Luigi Della Torre) mentre una terza lista raccoglie i socialisti rivoluzionari.
La sconfitta per i riformisti è pesante: il 28 novembre Giovanni Battista Barinetti e la sua Giunta si dimettono. Le divisioni in quello che possiamo chiamare il primo centro sinistra erano ormai profonde e nonostante vi fosse ancora, grazie ai voti di 4 anni prima una maggioranza in consiglio, si va allo scioglimento del consiglio. Il 7 febbraio 1905 venne eletto il nuovo sindaco espressione della nuova maggioranza moderata. Il Corriere della sera a proposito della sconfitta della coalizione riformatrice scrive: “E’ a Milano che la prima unione dei partiti popolari si è formata, e da Milano è partito il contagio dell’esempio per altre coalizioni consimili. La condanna che Milano ieri ha inflitto alla rinnovata unione dei partiti popolari imposto dai radicali de “il secolo” e dai turatiani de il “Tempo”avrà la sua eco anche altrove”.
L’estremismo conservatore aveva fatto vincere i riformisti, l’estremismo rivoluzionario aveva fatto vincere i conservatori.
Walter Marossi



