1975 LA NASCITA DELLA PRIMA GIUNTA DI SINISTRA A MILANO

2-8-2010 by Enrico Landoni · Commenti disabilitati 

La DC ottenne nel capoluogo lombardo 313.855 voti, pari al 26,95%, il PSI 172.558 suffragi pari al 14,79%, il PSDI 73.889, equivalenti al 6,33%. Il PRI conseguì a sua volta 70.050 voti corrispondenti al 6%, il PCI 354.603, pari al 30,39%, il PLI 53.617 pari al 4,60%, il PDUP 43.524 pari al 3,73% e il MSI 84.087, per un equivalente del 7,21%.39 Alla luce di questi risultati, al partito di Zaccagnini vennero assegnati 22 seggi a Palazzo Marino, al PSI 2 e al PRI 4. Questi partiti non subirono una contrazione del numero di eletti, confermando pertanto la medesima rappresentanza di quella ottenuta a seguito delle elezioni amministrative del 1970. Subirono invece un brusco ridimensionamento i gruppi consiliari di PSDI e PLI, che passarono rispettivamente da una composizione di 8 e 9 membri a una di 5 e 3. Il Movimento Sociale ottenne un brillante risultato, riuscendo a incrementare di due unità la propria rappresentanza consiliare, precedentemente composta da 4 eletti e i demoproletari infine ottennero tre seggi.

Il vero vincitore delle elezioni fu il PCI, il cui gruppo consiliare risultò ampliato di ben sei unità (da 19 a 25 componenti), per effetto di un incremento di più di sette punti percentuali dei consensi ottenuti alle comunali del 1970. La Democrazia Cristiana, a differenza della tendenza nazionale, non patì alcun tracollo.

Il Partito Liberale subì un vero e proprio crollo, perdendo di fatto più della metà dei propri voti. La debacle liberale apparve subito indicativa di come la potenza politica, economica e sociale rappresentativa della vecchia Milano delle grandi famiglie industriali monopoliste (secondo una definizione cara alla DC, al PSI e al PCI della fine degli anni Cinquanta) fosse stata drasticamente ridimensionata dall’elettorato cittadino. Cambiava dunque radicalmente il volto del Comune.

[…]

Il 17 giugno, nel corso di un dibattito post-elettorale organizzato presso il Circolo della Stampa cui presero parte i segretari provinciali di DC, PSI e PCI, Gianstefano Frigerio, Luigi Vertemati e Riccardo Terzi, proprio quest’ultimo dichiarò: “Non è più questione di attenzione al PCI, ma di convergenze politiche tra tutte le forze democratiche per evitare la spaccatura verticale del Paese […]“.40 Terzi rivendicò dunque l’immediato coinvolgimento del PCI in Giunta, mentre il segretario democristiano annunciò l’indisponibilità del suo partito a qualsiasi formula di governo, diversa da un centro-sinistra organico.

[…]

Nel frattempo le rispettive segreterie nazionali preparavano le diverse strategie da comunicare ai segretari provinciali: la DC era disponibile a concedere al massimo un appoggio esterno del PCI, una sorta di Giunta di larghe intese da formare comunque senza alcuna fretta all’inizio dell’autunno, dal momento che da Piazza del Gesù la situazione milanese appariva troppo fluida, tale da non poter consentire una rapida soluzione politica. In generale, come hanno recentemente affermato Gianni Cervetti e Luigi Vertemati,42 le segreterie nazionali di PCI e PSI non erano affatto contrarie alla formazione di una Giunta di sinistra a Milano, ritenevano tuttavia che tale soluzione dovesse rappresentare un’opzione di carattere locale, per quanto Milano rappresentasse evidentemente una realtà di indubbio spessore nazionale; la condizione fondamentale era che l’alleanza di sinistra che si andava delineando a Palazzo Marino non diventasse un caso nazionale, un paradigma cui ispirarsi su vasta scala.

Da un punto di vista numerico, la maggioranza in Consiglio era garantita da un quadripartito organico di centrosinistra (43 voti), che tuttavia avrebbe tagliato fuori il vero vincitore delle elezioni e da un’alleanza di larghe intese (centro-sinistra organico, con l’aggiunta dei voti del PCI, sul modello dell’accordo raggiunto per la formazione della Giunta Regionale lombarda) cui, seppur con argomenti radicalmente diversi, avevano da obiettare sia il PCI sia la DC. Si trattava in ogni modo di due opzioni politiche del tutto diverse e poco compatibili con lo scenario delineatosi nel capoluogo lombardo.

Il partito di Zaccagnini avrebbe difficilmente accettato il condizionamento del PCI che, forte della grande ascesa elettorale, sarebbe finito per destabilizzare la nuova Giunta Municipale. Il partito di Terzi non si sarebbe potuto accontentare del ruolo di utile gregario della compagine governativa a livello consiliare, sul modello dell’accordo raggiunto in Regione. Nella città di Milano la vittoria delle sinistre era stata di gran lunga superiore a quella conseguita sulla più ampia scala regionale e dunque il PCI avrebbe preteso l’ingresso di una propria delegazione all’interno della Giunta di Palazzo Marino.

La DC preferiva dunque che il PCI confermasse il proprio ruolo di principale partito di opposizione e temeva un’eccessiva compromissione, avallando la possibilità di un accordo politico organico con il partito di Berlinguer. La vera svolta sarebbe stata rappresentata però dalla possibilità di un accordo a quattro tra DP-PCI-PSI-PSDI (45 voti su 80), ma proprio il partito di Saragat, per bocca di Valentini, si sentiva ancora immaturo per un rapporto di collaborazione diretta con i comunisti. 43

Lo scenario politico apparve a quel punto bloccato: ormai verso la fine di luglio, il PSI provò a mettere in moto la situazione d’impasse con la proposta di una formula di governo definita alleanza democratica (coincidente nella sostanza con la formula di larghe intese sopra descritta, politicamente più disponibile però nei confronti del PCI), comprendente DC, PSI, PSDI, PRI e PCI. Tale proposta venne diramata alla stampa con il seguente comunicato: “Sulla base del confronto programmatico sin qui realizzato e dei perfezionamenti sempre raggiungibili in diversi incontri, il PSI milanese ha proposto a tutti i partiti dell’arco costituzionale un’ampia alleanza democratica per dare vita a una nuova Giunta Municipale che, pur nell’apprezzamento dell’intesa regionale, non ponga pregiudiziali preclusioni verso alcun gruppo e superi ogni residua delimitazione politica verso il Partito Comunista”.44

Tale proposta non venne recepita dai partiti coinvolti nelle trattative per la formazione della Giunta Comunale e con quest’ultimo tentativo fatto dai socialisti milanesi si arrivò alla prima seduta del neoeletto Consiglio Comunale, in assenza di ufficiali proposte di accordo.

La prima seduta del nuovo Consiglio Comunale era fissata per il 31 luglio: Aniasi, Sindaco uscente, era certo del sostegno di PSI, PCI e dei demoproletari, appoggio che tuttavia non gli avrebbe garantito la maggioranza dei consensi e dunque la sua elezione a capo dell’Amministrazione Comunale. Due inopinati, per lo meno pubblicamente, strappi politici in casa DC e PSDI però resero possibile la sua elezione e quella della futura Giunta di sinistra da lui guidata.

Aniasi diventò Sindaco con 44 voti: 25 comunisti, 11 socialisti, a causa della sua stessa scheda bianca, 3 demoproletari, 3 espressi dagli scissionisti del PSDI, uno del democristiano Ogliari e quindi di un franco tiratore, che si scoprirà essere Sirtori.45

Dopo aver aperto i lavori, il Consigliere Anziano, il comunista Quercioli, cedette la parola a Tognoli, che decretò ufficialmente nell’occasione, a nome del gruppo socialista, la fine dell’esperienza del centrosinistra e l’inizio di una nuova stagione politica in una città, il cui elettorato con chiarezza, a suo avviso, aveva conferito alle forze di sinistra chiare responsabilità amministrative.

Al suo intervento fece seguito quello di Capelli (PLI), il quale rilevò un equivoco di fondo nella discussione di un possibile programma di Giunta, sullo sfondo di uno scenario politico assolutamente nebuloso. Per l’esponente liberale in sostanza era prematuro discutere di programmi, interventi e progetti amministrativi, in assenza di una chiara definizione dei confini della maggioranza che avrebbe dovuto sostenere l’operato della Giunta.

Borruso poi, a nome del gruppo democristiano, motivò la bocciatura del progetto di alleanza democratica proposto dal PSI, sulla base del fatto che il coinvolgimento attivo del PCI avrebbe determinato la scomparsa di un chiaro confine tra maggioranza e opposizione, unica area in cui, secondo il pensiero dell’ex Vicesindaco, si sarebbe dovuto collocare il PCI, anche per arginare eventuali derive assemblearistiche.

Nencioni (MSI-DN) prese anch’egli atto della fine dell’esperienza del centro-sinistra, cui a suo avviso, erano imputabili molte colpe, specie in ambito di politica economica.

Nel corso del suo intervento in Consiglio, Terzi (PCI) sottolineò invece la necessità di una svolta, rispetto alla quale la ripetizione della formula del centro-sinistra avrebbe sancito l’esclusione dal governo della città di una parte consistente delle forze popolari.

Bucalossi, a nome del gruppo repubblicano riprese i concetti formulati da Borruso, sottolineando la necessità di una netta linea di demarcazione tra forze di maggioranza e di opposizione.

Il demoproletario Molinari motivò l’appoggio del suo gruppo ad Aniasi, nell’ottica della formazione di una Giunta composta dalle forze più avanzate della società e risultate vincenti alle ultime elezioni.

Valentini (PSDI) anticipò l’astensione del gruppo socialdemocratico, dichiarando tuttavia la disponibilità ad assumere un ruolo costruttivo e propositivo, senza nascondere una certa perplessità nei confronti di un possibile ingresso del PCI nel governo della città.

Con il discorso dell’ormai ex compagno di partito, Pillitteri, si consumò lo strappo in casa PSDI: a nome di altri due consiglieri socialdemocratici, Fiorellini ed Armanini, il segretario regionale del PSDI prendeva manifestamente le distanze dalla linea di Valentini, dichiarando la disponibilità a sostenere Aniasi e la sua Giunta. 46

Dopo i ringraziamenti di rito, Aniasi sospese la seduta, per riprendere successivamente con la nomina degli Assessori. A quel punto il socialista Accetti ruppe gli indugi, chiedendo ai gruppi dell’opposizione di voler consentire che alcuni loro tecnici partecipassero alla nuova Giunta e profferì subito il nome dell’avvocato Francesco Ogliari, Presidente del Museo della Scienza e della Tecnica e del Rotary Club, il quale ultimo, prendendo la parola subito dopo Accetti, nel gelo dell’aula consiliare, rese nota la sua disponibilità ad entrare all’interno della nuova Giunta Municipale.

Si scoprì quindi che tra i franchi tiratori che avevano votato Aniasi doveva esserci un altro democristiano; si intuì successivamente essere Sirtori, il quale tuttavia, a differenza di Ogliari (sul quale si riversarono insulti ed improperi), aveva abbandonato Palazzo Marino poco prima del voto per gli Assessori.

I gruppi dell’opposizione inveirono molto duramente contro i cinque transfughi, Pillitteri, Armanini, Fiorellini, Sirtori e Ogliari, immediati destinatari peraltro di importanti incarichi all’interno della prima Giunta di sinistra, designata alla guida del capoluogo lombardo. La Giunta risultò composta da diciotto Assessori (sei comunisti, sette socialisti, tre ex PSDI e i due ex DC), di cui quattro supplenti.

Ad avviso di Claudio Martelli, la nascita della Giunta di sinistra nel capoluogo lombardo fu anche l’esito di spinte e motivazioni di carattere internazionale.47 Su scala locale si ebbe cioè la possibilità di sperimentare la via mitterandiana del coinvolgimento attivo dei comunisti nelle responsabilità di governo, sotto l’egida ed il controllo costante di un forte Partito Socialista (sicuramente tale a Milano), che avrebbe dovuto svolgere la funzione di garante del principale Partito Comunista dell’Europa occidentale.

[…]

Benché non ufficialmente al governo della città, il PCI a partire almeno dal 1969 era progressivamente andato ad assumersi responsabilità governative. Aniasi stesso aveva sempre cercato, ove possibile, di ottenere l’appoggio comunista al fine di aggirare l’opposizione, nei confronti di molte proposte socialiste, espressa da parte dei democristiani meno disposti al dialogo con le sinistre, facenti capo a Massimo De Carolis, considerato il vero referente politico della cosiddetta maggioranza silenziosa; proprio l’avvocato De Carolis il 20 maggio del 1975 fu gambizzato da brigatisti rossi.

In quegli anni Milano era forse la vera capitale italiana della strategia della tensione: ogni settimana il capoluogo lombardo si trovava suo malgrado ad ospitare episodi di violenza politica e a rappresentare la sede privilegiata del processo di costruzione e consolidamento della già citata maggioranza silenziosa, desiderosa di far confluire all’interno di un fronte unico tutte le forze conservatrici e reazionarie della società italiana. A tal proposito, l’obiettivo precipuo del PCI era quello di creare uno schieramento unitario ed il più compatto possibile, aperto anche ai moderati-conservatori, purché manifestamente antifascisti, al fine di scongiurare la formazione di questo fronte compatto delle forze reazionarie.

Il PCI cercò di perseguire questo obiettivo, schierato al fianco di altre forze antifasciste, all’interno del Comitato Permanente Antifascista per la Difesa dell’Ordine Repubblicano, impegnato a difesa dell’agibilità degli atenei milanesi, quello della Statale in particolare, teatro di aspre tensioni. Si registrava dunque da parte del PCI una tendenza a far coincidere la maggioranza costituzionale presente in città con quella consiliare.

Secondo Luigi Vertemati e Gianni Cervetti,49 con l’inizio degli anni ‘70 era di fatto venuta formandosi una Giunta informale composta da Cervetti stesso in qualità di segretario provinciale del PCI, Vertemati come segretario socialista, Colombo come segretario cittadino della DC, Massari come segretario provinciale del PSDI ed ovviamente Aniasi, in qualità di Sindaco. Questo comitato discuteva di problemi politici ed amministrativi e cercava di proporre soluzioni comuni. A Milano il PCI governava senza governo o, più in generale, dava mostra di una totale assunzione di responsabilità civili e politiche che, alla luce dell’esaltante prestazione elettorale, dovevano rappresentare il miglior viatico per una candidatura ufficiale al governo della città.

Cervetti nell’estate del ‘75 era membro della segreteria nazionale del PCI, ma per problemi di salute, trovandosi a Milano, ebbe modo di seguire le convulse fasi delle consultazioni interpartitiche e di esprimere chiaramente il proprio influente punto di vista. Egli riteneva che una Giunta di sinistra in quanto tale si sarebbe dovuta caratterizzare per la presenza esclusiva al proprio interno di PCI e PSI.

Al fine di evitare equivoci politici e dare vita a esperimenti politici poco coerenti con gli obiettivi di partenza (l’elezione in Giunta di due democristiani, per esempio), a suo avviso, sarebbe stata più opportuna la formazione di una Giunta di minoranza, con un ingresso nella compagine governativa solamente procrastinato da parte del PSDI.

Questa proposta, ricorda Cervetti, 50 si ispirava all’operazione politica che l’anno prima era stata compiuta a Pavia e in altri piccoli paesi dell’hinterland milanese ed aveva portato alla formazione delle prime Giunte di sinistra. Proprio a Pavia in particolare, si ebbe il coraggio politico di formare una giunta di minoranza PCI-PSI a guida socialista, che ottenne successivamente i voti dei dissidenti di DC e PSDI.51

L’ex segretario del PCI milanese, che ancora oggi giudica in termini molto positivi l’operato della prima Giunta di sinistra, resta tuttavia convinto del fatto che quell’esperienza politica prese avvio da un grave errore politico, rappresentato dalla ricerca del sostegno diretto e fondamentale di uomini eletti nelle file della DC e del PSDI. Il PCI in particolare, a suo avviso, allora svolse un’insufficiente azione di interdizione nei confronti della possibilità dell’ingresso in Giunta di esponenti democristiani addirittura, per la fretta di chiudere in ogni modo l’accordo politico, che avrebbe portato allo storico ritorno del Partito Comunista al governo della città, dopo più di venticinque anni di opposizione.

Una posizione pressoché identica al riguardo è stata espressa anche dall’allora segretario provinciale Riccardo Terzi, 52 il quale ha recentemente confermato che il PCI era perfettamente a conoscenza dello sviluppo di trattative personali intavolate da Aniasi con taluni esponenti democristiani, al fine di ottenere una fondamentale riserva di consensi alla nascente Giunta social-comunista.

Aniasi, 53 dal canto suo, facendo apparire alla fine come necessità politica l’acquisizione dei due transfughi democristiani, ha ammesso di aver personalmente lavorato nella direzione dell’ampliamento dei consensi alla neonata coalizione di sinistra, oltre i confini di PSI e PCI. A suo avviso, nessuno scrupolo di carattere etico avrebbe potuto ostacolare gli sviluppi di un’operazione politica dalla portata storica, che avrebbe costretto all’opposizione la Democrazia Cristiana e impedito la realizzazione del compromesso storico, che avrebbe significato per il PSI la perdita della poltrona di Sindaco di Milano e il suo stritolamento nella morsa di DC e PCI.

Ricorda inoltre Aniasi che l’ingresso di Ogliari e Sirtori in Giunta fu caratterizzato da presupposti e comportamenti diversi, da parte degli stessi protagonisti. Ogliari entrò in Giunta come tecnico, anche perché proprio un “tecnico democristiano” egli stesso si definì e questo dichiarò al Corriere, per giustificare il proprio organico sostegno alla nascente Giunta di sinistra: “Come possono chiamare traditore chi ha sentito il dovere di fare qualche cosa per il bene della città. Il tecnico ha il dovere di dare il proprio appoggio a una maggioranza, anche se politicamente non condivisa”.54

Sirtori invece era un politico democristiano a tutti gli effetti, in qualità di membro del Consiglio Nazionale e di rampollo di una famiglia storicamente impegnata nel Partito, con il padre che era stato per molti anni Assessore Provinciale per lo Scudocrociato.

Sarebbe stato dunque irresponsabile, in un momento di particolare forza e compattezza della sinistra a Milano, rinunciare alla guida della città. Tra PCI e PSI esisteva infatti un legame particolare, frutto della comune battaglia politica affrontata nel corso della campagna referendaria del 1974 e soprattutto della solida relazione creatasi anche sotto il profilo personale tra l’allora segretario cittadino del PCI, Riccardo Terzi e il responsabile del PSI milanese, Claudio Martelli, entrambi convinti dell’opportunità di scongiurare, nel capoluogo lombardo, il varo di una Giunta di larghe intese, ispirata al compromesso storico, che avrebbe penalizzato sia i socialisti sia i comunisti, costretti a quel punto ad accettare la subordinazione alla DC.55

[…]

Se all’interno delle riflessioni di Aniasi, le ragioni politiche schiacciano letteralmente quelle morali, le riflessioni di Camillo Ferrari, membro milanese del Consiglio Nazionale DC ed ex segretario provinciale lasciano spazio invece a osservazioni sulla coerenza delle persone e sul loro desiderio di potere. Ferrari ricordò di aver partecipato proprio con Sirtori allo storico Consiglio Nazionale che mise in minoranza Fanfani, pochi giorni prima di quel 31 luglio, quando da convinto anticomunista quale era, Sirtori si sarebbe ritrovato con un posto in Giunta, al fianco di ben sei comunisti.58

Discutendo circa i possibili sbocchi della situazione milanese, Sirtori si era dichiarato più che mai convinto dell’impossibilità di un governo municipale con i comunisti. Ferrari infatti, nell’occasione dell’incontro alla Tikkun, spiegò che proprio Ogliari e Sirtori appartenevano all’estrema destra DC, quella a suo avviso ancor più retriva di quella che faceva capo a De Carolis, “che era sì più pericolosa, ma più intelligente”.59 Ferrari non poté fare a meno di sottolineare come in quel momento una nuova esperienza politica esordiva con un grave marchio d’infamia, che avrebbe messo in difficoltà la sinistra della DC e la stessa segreteria nazionale di Zaccagnini.

Assieme a Pillitteri,60 è stato invece possibile ricostruire le tappe che portarono alla fuoriuscita dal Partito Socialdemocratico di molti dirigenti e l’ingresso in Giunta con Aniasi. Secondo Pillitteri è necessario, anche se a posteriori, pensare criticamente all’ingresso in Giunta dei due ex DC.

Alla Giunta di sinistra si pervenne perché le trattative erano arrivate ormai a una fase di definitiva impasse: in qualità di capodelegazione per il PSDI nel corso delle consultazioni postelettorali, egli avvertì la concreta possibilità che alla fine il suo partito avrebbe accettato di entrare a far parte di una Giunta di sinistra. A creare un’accelerazione drammatica in casa socialdemocratica fu l’approvazione, da parte della maggioranza del Direttivo Provinciale, di un ordine del giorno imposto dalla segreteria nazionale, che sanciva la necessità di uniformare le formule di governo locale al paradigma nazionale. Pillitteri si trovò nella condizione di dover difendere in ogni modo l’autonomia di Milano, di fronte ad una presa di posizione di assoluta sudditanza nei confronti di Roma che il Partito milanese non aveva mai assunto prima di allora. Dopo aver quindi convocato il gruppo consiliare e constatato la sostanziale disponibilità degli eletti a Palazzo Marino ad appoggiare la Giunta di sinistra, con la sola eccezione di Capone, decise di procedere alla scissione, finalizzata al progetto di riunificazione della famiglia socialista. Nella primavera del 1976 infatti il MUIS confluì nel PSI, esattamente come tra la fine del 1958 e l’inizio del 1959 gli scissionisti Matteotti, Zagari, Aniasi, Lucchi e Jori avevano lasciato il PSDI per fondare il Movimento Unitario di Iniziativa Socialista e aderire quindi al PSI.

Enrico Landoni

39 I dati elettorali sono stati ricavati dalla Scheda di documentazione sugli esiti elettorali della consultazione del 15-16 giugno 1975, curata dall’Ufficio elettorale della Federazione Milanese del PCI e riportata da C. Ghini nell’opera citata.

40 Dichiarazioni di Riccardo Terzi, segretario della Federazione milanese del PCI, riportate da P. L. Golino sulle pagine di cronaca cittadina de Il Giorno, nell’edizione del 18 giugno 1975.

42 Luigi Vertemati e Gianni Cervetti sono stati intervistati nell’ottobre del 2002.

43 Cfr. G. Santerini, Corriere della Sera, 20 giugno 1975.

44 Dal testo del comunicato diramato il 16 luglio 1975 dall’Ufficio Stampa dalla Federazione socialista di Milano. Si veda l’Archivio Luigi Vertemati, vol. 1, Fondazione ISEC, Sesto S. Giovanni (MI).

45 Cfr. Atti delle Sedute del Consiglio Comunale, seduta del 31 luglio 1975.

46 Cfr. Atti delle Sedute del Consiglio Comunale, seduta del 31 luglio 1975, intervento di Paolo Pillitteri.

47 Riferimento alle riflessioni articolate da Martelli, in occasione di un incontro organizzato alla fine di gennaio del 2000 presso la libreria Tikkun di Milano, dedicato alla ricostruzione storica delle vicende relative alla nascita della prima Giunta di sinistra a Milano. Cfr. Resoconto dattiloscritto degli interventi di Martelli, Pillitteri, Cervetti, Terzi e Ferrari, Archivio Carlo Tognoli, Società Umanitaria, Milano.

49 Interviste a Luigi Vertemati e Gianni Cervetti, ottobre 2002.

50 Ibid.

51 Cfr. C. Ghini, op. cit, pp. 202-203.

52 Intervista a Riccardo Terzi, ottobre 2002.

53 Intervista ad Aldo Aniasi, ottobre 2002.

54 Intervista di M. Nava a Francesco Ogliari, Corriere della Sera, 1 agosto 1975.

55 Intervista a Riccardo Terzi, ottobre 2002.

58 Cfr. Intervento di Camillo Ferrari al convegno organizzato presso la libreria Tikkun di Milano, gennaio 2000, sulla vita politica milanese relativa agli anni ‘70, Archivio Carlo Tognoli, Società Umanitaria, Milano.

59 Ibid.

60 Intervista a Paolo Pillitteri, ottobre 2002.

1976 GLI INVESTIMENTI E I CAMBIAMENTI NEL SETTORE DEI TRASPORTI

2-8-2010 by Enrico Landoni · Commenti disabilitati 


Il Piano dei Trasporti rappresentò il vero compendio dei principali indirizzi urbanistici adottati dalla Giunta. In occasione della presentazione della Variante Generale al Piano Regolatore del 1976 era stata menzionata l’ipotesi della realizzazione di un Passante Ferroviario, destinato ad attenuare gli squilibri esistenti nell’ambito della relazioni centro-periferia, sia all’interno della città di Milano, sia nell’area comprensoriale e regionale. Questa infrastruttura inoltre avrebbe permesso di ovviare ai problemi afferenti al particolare assetto della cinta ferroviaria del capoluogo lombardo, che era una stazione di testa, utilizzabile necessariamente solo come capolinea.

Con la presentazione del Piano dei Trasporti, adottato dal Consiglio Comunale il 29 marzo 1979,
venne annunciato invece il grande progetto relativo alla costruzione della linea metropolitana tre, indicativa di una precisa svolta rispetto all’approccio fino ad allora utilizzato dall’Amministrazione in ambito urbanistico ed economico. Attraverso l’elaborazione del progetto del Passante Ferroviario la Giunta aveva ritenuto possibile conseguire il riequilibrio nei rapporti tra territorio metropolitano e periferia regionale. Mediante la realizzazione di una nuova linea della metropolitana, opera certamente non compatibile con i presupposti della Variante Generale, impostata sul contenimento di tutte quelle infrastrutture che avrebbero potuto accentuare la piramide dei valori immobiliari all’interno del capoluogo, l’Amministrazione contò piuttosto di raggiungere il razionale soddisfacimento di una domanda sostenuta concernente l’utenza del trasporto pubblico urbano (non più dunque interurbano, comprensoriale e regionale) ed il risparmio nella sua gestione.

Le nuove infrastrutture furono concepite quindi non più nei termini di una risposta alla generale domanda di mobilità o come strumento di riequilibrio territoriale, ma come elemento fondamentale e propulsivo di un nuovo modello di sviluppo incentrato fondamentalmente sulla città di Milano.9 All’inizio la linea metropolitana tre trovò di fatto nei partiti di maggioranza a Palazzo Marino gli unici suoi convinti sostenitori. Numerose e articolate furono le critiche e le obiezioni poste a questo progetto infrastrutturale di notevole impatto sulla città. Alcune di queste apparvero strumentali, altre invece derivarono da precise e valide analisi di ordine economico ed urbanistico.

La Democrazia Cristiana milanese assunse una posizione estremamente critica nei riguardi dell’intero Piano dei Trasporti, nei confronti del quale infatti tanto a Palazzo Marino quanto in Regione espresse un voto negativo. Nell’ambito di una generale opposizione all’approccio seguito dalla Giunta Comunale nell’elaborazione di questo documento urbanistico, il progetto relativo alla realizzazione della nuova linea della metropolitana, secondo la direttrice Rogoredo-Duomo-Centrale, fu oggetto di specifiche e radicali obiezioni, da parte del partito di Zaccagnini.

Per il partito di Via Nirone, il Piano dei Trasporti così come illustrato ed adottato il 29 marzo 1979 dal Consiglio Comunale, avrebbe creato un pericoloso incremento dei flussi di traffico nelle zone centrali della città ed una loro eccessiva terziarizzazione. Il capogruppo democristiano a Palazzo Marino, Carlo Bianchi, espresse molte perplessità sul tracciato proposto per la realizzazione della nuova linea della metropolitana, sottolineando che i tratti di sottosuolo interessati direttamente dal percorso dei futuri convogli erano ricchi di reperti romani. Per questa ragione suggerì una sorta di mappatura archeologica del sottosuolo milanese e avanzò l’ipotesi di una significativa rettifica del percorso individuato per questa infrastruttura, al fine di evitare che i lavori, una volta giunti ad un discreto livello di avanzamento, potessero essere interrotti dalla Sovrintendenza dei Beni Culturali.

Carlo Bianchi, intervistato da Il Giorno, illustrò i timori della DC milanese in merito alla possibilità di un incontrollabile sviluppo della attività terziarie nelle zone centrali della città, fenomeno, per il capogruppo democristiano, favorito direttamente dalle peculiarità del Piano dei Trasporti. Al riguardo l’esponente democristiano dichiarò: “Certo, qualcuno dirà che ci preoccupiamo delle vestigia romane per motivi elettoralistici. Il fatto è che queste ricerche costano molto e si attende sempre un’occasione per avviarle: i lavori della MM3 potrebbero esserlo. Proprio perché vogliamo che la MM3 si faccia, chiediamo che il percorso venga modificato. I motivi, è noto, non sono soltanto quelli archeologici. Il tracciato proposto dalla Giunta non avrebbe altro effetto che congelare gli squilibri urbanistici attuali, rafforzando le zone di terziario e indebolendo ulteriormente gli insediamenti residenziali”.10

Il PRI si dichiarò totalmente contrario al progetto di realizzazione di una nuova linea della metropolitana, adducendo ragioni di carattere per lo più finanziario. Secondo il partito di La Malfa, la realizzazione di una tale infrastruttura sarebbe stata troppo onerosa per l’Amministrazione, costretta ad accollarsi una spesa iniziale di 277 miliardi, che avrebbe raggiunto i 610 alla fine dell’opera, a causa degli oneri finanziari.

[…]

CGIL e UIL invece formularono un parere complessivamente positivo sul tema della nuova linea della metropolitana a Milano, prendendo nettamente le distanze dal sindacato di Carniti, soprattutto a proposito degli oneri finanziari.

I due sindacati, attraverso un comunicato congiunto, sottolinearono l’importanza per lo sviluppo del capoluogo lombardo della realizzazione di questa nuova infrastruttura, il cui tracciato avrebbe rappresentato una nuova fondamentale linea di penetrazione all’interno della città ed un elemento di indubbio arricchimento della rete di collegamenti, nell’ottica di un’effettiva integrazione del sistema regionale del trasporto pubblico. Ad avviso di CGIL e UIL non era possibile stabilire una gerarchia delle priorità tra linea metropolitana e Passante Ferroviario, poiché le due infrastrutture erano state concepite in un’ottica di complementarità e reciproca relazione. La mancata realizzazione della MM3 inoltre, a loro avviso, non avrebbe costituito affatto un risparmio di denaro, poiché non portando a termine l’investimento, la spesa di puro esercizio per il trasporto pubblico avrebbe raggiunto in un decennio la medesima cifra calcolata per la realizzazione della nuova linea della metropolitana. 13

Il Piano dei Trasporti andò ad inserirsi anche all’interno di un’ampia piattaforma ecologica, che la Giunta aveva elaborato al fine di ottenere un sensibile risparmio energetico ed una significativa contrazione dell’emissione degli agenti responsabili dell’inquinamento atmosferico. La Giunta infatti aveva iniziato ad articolare precise proposte, che raggiunsero un aspetto definitivo solo nel 1981, anche in tema di metanizzazione e teleriscaldamento.

[…]

Enrico Landoni

I CANDIDATI ELETTI A PALAZZO MARINO. ELEZIONI COMUNALI DEL 1975,1980,1985 *

2-8-2010 by admin · Commenti disabilitati 


Elezioni del 15-16 giugno 1975: elenco degli eletti, comprensivo dei voti di preferenza personalmente conseguiti.

PCI (25 seggi): Elio Quercioli 14.216 voti; Riccardo Terzi, 8050; Vittorio Korach, 7.479; Dino Bonzano, indipendente, 4.956; Graziella, detta Lalla, Romano, 4.689; Antonio Costa, 3.980; Antonio Taramelli, 3.622; Gianfranco Rossinovich, 3.458; Marco Fumagalli, 3.076; Carlo Cuomo, 3.034; Alfredo Novarini, 2.905; Camillo Vertemati, 2.818; Roberto Camagni, 2.793; Ercole Ferrario, 2.280; Gennaro Barbarisi, 2.237; Achille Sacconi, 1.976; Anna Maria Pedrazzi, 1.919; Antonio Graziani, 1.876; Maria Luisa Sangiorgio, 1.850; Anna Boffino, 1.686; Maurizio Mottini, 1.623; Diego Arnaboldi, 1.575; Giorgio Marinucci, 1536; Laura Bossi, 1.467; Luigi Carnevale, 1.414.

DC (22 seggi): Massimo De Carolis, 34.831 voti; Andrea Borruso, 27.054; Giuseppino Bossi, 18.031; Gian Franco Crespi, 17.397; Luigi Venegoni, 17.717; Paola Morelli, 14.448; Carlo Arienti, 13.459; Dario Chiesa, 12.550; Alberto Garocchio, 12.277; Giacomo Pizzagalli, 11.960; Francesco Ogliari, 11.835; Tullio Belloni, 10.281; Ferdinando Passani, 9.594; Antonio Velluto 8.141; Ester Angiolini, 7.144; Salvatore Cannarella, 6.361; Salvatore Franconieri, 5.970; Ilario Bianco, 5.510; Alfio Bocciardi, 5.462; Giampiero Bartolucci, 5.298; Piergiorgio Sirtori, 4.339; Carlo Bianchi, 4.324.

PSI (12 seggi): Aldo Aniasi, 36.595 voti; Umberto Dragone, 8.646; Carlo Tognoli, 5.325; Rinaldo Ciocca, 5.248; Bruno Falconieri, 4.393; Paolo Malena, 4.288; Giulio Polotti, 3.535; Paride Accetti, 3.533; Claudio Martelli, 3.255; Luciano Peduzzi, 3.109; Giovanni Baccalini, 3.011; Stefano Demolli, 2.955.

MSI – Destra Nazionale (6 seggi): Gastone Nencioni, 9.924 voti; Tomaso Staiti di Cuddia, 6.451; Leo Siegel, 3.683; Alfredo Mantica, 3.216; Carlo Gamba, 2.344; Orio Valdonio, 1.957.

PSDI (5 seggi): Paolo Pillitteri, 4.121 voti; Luigi Valentini, 2.128; Guido Meloni, 2.080; Walter Armanini, 1.939, Vito Fiorellini, 1.810.

PRI (4 seggi): Pietro Bucalossi, 5.788 voti; Aldo Maria Maggio, 2.455, Gerolamo Pellicanò, 2.370, Alberto Zorzoli, 1.936.

PLI (3 seggi): Guido Capelli, 2.508 voti; Giorgio Bergamasco, 2.109; Filippo Barbera, 1.939.

PDUP – AO (3 seggi): Emilio Molinari, 5.536 voti; Raffaele De Grada, 3.906; Aurelio Cipriani, 3.771.

Elezioni dell’8-9 giugno 1980

PCI (22 seggi): Elio Quercioli, 20.790 voti; Vittorio Korach, 8.799; Riccardo Terzi, 7.494; Claudio Petruccioli, 5.144; Carlo Cuomo, 4.807; Dino Bonzano, 3.855; Anna Boffino, 3.713; Maria Luisa Sangiorgio, 3.232; Marilena Adamo, 2.676; Antonio Costa, 2.592; Gianfranco Rossinovich, 2.525; Tino Casali, 2.271, Alfredo Novarini, 2.174; Goffredo Andreini, 2.031; Ercole Ferrario, 2.009; Leonardo Banfi, 1.974, Roberto Camagni, 1.923; Elio Del Pizzo, 1.923; Faustino Boioli, 1.913; Maurizio Mottini, 1. 775, Giuseppe Brusa, 1.604; Massimo Ferlini, 1.532.

DC (22 seggi): Libero Mazza, 28.286 voti; Giuseppe Zola, 15.132; Luigi Venegoni, 14.486; Carlo Bianchi, 9.557; Angelo Craveri, 8.319; Antonio Velluto, 7.819, Giampiero Bartolucci, 7.072; Giancarlo Giambelli, 6.810; Salvatore Franconieri, 6.665; Ester Angiolini, 6.487; Maurizio Maffeis, 5.681; Alfio Bocciardi, 5.639; Giuseppino Bossi, 5.340; Paola Morelli, 5.226; Piergiorgio Spaggiari, 4.895; Pierluigi Muzio, 4.873; Gianfranco Crespi, 4.451; Tullio Belloni, 4.415; Francesco Guarnera, 4.396; Gian Franco Marsaglia, 4.208; Giovanni Bottari, 3.980, Salvatore Cannarella, 3.724.

PSI (16 seggi): Carlo Tognoli, 57.145 voti; Michele Colucci, 10.934; Walter Armanini, 7.645; Giulio Polotti, 6.563; Ugo Finetti, 6.241; Paolo Malena, 5.529; Umberto Dragone, 5.517; Paride Accetti, 5.320; Attilio Schemari, 4.694; Giovanni Baccalini, 4.410; Gianstefano Milani, 3.732; Bruno Falconieri, 3.434; Giuliano Banfi, 3.249; Stefano Demolli, 2.886, Guido Aghina, 2.678; Domenico Bellantoni, 2.335.

MSI (5 seggi): Tomaso Staiti di Cuddia, 6.838 voti; Alfredo Mantica, 4.721; Cristiana Muscardini, 4.107; Giampietro Pellegrini, 3.532; Carlo Papetta, 2.886.

PLI (5 seggi): Guido Capelli, 5.722 voti; Roberto Savasta, 4.202; Pier Italo Trolli, 3.296; Filippo Barbera, 2.574; Luca Hasdà, 1.970.

PSDI (4 seggi): Pietro Longo, 4.313 voti, Angelo Cucchi, 2.586; Luigi Valentini, 2.441, Angelo Capone, 2.406.

PRI (3 seggi): Giancarla Re Mursia, 3.736 voti, Gerolamo Pellicanò, 3.095; Alberto Zorzoli, 2.494.

DP (2 seggi): Mario Capanna, 7.600 voti; Guido Pollice, 2.329.

PdUP (1 seggio): Giovanni Maria Cominelli, 1.569 voti.

Elezioni del 12-13 maggio 1985

PCI (21 seggi): Elio Quercioli, 25.163 voti; Maria Luisa Sangiorgio, 10.709; Luigi Corbani, 10.230; Carlo Bertelli, indipendente, 6.717, Roberto Camagni, 5.295; Anna Boffino, 4.149; Ercole Ferrario, 3.399; Paolo Hutter Juntof, 3.336; Marilena Adamo, 3.177; Faustino Boioli, 2.858; Barbara Pollastrini, 2.224; Tino Casali, 2.202; Giovanni Lanzone, 2.131; Leonardo Banfi, 2.123; Marina Alberti Candrian, 2.047; Ornella Piloni, 1.979; Augusto Castagna, 1.903; Maurizio Mottini, 1.870; Giovanna Baderna, 1.758; Giuseppe Brusa, 1.630; Epifanio Li Calzi, 1.618.

DC (20 seggi): Giuseppe Zola, 23.501 voti; Roberto Mazzotta, 23.312; Antonio Intiglietta, 10.650; Carlo Radice Fossati, 10.591; Luigi Dadda, 9.796; Luigi Venegoni, 9.259; Angelo Craveri, 8.896; Angelo Parisciani, 8.115; Diego Masi, 7.994; Maria Teresa Coppo Gavazzi, 7.774; Gaetano Morazzoni, 7.617; Giulio Boati, 7.356; Vittorio Tonini, 7.051; Mirella Bocchini, 6.932; Antonio Velluto, 6.554; Maurizio Maffeis, 6.332; Giovanni Testori, 6.280; Enrico Lupatini, 6.264; Francesco Bulgarelli, 5.097; Piergiorgio Spaggiari, 5.075.

PSI (16 seggi): Carlo Tognoli, 73.767 voti; Paolo Malena, 8.917; Attilio Schemmari, 8.371; Gianstefano Milani, 8.311; Gianpaolo Pillitteri, 8.043; Alma Agata Cappiello, 7.143; Giulio Polotti, 5.249; Giuliano Banfi, 5.224; Loris Zaffra, 5.123; Alfredo Mosini, 4.066; Michele Achilli, 3.916; Bruno Falconieri, 3.899; Walter Armanini, 3.157; Stefano Demolli, 3.080; Guido Aghina, 3.061; Giovanni Baccalini, 3.006.

PRI (8 seggi): Giovanni Spadolini, 39.254 voti; Antonio Del Pennino, 10.278; Giancarla Re Mursia, 6.000; Alberto Zorzoli, 5.201; Franco De Angelis, 3.932; Enzo Meani, 2.395; Michele Battiato, 1.648; Mario Consiglio, 1.359.

MSI – Destra Nazionale (6 seggi): Cristiana Muscardini, 10.517 voti, Alfredo Mantica, 5.924; Riccardo De Corato, 4.798, Carlo Gamba, 3.253; Dario Vermi, 2.877; Carlo Borsani, 2.104.

PLI (3 seggi): Nicola Abbagnano, 5.188 voti; Pierangelo Rossi, 3.459; Luca Hasdà, 3.163.

DP (2 seggi): Basilio Rizzo, 3.511 voti, Giuseppe Torri, 2.266.

PSDI (2 seggi): Angelo Capone, 3.694 voti; Angelo Cucchi, 3.251.

Verdi (2 seggi): Piervito Antoniazzi, 1.240 voti; Cinzia Barone, 729.

*Dal volume “Il comune riformista”, di Enrico Landoni Nuova edizione per i tipi di L’ornitorinco

* * *

La cronaca

Un attentato dimenticato

Conclusasi l’elezione del sindaco e della nuova giunta di sinistra, il 31 luglio 1980, verso le due di notte ci fu una fortissima esplosione. Un’auto, carica di tritolo, saltò per aria in piazza S.Fedele, davanti all’ingresso del Consiglio comunale. Venne sventrata la porta di ferro, frantumati gli scalini di pietra, sfondati quasi tutti i vetri delle finestre dei palazzi della piazza, mentre alcuni rottami della vettura usata come involucro finirono sul tetto dell’edificio di fronte. Un’altra bomba inesplosa venne scoperta dalla polizia sul portale della chiesa di S.Fedele.

Una rivendicazione parlava di attentato ‘contro il potere democristiano’, mentre si era eletta da poco una giunta di sinistra e la DC era all’opposizione da cinque anni. Non ci furono vittime perché tutti se ne erano andati. Sfondate le finestre dell’ufficio del sindaco, il pavimento era tappezzato da frammenti di vetro e molte schegge si erano conficcate come proiettili nelle poltrone e nei divani.

Due dipendenti (una segretaria e un ‘valletto’) non vennero feriti perché protetti dal muro tra due finestre. Se ne parlò poco. La strage della stazione di Bologna, avvenuta due giorni dopo, fece dimenticare, ovviamente, quell’attentato grave, ma senza vittime, contro il riformismo municipale.


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