PATTO DI STABILITÀ E MODIFICA DELLA COSTITUZIONE

28-6-2010 by Alessandra Tami · Commenti disabilitati 

 

Purtroppo la situazione di crisi obbliga Governi e Istituzioni a muoversi in uno spazio molto stretto, né gli economisti sono concordi sulle strategie di uscita. Qualcuno predica rigore, con il rischio di ridurre ulteriormente la domanda, qualcuno si richiama a Keynes, suggerendo di continuare a sostenere la domanda.

Quello che è certo è che sarebbe necessaria una maggior condivisione degli obiettivi, rivedendo probabilmente alcuni modelli di vita e di sviluppo, che si stanno dimostrando incompatibili con lo stesso concetto di sviluppo sostenibile, che si richiama al fatto di lasciare qualche opportunità anche alle generazioni future. In quest’ambito può essere istruttivo questo racconto: ” Creta è ricca di piante di carrube, che servono non solo alle capre, ma anche per la Coca Cola. Un vecchio signore quindi ha deciso di piantare altri alberi di carrube. Un viandante di passaggio lo osserva e gli chiede perché pianti delle carrube, visto che devono passare circa 50 anni prima che l’albero dia dei frutti. Il vecchio contadino osserva che lui può godere dell’albero delle carrube, perché suo padre e prima suo nonno avevano piantato carrube, e quindi anche lui voleva che i suoi nipoti potessero godere dell’albero delle carrube”.

Questo discorso sottolinea come le scelte dovrebbero tener conto non solo dell’interesse di breve periodo, ma di quello di lungo periodo dei cittadini, del bene comune. La nostra Costituzione, nata in un momento storico in cui le persone s’interrogavano sul loro futuro, presenta delle linee di indirizzo, che dovrebbero essere poi attuate nella legislazione vigente. Pertanto occorre valutare bene la fondatezza di alcune posizioni che vorrebbero modificare la Costituzione stessa. In particolare l’art. 41, Costituzione, oggetto ora di attenzione, recita: “1. L’iniziativa economica privata è libera. 2. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. 3. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali“. Essendo una norma di indirizzo, non prescrive specifiche autorizzazioni, che devono essere assunte sempre per legge ordinaria. Ricordare che l’attività economica deve essere ricondotta a fini sociali, significa in ultima istanza riferirsi al concetto di bene comune, concetto che è presente nell’ultima Enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate, che compie un anno il 29 giugno. I nostri governanti, così attenti a quello che dice il Vaticano, l’hanno letta?

Non mi pare quindi un contenuto da cambiare e, anche se ha sessanta anni, mantiene una forte attualità.

Se pensiamo cosa è successo poiché una società, la BP, ha deciso di ridurre le spese di manutenzione per guadagnare di più e così la piattaforma nel golfo del Messico ha avuto un grosso incidente che sta devastando il golfo e danneggiando milioni di persone, vediamo come l’affermazione che l’attività economica non possa limitarsi a perseguire il “profitto” di pochi, e che non debba pregiudicare l’interesse di molti, continui a essere valida. Così ci si rende conto di chi parla di cambiare la Costituzione affronti un falso problema, e come invece sia poco attento a quelli che sono i veri interessi di lungo termine del Paese. Non è necessario modificare la Costituzione per rendere più efficienti le imprese, basta prevedere normative migliori, meno oppressive. Spesso le normative sono scritte di fretta, male: un esempio il patto di stabilità, che cerca di evitare che i Comuni s’indebitino troppo, assumendo iniziative che ne pregiudichino il futuro.

Ma è stato scritto male, per cui inibisce anche il rispetto di contratti regolarmente sottoscritti e per i quali il Comune avrebbe le risorse necessarie all’adempimento, aggravando così la crisi di quelle PMI che a parole si vorrebbero sostenere, ma che di fatto non riescono a farsi pagare per i lavori già conclusi. Così se appare coerente con la stabilità inibire ulteriore spese ai Comuni, che presentino livelli di debiti insostenibili, il patto produce anche effetti distorsivi, danneggiando anche i Comuni ben amministrati, che dispongono di risorse che potrebbero essere utilizzate per sostenere le PMI del territorio.

Il patto di stabilità che impedisce la spesa per investimenti anche in presenza di finanziamenti certi non penalizza infatti solo i lavoratori pubblici, ma danneggia in primo luogo le imprese manifatturiere e i lavoratori che hanno come business le commesse pubbliche e in misura indiretta tutti i cittadini che non potranno vedere realizzate le opere pubbliche e le infrastrutture. A soffrirne dunque sono interi settori produttivi primari (edilizia e opere pubbliche) e la capacità del Paese di ammodernare o almeno manutenere il proprio sistema infrastrutturale, così vitale in termini di competitività di sistema (o almeno così si diceva una volta). L’indagine sugli effetti del patto di stabilità sulle spese dei comuni, pubblicate dal Sole24ore del 9 giugno, oltre a rilevare la caduta delle spese per investimento, sottolineano come siano colpiti anche comuni virtuosi, che hanno già un saldo positivo, che si chiede di aumentare (!), tagliando le spese del 60%. L’articolo fa riferimento a un Comune Veneto (Loreggia), che avendo beneficiato nel 2007 di un’entrata straordinaria, si trova ora penalizzato. Probabilmente le leggi dovrebbero essere fatte meglio.

Si deve inoltre segnalare come il tanto auspicato fondo pubblico per investire nelle PMI potrà operare solo dall’autunno. Ma allora forse sarà troppo tardi e troppe PMI avranno portato i libri in tribunale, pur avendo capacità e skill da sviluppare, ma che si trovano in difficoltà, perché i comuni, con il patto di stabilità, non saldano nemmeno le fatture scadute per lavori che erano stati autorizzati. E allora si parla di cambiare la Costituzione, come se la Costituzione fosse responsabile di leggi che probabilmente hanno previsto adempimenti inutili, spesso solo formali, senza capacità di incidere sulla effettiva formazione delle decisioni economiche.

I padri costituenti hanno solo scritto che la libertà economica non significa arbitrio ma, come le migliori dottrine economiche aziendali sottolineano, che l’impresa ha obblighi non solo verso gli azionisti, ma verso una pluralità più ampia di interlocutori, che collaborano al successo dell’azienda. E se teniamo presente che anche gli azionisti sono persone, come persone non possono avere una doppia morale: anche le scelte economiche devono considerare il rispetto degli abitanti della Terra, ed evitare che la Terra ….diventi un deserto!

Questi concetti sono propri dello stesso sistema capitalistico: i fondi pensione, che manovrano ingenti capitali, si stanno dando delle linee guida di investimento responsabile, a evitare proprio che quando i loro sottoscrittori avranno raggiunto l’età della pensione non la possano più godere, perché nel frattempo la Terra si è trasformata in una landa inospitale. Questa è la scelta presente nel fondo pensione Norvegese, come la Prof. Janne Haaland Matlary ha illustrato nel suo intervento: “Ethical guidelines for the Norwegian Petroleum Fund: Dilemmas and Impact”, al convegno di Etica SGR del 10 giugno Milano.

 

Alessandra Tami

 

 

 

 


 

LA PENSIONE A 65 ANNI PER LE DONNE: LA PARITÀ O UN PALLIATIVO?

21-6-2010 by Alessandra Tami · Commenti disabilitati 

 

In questi anni il tema della pensione è stato al centro di riforme, dibattiti, discussioni. In una società agricola, che è quella da cui proveniamo, non c’era la pensione e nonni e nonne continuavano a rendersi utili, collaborando alle attività della famiglia. Ma la famiglia era una “azienda”, in cui attività di cura, di servizio, di produzione (i vestiti, le marmellate, la pasta in casa…) vedevano impegnate le donne. Poi lo sviluppo economico ha comportato che invece di comprare la farina per fare le torte, ci si rivolgesse a una società di catering! Il Pil (prodotto interno lordo) aumenta, ma forse non il Bil (benessere interno lordo), in quanto il Pil non tiene conto dell’autoproduzione, né del consumo delle risorse naturali, né della qualità della vita.

In questi anni molte cose sono cambiate, in particolare mentre la generazione precedente aveva solo il 4% di persone sopra i 65 anni, l’attuale ne ha ben il 20%. La piramide della vita è rovesciata, con pochi giovani alla base e tanti meno giovani alla vetta. Che dire poi della qualità del lavoro: accanto a lavori noiosi, usuranti ci sono tanti lavori che piacciono e che non si vorrebbero mai lasciare, per cui la pensione viene vista con angoscia e mette in crisi spesso uomini e donne. Forse meno le donne, perché abituate al doppio lavoro, aspettano la pensione per fare con più agio tante cose che durante il periodo lavorativo hanno dovuto tralasciare.

E poi ci sono i nipoti da curare, perché ancora in Italia il tasso di donne che lasciano il lavoro quando nascono i figli rimane molto alto, a differenza di quanto avviene nei paesi del Nord Europa, dove migliori servizi per la famiglia, un’organizzazione del lavoro che accetta il part time anche in posizioni di vertice, si combinano con un tasso di attività maggiore delle donne e una natalità più alta. Spesso le donne hanno anticipato la pensione proprio per poter dedicare più tempo alle attività di cura, degli anziani o dei nipoti, per poter offrire alle figlie opportunità di carriera migliori. In questi anni si è discusso molto di parità uomo donna, e nell’art. 37 Cost. può leggersi una specificazione del principio di uguaglianza formale di cui all’art. 3: ” La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore” (comma 1). “Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale e adeguata protezione” (comma 2.). Con riguardo ai rapporti di lavoro la disposizione sopra riportata vieta le discriminazioni a danno delle donne e, al tempo stesso, impone l’adozione di trattamenti speciali che tengano conto della peculiarità proprie del ruolo materno e familiare delle donne stesse.

Tuttavia tale norma non obbliga le donne ad anticipare l’età della pensione: un obbligo in tal senso sarebbe anticostituzionale. Infatti nel mondo dell’Università (parliamo sempre di lavori privilegiati) le donne vanno ora in pensione alla stessa età degli uomini, a settanta anni. Quali sono le conseguenze di un’età della pensione più bassa? Le statistiche sottolineano che mediamente la pensione delle lavoratrici, a parità di stipendio, risulta più bassa di quella dei lavoratori del 25-30% (Laura Vitale), mentre un’età pensionistica più bassa si traduce in una pensione inferiore del 12-15%. Andare in pensione prima significa infatti una carriera meno lunga, e, se insieme si considera come il percorso lavorativo della donna spesso abbia dei momenti di pausa, di fatto si arriva al momento della pensione con un montante accumulato più basso. Quali le soluzioni?

Che l’allungamento della durata media della vita imponga di rivedere l’età pensionabile rimane indubbio. Probabilmente la risposta deve essere molto articolata. Se vogliamo effettivamente la parità fra uomo e donna, bisogna cominciare a operare durante la vita lavorativa, con un’organizzazione del lavoro che tenga conto anche dei bisogni della famiglia: spesso le donne non fanno carriera e quindi arrivano all’età della pensione con uno stipendio più basso perché le riunioni si fanno alla fine della giornata: ma anche se ci sono asili d’infanzia, scuole a tempo pieno, i bimbi non possono essere sempre lasciati a estranei. L’educazione è compito della famiglia e delegarla completamente non fa crescere persone autonome, sicure, in grado poi di fare il bene della società. Quindi le mamme cercano di essere a casa per cenare almeno con i figli, ma sarebbe utile che ci fossero anche i padri…Quindi le riunioni andrebbero solo fatte in ore che concilino bimbi e lavoro. Probabilmente la caduta della natalità in Italia, sostituita dall’immigrazione, è la conseguenza anche di questo. Fra parentesi, non capisco perché l’asilo nido debba costare di più delle tasse richieste dai corsi universitari. Il risultato è la rinuncia a fare bambini, mentre gli studenti universitari, visto che l’università costa poco, perdono tempo.

Proseguendo nel discorso, la parità uomo donna non può limitarsi all’età della pensione, in quanto occorre parità anche prima. E se un maggior periodo lavorativo significa riconoscere alla donna maggiori possibilità di carriera e la presenza in posti chiave, ben venga questo innalzamento. Va bene poi aumentare l’età pensionabile, ma investendo nei servizi alle famiglie e introducendo alcune norme di flessibilità. Per esempio maggior disponibilità al part time, ma senza che questo significhi, se la pensione è retributiva, una penalizzazione di chi lo chiede. La pensione potrebbe calcolarsi sul parametro tempo pieno, senza portare a decurtare l’assegno pensionistico, per esempio.

Occorre poi osservare che con il sistema contributivo e con lo sviluppo della previdenza integrativa un altro aspetto critico sta venendo al pettine. A parità di montante e di età in cui si chiede l’assegno previdenziale, ora la pensione delle donne è minore rispetto a quella degli uomini, poiché le assicurazioni e i fondi pensione, anche negoziali, applicano tavole di mortalità diverse fra uomo e donna. La questione che si pone a questo punto è se non sia maggiormente equo usare una tavola di mortalità unica, tenendo conto che dietro a un uomo di successo c’è sempre una donna che l’ha supportato.

Quindi non erigerei le barricate per questa norma dettata dalla UE, anche se probabilmente la UE dovrebbe intervenire anche per far sì che la famiglia abbia servizi migliori. Serve invece il contributo di uomini e donne, affinché i giovani non vivano di precarietà e se lavorare di più riduce il costo complessivo del lavoro, sono disposta a fare qualcosa per i nostri giovani.

 

Alessandra Tami

 

 

 

 


 

CA’ GRANDA: VALORIZZAZIONE PER CHI

17-5-2010 by Alessandra Tami · Commenti disabilitati 

I dubbi che stanno emergendo sulla proposta di “valorizzazione” del patrimonio della Fondazione Ca’Granda, fondazione che accoglie i lasciti testamentari che nei secoli sono affluiti all’Ente ospedaliero, nascono con riferimento in particolare ai temi dello sviluppo sostenibile, in senso non solo ambientale, ma anche sociale, problematiche che in questo periodo sono al centro del dibattito. Rientra nel primo aspetto il tema del “consumo di suolo” in Lombardia, mentre il secondo ha riguardo al tema del “social housing”, ovvero di come offrire anche ai soggetti deboli un’abitazione decente, a costi compatibili con i loro redditi, ma assicurando un minimo rendimento anche ai finanziatori dei progetti.

Premesso che la valorizzazione di un patrimonio presuppone la conservazione del bene, il dibattito si è acceso perché nei secoli l’ospedale Ca’Granda, grazie alle donazioni di vari benefattori, di fatto si era trovata a essere uno dei maggiori proprietari fondiari della Lombardia. Quando l’attività ospedaliera era soprattutto attività di assistenza, i rendimenti dell’agricoltura potevano essere più che adeguati a sostenere tale attività. Possiamo ricordare che la sede che ora ospita l’Università degli studi di Milano era la sede dell’ospedale e dove ora è ospitata la biblioteca, la crociera, vi sono i segni degli armadi che erano vicini a ogni letto.

Ma dalla metà del ‘900 l’attività ospedaliera è profondamente cambiata, da pura assistenza è diventata attività di cura e l’azienda ospedaliera ha dovuto dotarsi di nuove strumentazioni diagnostiche, molto costose, mentre la rendita agricola diventava insufficiente a sostenere la nuova attività. Ne è derivato che molte cascine, le tipiche cascine lombarde, sono state vendute, sono diventate aree edificabili, e la città si è estesa là dove c’era la campagna.

In un recente convegno “Terra!”, organizzato da Legambiente con il Politecnico di Milano sul consumo di suolo, si è lanciato l’allarme sui rischi crescenti di una crescita disordinata di Milano sulle aree ancora verdi limitrofe, in luogo di procedere a recuperi intelligenti di aree ormai dequalificate. Si è messo in evidenza che l’occupazione di suolo è stata molto superiore alla crescita della popolazione, si sono sottolineati i limiti di un agglomerato che cresce disordinatamente, secondo un modello sprawl, in quanto i costi di tale sviluppo appaiono superiori ai benefici immediati: l’impermealizzazione del territorio ha effetti negativi sui regimi delle acque, significa perdita di biodiversità, peggiora l’inquinamento, in quanto viene meno la capacità di assorbire CO2 del verde. Nello stesso tempo altri convegni hanno dibattuto il significato positivo che l’agricoltura periurbana può ancora significare: un verde agricolo, cioè curato dal contadino, è meno costoso per la collettività di un verde “parco artificiale” che deve curato dal Comune. Va inoltre osservato che la campagna attorno a Milano è una delle più fertili d’Italia.

Nello stesso tempo il verde ha effetti positivi sulla salute dei cittadini: il verde riduce l’ansia, favorisce l’ossigenazione, consente con un’attività fisica di ridurre lo stress e quindi le malattie. Nello stesso modo molte abitazioni donate alla Ca’Granda sono anche case acquisite a un costo zero o minimo e quindi potrebbero essere destinate ad abitazioni a canoni contenuti, adeguati al mantenimento delle stesse, destinate a giovani coppie che faticano a rendersi autonome, perché il costo della casa è spesso un ostacolo al formarsi di nuove famiglie. Ma la difficoltà di rendersi autonomi è un altro fattore di ansietà, che richiede poi interventi sanitari per evitare effetti dannosi alla salute.

Questa premessa per sottolineare che quando si parla di valorizzazione del patrimonio della Ca’Granda, costituito anche da Cascine, ora in affitto a contadini, e spesso collocate nell’area periurbana di Milano, non si dovrebbe dimenticare che missione di un ente ospedaliero è la salute dei cittadini, che si ottiene non solo con la cura, ma anche con la prevenzione. Non vorrei che politiche di breve termine portassero a scelte inefficienti, in quanto la salute dei cittadini si mantiene conservando il verde agricolo, mentre anche la Fondazione, con parte del suo patrimonio, potrebbe darsi cura del soddisfacimento del fabbisogno abitativo di chi ha redditi più bassi. D’altra parte l’approvvigionamento a kilometro zero sono politiche che si stanno estendendo nel mondo agricolo, al fine di interiorizzare parte della differenza fra i prezzi delle materie agricole vendute dal contadino e quelli praticati dalla grande distribuzione.

Se valorizzazione del patrimonio ospedaliero significa supportare un’agricoltura periurbana efficace, la scelta può essere condivisibile, ma se invece significa invece cementificare le ultime cascine attorno a Milano, questo sarebbe un comportamento opposto alla missione di un Ente ospedaliero, contrario a uno sviluppo sostenibile che deve essere obiettivo di tutti.

 

Alessandra Tami

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