PISAPIA, L’UNICO CANDIDATO CHE CI SIA

 

Il tempo corre e mentre deve mettere a punto l’operatività (i bei tempi dei partiti organizzati sono finiti, è inutile rimpiangerli adesso) il candidato anti-Moratti dovrebbe velocemente e con poche e si spera azzeccate uscite delineare la sua idea di città, meglio per suggestioni e immagini brillanti, possibilmente ancorata alla ricca e articolata produzione d’idee che, nonostante tutto, non è mancata a Milano in questi anni. Produzione anche troppo ricca, talvolta contraddittoria, talvolta con una preoccupante tendenza alla tuttologia e all’inutilità, che ha già prodotto l’aborto del programma delle 278 pagine del povero Prodi: guardarsi, quindi, dalla pretesa di (ri)presentare un programma – Talmud, sul quale le dispute rabbiniche che si svilupperebbero prima, durante e dopo la sua stesura avrebbero un effetto-puzzola sugli elettori.

Elettori potenziali che inopinatamente sono ancora in cerca di profumi (politici): all’iniziativa del teatro Litta per Giuliano Pisapia candidato si poteva notare come accanto alla solita compagnia di “svelti di firma” e agli esponenti di partiti e parodie di partito arrivati in loco per vedere e soprattutto farsi vedere siano comparse, come dal nulla, almeno trecento persone che non si vedevano da anni o non avevano mai partecipato ad appuntamenti della politica cittadina, desiderose di capire se quello fosse il luogo dove potesse partire o meno un’avventura finalmente vincente.

In realtà a lavorare su un’idea e una politica, finora, è solo Pisapia, che ha impiegato il mese di agosto per avviare i primi “comitati” di sostegno alla candidatura ed ha cominciato la campagna elettorale, delineando il profilo di un possibile campo di sostegno e accordo dal quale nessuno è pregiudizialmente escluso a patto di condividere un progetto di governo alternativo a quello di Alberini e Moratti ed ha iniziato a fare il contraltare a Donna Letizia sulle scelte e soprattutto sulle finte scelte di amministrazione della città. La Sindaca, infatti, con gran dispiego di mezzi, ha proseguito nella costruzione di un’immagine “virtuale” di sé stessa, come quando si è presentata al mercato di viale Papiniano beccandosi una serie di vivaci contestazioni da commercianti e cittadini di cui è riuscita a non far comparire la minima traccia su giornali e televisioni, leggendo e ascoltando i quali si ha la certezza che abbia attraversato leggera il viale fra due ali di folla adoranti. Il vero ostacolo della battaglia elettorale sarà, ancora una volta, l’informazione, nella quale la sproporzione delle forze in campo è direttamente proporzionale all’incapacità politica e di governo della signora Moratti, riconosciuta ormai unanimemente anche nel proprio schieramento, dove pure sono d’accordo fra loro su quasi niente anche a Milano, come a Roma: ma il peso degli otto milioni di euro di spese di comunicazione del bilancio comunale (comprensivi dei compensi di Red Ronnie e Alain Elkann) e dei primi milioni di petroeuro (mezzi e mezzanini Atm occupati da luglio, anche con eventuale sconto, sono costosetti) restano una base solida per la ricandidatura. La lotta nel centrodestra è tutta sulla gestione commissariale di Palazzo Marino, lasciando alla Sciura la passerella della prima della Scala e il thè con gli ospiti stranieri (anche per le difficoltà con le lingue dei vari Salvini, De Corato, Podestà e, pare, dello stesso Formigoni), com’è testimoniato dall’accendersi della lotta per la poltrona di vicesindaco intorno alla quale si decideranno gli assetti interni futuri.

Tra i partiti di opposizione l’agosto è stato vissuto invece come una provvidenziale lunga “pausa di riflessione”, come se di tempo per riflettere non ce ne fosse stato abbastanza fino a ora: perfino i tradizionali produttori di comunicati stampa hanno limitato le esternazioni a mezzo fax e il Pd, per una volta senza disaccordi evidenti, ha lasciato filtrare la notizia che il 7 settembre, non un giorno prima né uno dopo, annunceranno il “nome”. I “rumors” sono meno intensi del solito ed hanno riguardato, dopo la mancata disponibilità di Pomodoro, Ambrosoli e Tito Boeri, il fratello di quest’ultimo, l’architetto Stefano Boeri- curiosamente indicato anche come possibile candidato del centrodestra – che ha comunque smentito qualsiasi interesse e volontà non appena il suo nome è apparso su qualche articolo di stampa nazionale. La grande e fiduciosa attesa sembra essere incentrata sul lavoro degli autonominati “saggi” guidati da Riccardo Sarfatti, che stanno conducendo segretissime e invisibili consultazioni, in massima parte nei luoghi di vacanza perché nessuno dei componenti di questo sinedrio è stato intravisto in città dalla fine di luglio, mentre l’unica indicazione politica certa sembra essere quella che non si tratterà di una candidatura di partito e quindi non avremo una terza utilizzazione del manifesto con Penati in completo grigio.

La speranza di alcuni è quella che finalmente arrivi in stazione un qualsiasi Godot e che le primarie, con un Pisapia che non si è fatto rinchiudere nemmeno per un istante nella parte del candidato “rosso” o dei “salotti”, semplicemente non si facciano; altri cullano speranze di stile dalemiano, tipo una candidatura di Gabriele Albertini che “spacca” il centrodestra o comunque l’emergere di una posizione “finiana” minimamente credibile sulla quale impiantare un’operazione di “valenza nazionale” che permetta di non occuparsi di quisquilie locali; tutti gli altri sono in attesa degli eventi, per posizionarsi pro o contro il “metodo” o il “candidato” in funzione degli equilibri interni.

Le vicende nazionali hanno dato fiato e spinta ai sostenitori di un candidato del “terzo polo” che però, nel più che probabile rientro precipitoso del dissenziente Albertini dalle parti di Palazzo Grazioli magari con promessa di futuro incarico di governo, resta sempre e comunque innominato o, più probabilmente, ora introvabile. La logica vuole che, una volta svanito il progetto più ambizioso, si abbia una candidatura “terzista”, stile Marcora alle provinciali o Pezzotta alle Regionali, meno marcata dal punto di vista cattolico e con la speranza di arrivare oltre il 5%, che dia una qualche robustezza alla presenza oggettivamente un po’ rarefatta del futuribile polo nella nostra città.

Riassumendo, finora siamo a Giuliano Pisapia, l’unico candidato che ci sia (sul serio) e alle sue “schegge” di programma che cominciano a delineare un’idea di progetto ambrosiano; il solito riflesso da “polli di Renzo”, con abbondante uso del “fuoco amico” per azzoppare la concorrenza interna e arrivare puntuali all’appuntamento con ” sconfitta sia basta che sia mia “, è stato finora limitato a qualche dichiarazione che ha funzionato come assist per la corazzata della comunicazione della Moratti ed ha permesso al Tg3 Lombardia di dire che l’opposizione è ancora senza candidato; è molto probabile la presenza di un candidato “terzo” in funzione di un quadro nazionale.

Attendendo il sette settembre, che probabilmente finirà per essere ricordato come il giorno prima dell’otto, poteva andare meglio, ma anche peggio .

 

Franco D’Alfonso

GIULIANO PISAPIA AL VIA

12-7-2010 by Franco D Alfonso · Commenti disabilitati 

 

Poco più di un mese fa scrivevo: si vota per il Sindaco e per il Consiglio comunale, quindi la prima cosa da fare è quella di trovare un candidato evitando il consueto inutile balletto sul “metodo” (primarie strette, larghe, bislunghe), sul programma e altre intempestive questioni quali il profilo politico preventivo del candidato (cattolico, no laico liberale, no di sinistra Vera). Il consiglio non è stato ovviamente recepito dai partiti o dalle parodie di partito che albergano nella sinistra milanese i quali, intimiditi forse dalla situazione, hanno prodotto in misura tutto sommato ridotta il vortice di dichiarazioni del tipo “bene tale, ma meglio tal altra che potrebbe scendere in campo” oppure ” primarie sì, ma prima di partito oppure no” etc. oppure si sono persi a vagheggiare, come gli amici di “le ragioni.it” il profilo di un candidato ideale che pesca voti a destra così ben fatto da somigliare in maniera inquietante al precedente sindaco di destra Gabriele Albertini.

Il solo segnale concreto ed effettivo, fra Pomodoro non raccolto, Ambrosoli non disponibile e De Bortoli aleggiante è stata la chiara disponibilità di Giuliano Pisapia. Il fuocherello di fila immediato tendente a identificarlo come il candidato della sinistra “radicale” utilizzabile come inutilissima bandierina pare non decollato, soprattutto perché lo stesso Pisapia si è detto chiaramente indisponibile a giocare un ruolo predeterminato in commedia, come quello di Fo alle ultime comunali o quello di Bertinotti alle altrettanto famose e deleterie “primarie” dell’ultimo Prodi. Il candidato Pisapia è entrato in campo con il piede giusto, specificando di essere candidato a sindaco e non ad altro ruolo politico quali il segretario o il “federatore” della sinistra ovvero al beneficiario di un’Opa ostile su quel che resta del Pd milanese; di essere pronto a misurarsi con altri candidati antimorattiani in eventuali primarie; soprattutto di aver iniziato una corsa che ha come obiettivo unico Palazzo Marino come Sindaco o come capo dell’opposizione e non ha interesse alle subordinate che hanno ammorbidito in termini molto personali la sconfitta degli ultimi candidati; infine, si è detto cosciente della necessità di costruire una proposta, più che una coalizione, che possa interessare quelle aree politiche, culturali e sociali diverse dalla sua di origine, quali quella laico, socialista, cattolica liberale che a Milano hanno dato vita a una maggioranza e a un progetto di città prima che a delle giunte che i meno giovani (vale a dire la maggioranza dei votanti a Milano…) ricordano con rimpianto crescente, magari salutando ancora Carlo Tognoli come ” sindaco ” incontrandolo per le vie della città.

In partenza si tratta indubbiamente di un buon candidato: un uomo di sinistra, con una storia politica, culturale e familiare saldamente “milanese”, definita e non dissimulata, una stagione da protagonista come operatore della giustizia sia nelle aule dei Tribunali che in quelle parlamentari nella quale ha mostrato fermezza ed equilibrio di posizione anche quando era lo spirito della “notte di san Bartolomeo” a prevalere e l’”inquisiteli tutti, Dio- Giudice riconoscerà i suoi” non era solo il motto del legato “papaldipietrista” Travaglio.

La parte più difficile del compito è già cominciata: il candidato Pisapia deve mettere in piedi il proprio staff di riferimento, cominciando a chiarire con la scelta dei collaboratori il suo programma e progetto; deve evitare come le pozzanghere sia l’assorbimento sia la contrapposizione con organizzazioni e disorganizzazioni piccole e grandi, siano esse il Pd o più ristretti circoli e gruppi, peggio se composti da “amici”, perché la logica della candidatura monocratica, ancor di più se dovesse passare dal confronto “amico” della selezione primaria, è molto diversa da quella del partito o della lista e se non si “bilanciano” attentamente la sconfitta è praticamente certa; deve iniziare una trasparente ma decisa raccolta di fondi, dal cui buon esito dipende gran parte del risultato.

La corsa è iniziata, spettatori e commentatori della sinistra stile Ernesto Calindri (“Dura minga, dura no, non può durare”) entrino in campo, annuncino che si candidano loro o che hanno la disponibilità con nome e cognome e non con identikit di un altro/a candidata, altrimenti vadano al bar a ordinare un Cynar .

 

Franco D’Alfonso

LEGHISMO E FASCISMO

10-5-2010 by Franco D Alfonso · Commenti disabilitati 

Quando si parla e si pensa alla Lega Nord non si dovrebbe perdere di vista qual è la sua ragione sociale originaria, alla quale è rimasta sempre fedele: è un partito secessionista e razzista, che si sviluppa nelle osterie di provincia e nelle “curve” degli stadi pedemontani. E’ l’alito cattivo del Nord razzista, quello di chi pensa che i “terùn” sono scansafatiche, ladri e protetti dallo Stato, che è controllato da loro; è quella di “Roma ladrona”, evoluzione antistatalista che permette di inglobare nella protesta lumbard anche gli immigrati elettori e residenti nonostante abbiano ancora un accento del Sud.

La Lega nasce nelle valli e nelle zone pedemontane, dove i meridionali sono quasi sempre impiegati pubblici, mentre imprenditori, artigiani e lavoratori sono in stragrande maggioranza lombardi, a differenza della realtà urbana della grande Milano, dove l’immigrazione determinata dalla grande industria ha scritto una storia comunitaria radicalmente diversa. Le parole d’ordine rozze e volgari che poggiano su un’analisi sociale ed economica quantomeno altrettanto di lana grossa attecchiscono nelle province dove le comunità sono rimaste chiuse, tutto campanile e lavoro, cuore della Lombardia “bianca” che ha delegato la propria rappresentanza alla Dc che con i voti dei curati di campagna sosteneva il riformismo dei professori della Cattolica .

Bossi s’incunea prima nei gruppi sociali e nelle sacche di emarginazione giovanile della provincia lombarda che Chiesa e partiti non riescono a coprire per intero, reclutando quella che costituirà la “base” dura e pura che, nei momenti di difficoltà, verrà utilizzata in maniera spregiudicata e quasi spietata, lanciata indifferentemente contro avversari politici – i partiti al potere, Dc e Psi in primis– come contro i “traditori” – i dissidenti anche solo potenziali, come il cognato di Bossi cofondatore della Lega Lombarda, allontanato a legnate non metaforiche. Questi leghisti della prima ora svolgono per il movimento di Bossi la stessa funzione fondativa e identitaria che ebbero gli squadristi per il fascismo, movimento con il quale ha molte analogie, a partire dalla mancanza di qualsiasi ideologia o progetto politico originario: proprio questa mancanza di vincoli “culturali” permette a Bossi oggi, come fu per Mussolini nel Ventennio, di assumere di volta in volta posizioni qualificabili come di destra o di sinistra senza per questo perdere in originalità e indipendenza. Mussolini il mangiapreti locupleta il Vaticano con il Concordato e diventa l’uomo della Provvidenza, Bossi il celtico si trasforma in Crociato quando opportunità politica richiede, entrambi senza pagare alcun dazio all’altare della coerenza politica e culturale.

L’equivalente del “boia chi molla” che chiamava all’azione quanti in grado di opporsi con le armi alla “sovversione rossa” è il “padroni a casa nostra ” che è stata e rimane la stella polare della politica leghista. Sotto quest’ombrello la Lega si allarga al ceto professionale e artigianale che con la crisi degli anni ottanta si sente trascurato dalla Dc, che si ritiene si sia sbilanciata verso le clientele del Sud per arginare l’avanzata “rossa” delle grandi città: il tacito patto che prevedeva una tollerata evasione fiscale per questi ceti in cambio di una stabilità elettorale straordinaria (il voto in Lombardia ha lo stesso andamento per tutto il Novecento, perfino nelle consultazioni dell’inizio del Ventennio fascista) salta con la crisi di fine anni ottanta e con l’esplodere della spesa pubblica .

La Dc e i partiti della prima Repubblica diventano estranei, non più in grado di tutelare gli interessi del “Nord” e “Roma ladrona” prima, Tangentopoli poi diventano la giustificazione “morale” per la rivolta antistatalista ( e l’evasione fiscale sistematica ) che la Lega di Bossi è pronta ad incarnare. Questa seconda ondata leghista porta a quello che verrà definito il “radicamento” territoriale della Lega, vale a dire centinaia di amministratori locali, sindaci e assessori che “conquistano” municipi su municipi da ormai più di dieci anni, almeno tre tornate elettorali amministrative, tanto da far pensare all’esistenza di un “modello”. Nella realtà gli amministratori leghisti sono tutto tranne che un nuovo “modello”: se si eccettuano alcune figure folcloristiche e di nessun impatto duraturo, gli amministratori della Lega hanno le stesse caratteristiche della vecchia classe dirigente democristiana locale, costruita con la presenza, l’ascolto e la vicinanza con i cittadini, non con le alzate d’ingegno particolari. La Lega però, a differenza della Dc, resta un partito saldamente nelle mani del leader governato da pochi fedelissimi in perenne lite fra loro (altra analogia con il Pnf ) che controlla tutto e impedisce la degenerazione della corruzione personale e locale, mantenendo un’immagine di estraneità al “sistema” a dispetto di casi come la “Banca del Nord” o dei soldi della Montedison in piena Tangentopoli “restituiti” con il famoso “fiasco” del “pirla” Patelli.

La stessa ragione sociale permette la virata dai “terroni” ai “negri”, intestandosi la battaglia per la sicurezza che porta la Lega a occupare lo spazio che in Francia è di Le Pen e in Italia viene lasciato libero dall’evoluzione della destra dell’Msi che con Fini percorre la via della “istituzionalizzazione”. Ancora una volta, la spregiudicatezza della Lega permette la conquista di nuovi consensi, soprattutto nei ceti popolari, tra gli anziani e tra le donne, quelli più sottoposti al disagio della convivenza con i “diversi” e molto presto alla concorrenza sui servizi sociali più che sul lavoro dei nuovi arrivati. Mentre la sinistra dimostra di non capirci nulla, soprattutto perché decapitata con Tangentopoli del suo gruppo dirigente riformista al Nord, la Lega continua a declinare il suo “mantra”, “padroni a casa nostra” sul terreno del welfare, appropriandosi in qualche modo delle conquiste socialdemocratiche e facendone una propria bandiera: le pensioni, diventate “quelle dei lavoratori del Nord”, non si toccano, così come la casa, l’assistenza sanitaria e tutto il welfare che è in crisi perché la sinistra “lo vuole dare anche agli extracomunitari”. E’ per questo che mancano i soldi, che sono “nostri” e basterebbero se tutto questo fosse solo per “quelli del Nord”.

Come già successo con il fascismo, il leghismo appare come rivoluzionario pur essendo il gendarme della conservazione e dell’arretratezza culturale e politica e viene arruolato dalla destra “borghese” nell’illusione di essere utilizzato e controllato. Certo anche la Lega ha messo in campo alcune individualità politiche di buon rilievo, in campo ministeriale e parlamentare, finendo per apparire come meglio attrezzata rispetto all’armata brancaleone radunatasi intorno al predellino di piazza San Babila, riuscendo a lucrare più di un consenso alle ultime elezioni regionali per avere avuto un’immagine di maggior affidabilità e perfino di serietà nell’ambito del centrodestra ed è in grado oggi di candidare a cariche prestigiose gente dignitosa come Luca Zaia piuttosto che l’impalpabile Zanello, il primo presidente della Regione Lombardia leghista che c’è già stato e di cui nessuno si ricorda.

Ma l’anima della Lega, quella che fa il suo successo elettorale e che le da’ il ruolo politico determinante per la maggioranza di centrodestra è quella originaria: i voti leghisti non sono portati dal ministro sassofonista Maroni, sono raccattati dall’ultrà Salvini che dice di voler ” stanare i clandestini casa per casa”. E questo lo sa bene uno degli architetti dell’alleanza politica di centrodestra come Giulio Tremonti che in quello che è stato probabilmente il comizio decisivo per la vittoria in Piemonte si è rivolto alla folla gridando; ” Noi non leggiamo libri, mangiamo agnolotti e amiamo la nostra terra. Gli “altri” stanno nei salotti, mangiano kus kus e vanno all’estero”. La grevità ha pagato e la Lega ha conquistato la presidenza, vincendo in tutte le province tranne che a Torino città.

Il motivo per il quale la Lega non sfonda elettoralmente a Torino come Milano, dove continua ad avere percentuali inferiori del 50% perfino rispetto ai comuni limitrofi, non è organizzativo (la Lega prende oltre il 30 % in decine di Comuni lombardi dove non si è mai visto un tizio in marsina verde nemmeno in fotografia), ma è socio culturale: in città un movimento che “vien giù con la piena” non convince appieno la borghesia cittadina che può pensare di “usarla”, ma mantiene il suo consenso alla destra oggi incarnata da Berlusconi. E del resto a Milano nemmeno quando si votò con la legge Acerbo alle ultime pseudoelezioni permesse dal regime fascista la destra ottenne la maggioranza, unica città nella quale il “listone” si fermò addirittura al di sotto della percentuale pur bassa necessaria per ottenere il premio di maggioranza.

Il consenso urbano della Lega, che si ferma al 10%, è costituito da operai sindacalizzati e dalle loro famiglie, gli stessi che hanno ancora in tasca la tessera Cgil e votavano per il Pci, perché la Lega riprende le posizioni e le politiche “contro”, senza affrontare l’onere riformista della proposta e quindi senza pagarne il costo: l’abilità di Bossi e dei suoi seguaci è la stessa del Pci di “lotta e di governo”, che gli permette di mettere assieme i consensi della borghesia parafascista ostile e infastidita dall’Europa e dei lavoratori inseriti nel sistema di garanzie ma spaventati dalla competizione che gli immigrati portano fin sulla soglia di casa.

In Francia e Germania l’equivalente della Lega, il Front National di Le Pen e i movimenti xenofobi e neonazisti, sono stati isolati ed esclusi dalla dialettica politica tra conservatori democratici e progressisti socialisti. In Italia la destra post Dc ha utilizzato la Lega per avere il sopravvento, generando una maggioranza politica che non ha omologhi nel resto dell’Europa occidentale. Purtroppo nemmeno la sinistra italiana, o quel che resta di essa, trova similitudine in Europa, anzi ha addirittura fatto un vanto di questa sua diversità somma di negazioni d’identità: sarà per questo che si prendono in seria considerazione scimmiottature protoleghiste come quelle di Penati a Milano o quelle blaterate, più che praticate, da Chiamparino a Torino, convinti di poter riconquistare le posizioni perdute “riprendendosi” le parole d’ordine scippate dalla Lega.

Se la sinistra pensa di tornare in gioco al Nord trasformando Umberto Bossi in un padre della Patria solo perché a seguito della malattia dice a bassa voce e con minore impeto gli stessi “concetti” dei tempi del celodurismo, ancorché lievemente rassettati dal punto di vista linguistico e sperando in una rottura con l’”odiato” Berlusconi, farà la stessa fine dei partiti antifascisti e degli appelli ai “fratelli in camicia nera”: essere fuori dal gioco fino a che un evento straordinario e tragico non rimescola la situazione .

Chi si avvicina alla Lega si ricordi di sentirne l’alito profondo, prima di farsi stordire dai profumi e dagli afrori del successo e del potere. E’ impossibile da mascherare e ne rivela la vera natura.

 

Franco D’Alfonso

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