ARRIVANO I FASCISTI A PALAZZO MARINO

 

Il combinato disposto delle divisioni socialiste, (caratterizzati dal prevalere dei massimalisti rivoluzionari e dalla scissione comunista), e della supina adesione della borghesia democratica milanese, in primis il Corriere, alle azioni violente fasciste, portarono allo scioglimento del consiglio comunale, nonostante anche le elezioni politiche del ‘21 fossero in città vinte dai socialisti.

In occasione delle elezioni per il rinnovo della Camera del maggio ‘21, si vide infatti che il clima era mutato rispetto al già turbolento 1919. Se il programma dei conservatori uniti nel Fronte patriottico di due anni prima poteva in qualche modo definirsi riformatore, ora il Blocco era animato dai propositi nazionalisti e fascisti, anche se a guidare il blocco a Milano era un democratico come Gasparotto.

Tanto strepitio contro la “mortificazione bolscevica” operata dal sindaco Filippetti diede pochi frutti, almeno quando i bloccardi decidevano di seguire le vie legali e democratiche: il PSI confermò i suoi 14 deputati e il PPI ne elesse 6. I sette deputati del blocco nei collegi, ora unificati, di Milano e di Pavia, dovevano tutto ai fascisti, come si poté agevolmente vedere nei più di 70.000 voti personali di Mussolini, in testa assai ai suoi alleati moderati.

Ma ora l’opposizione aveva buon gioco a criticare il deficit comunale, salito, nelle previsioni per il 1921, a 240 milioni. Cifre alla mano, il liberale Cardani mostrava come fosse aumentato il numero di funzionari comunali, e di conseguenza le spese e le tasse, senza che l’efficienza della macchina comunale mostrasse segni apprezzabili di miglioramento. Quindi chiese un’inchiesta sulla gestione dell’Azienda dei consumi, a cui si accodarono anche i consiglieri che da socialisti erano diventati comunisti, fondando un gruppo autonomo in Consiglio e guidati da Ernesto Schiavello.

“Vogliamo – disse Schiavello – che tutti vedano chiaro nelle nostre azioni perché sappiamo di poter sopportare qualunque prova. Come bene dicono tutti nostri compagni, che si aprano porte e finestre acciocché non vi siano sospetti specie quando trattasi del pubblico danaro, vogliamo, socialisti e comunisti, che chiunque possa indagare, veder chiaro e convincersi della nostra rettitudine. Chiediamo quindi che l’inchiesta compunta con rapporti della minoranza borghese abbia pieni poteri: colpisca inesorabilmente se vi è da colpire. Non temo che la verità venga fuori trionfante, e siamo sicuri del trionfo della nostra verità”1.

Il consigliere Marangoni difese l’Azienda per i consumi, dicendosi convinto che la campagna contro di essa aveva solo uno scopo politico. Quando poi, nel giugno del ‘21, ancora il bilancio non era stato presentato, Ranelletti ritornò all’attacco, accusando la giunta di non essere in grado di amministrare e di correre rapidamente verso lo sfacelo, provocato dall’aumento delle spese legali, dagli alti salari dei funzionari e degli impiegati, della disorganizzazione dei servizi pubblici. D’altro canto, l’opposizione, quella dei comunisti, riteneva troppo tiepidi (“democraticoide” come disse Schiavello) l’azione della giunta. Dopo tutto secondo i comunisti lo sfondamento del bilancio non aveva ancora raggiunto a Milano quei 500 milioni di tanti altri comuni, ragion per cui vi sarebbero state ancora opere da fare, soprattutto nell’edilizia popolare. In ogni modo, per comunisti, i debiti del Comune erano piccola cosa di fronte allo sfascio dello Stato borghese che avrebbe approssimato la vicina rivoluzione. Benché poi i comunisti dichiarassero di approvare il bilancio, essi affermavano prossima la fine dell’amministrazione comunale. Il ragionier Ausoni, assessore alle Finanze, denunciato a tratti caldi dal “Corriere della Sera” come scialacquatore di pubblico denaro si difese con questi argomenti: “attenuare, nei limiti delle proprie attribuzioni, la disoccupazione che dilaga impressionante. Provvedimento, d’altronde, in perfetta armonia col classico concetto dell’economia borghese, in quanto il lavoro era volto all’esecuzione di opere redditizie”.

Naturalmente l’opposizione liberale aveva ben salde radici anche a Roma: al Senato non passava giorno senza che il direttore del Corriere Albertini non accusasse di malversazione la giunta, mente i liberali milanesi facevano pressione su deputati e sui ministri perché venissero limitate le distribuzioni di risorse dal centro al Comune. Così avvenne per esempio quando la giunta chiese un prestito alla Cassa depositi: “Mi consta in modo concreto – denunciò Caldara – che un’associazione politica cittadina ha scritto alla cassa di risparmio contro ogni eventuale operazione di credito al nostro Comune e che qualche giornalista ha formulato alla stessa cassa minacce e oscuri attacchi nel caso che essa facesse sovvenzione al comune. La cosa è dolorosa e vuol essere denunciata anche nell’interesse della Cassa di Risparmio”. Seguì un novo tumulto (ormai si trattava di accadimenti quotidiani) e il giorno dopo la minoranza negò il proprio voto al Bilancio.

In tale clima di ostruzionismo, tra i prestiti negati, la Giunta fu costretta, nel ‘22, a presentare un piano di ristrutturazione dei bilanci comunali. Un mutamento che Filippetti spiegava con il cambiamento della situazione politica generale: non si era più ai tempi rivoluzionari del ‘19-20, ora il proletario doveva assumere un “atteggiamento di difesa”. Solo che il programma fu pesantemente attaccato questa volta dai comunisti come Giuseppe Nardelli (che accusò la giunta di voler ridurre le paghe ai dipendenti e di non colpire le sacche di sfruttamento borghese) e Alfredo Interlenghi, per il quale Filippetti, difendendo il bilancio, aveva acquisito la mentalità delle amministrazioni borghesi. Un altro oppositore della Giunta, benché questo non fosse il suo ruolo, era il prefetto Lusignoli che, fin dall’insediamento di Filippetti, non aveva mancato critiche espresse pubblicamente nei confronti del sindaco, intervenendo, fin dove possibile, per censurare le frasi o i passaggi dei suoi discorsi. La strategia di Lusignoli, in questo certamente appoggiato dal governo, consisteva nel cercare la provocazione con la Giunta: diede l’ordine di punire i tranvieri per la sospensione del lavoro il 1° maggio 1921, una consuetudine che a Milano risaliva al 1904. Le diatribe potevano nascere anche su questioni apparentemente piccine, ma simbolicamente rilevanti, come quando un vigile intimò a un tassista di togliere dalla sua vettura la bandierina tricolore, e Lusignoli, informato dell’accaduto, accusò pubblicamente l’assessore Fiori di avere emanato tali direttive.

La Giunta decise di non reagire alle provocazioni di Lusignoli, limitandosi a esprimere riprovazione. Un comportamento che non piacque né ai comunisti, che avrebbe voluto uno sciopero generale di protesta e la denuncia di Lusignoli, né ai liberali, i quali ritenevano che, se il prefetto aveva veramente violato la legge e superato i propri limiti, andasse denunciato alle autorità civili. Ma i liberali stavano evidentemente con Lusignoli, se Ranelletti aggiunse poi che alla città, più che le critiche di Lusignoli, avevano fatto ben più male “la mala amministrazione, o ridurre il Comune nostro che era il più fiorente d’Italia in istato quasi fallimentare, col non pagare i fornitori, col non pagare i debiti neppure alle Opere Pie, e perfino col non pagare gli stipendi e i salari ai dipendenti dl Comune [...] Il decoro e il buon nome di Milano sono offesi non dagli interventi del prefetto, ma dallo sgoverno fatto dalle Amministrazioni socialiste”.2

A tutti gli effetti, la situazione era drammatica: l’ospedale era creditore di dieci milioni, la Cassa depositi non aveva ancora inviato il prestito promesso. In città, gli scontri tra fascisti, socialisti e comunisti erano più intensi che mai, mentre pochi mesi prima, nel Teatro Diana, era esplosa una bomba piazzata dagli anarchici. Senza dire che all’arcivescovado, dopo la morte di Ferrari, era arrivato Achille Ratti, una figura che, come a scritto Giorgio Rumi “ha una sua idea della restituzione complessiva dell’Italia alla sua costituiva anima cattolica. Non comprende, e in definitiva non condivide, significati e valori del partito come luogo di organizzazione del consenso e come radicamento della democrazia nelle masse [...] La sua industriosa Brianza gli aveva insegnato cosa possano fare l’organizzazione e la disciplina mentre la dialettica dei diversi rimane fuori dai suoi interessi [...] Quando il vertice ecclesiale volge le spalle all’ipotesi della democrazia e dell’apertura alle grandi esperienze politico-culturali dell’età contemporanea [...] lo scenario che si disegna passa piuttosto allo sviluppo delle competenze, alla professionalità, all’associazionismo corporativo, ai valori gerarchici. Rispetto al fascismo che avanza non c’è dubbio: la nuova ambrosianità che Ratti e Gemelli incarnano è senz’altro competitiva, in quanto non radialmente altra, e piuttosto figlia della stessa rinunzia”.3

I rapporti tra maggioranza e opposizione divennero incontrollabili però solo nell’estate del ‘22. Le forze politiche prebelliche apparivano sempre più incapaci di proporre una politica autonoma e sempre più dipendenti dai nazionalisti e dai fascisti. I liberali milanesi, erano invitati da più parti in primis il Corriere a non avere più remore nei confronti di Mussolini e ad allearsi stabilmente con il suo partito.

Si doveva fornire di un’organizzazione permanente alla Fiera campionaria, sorta due anni prima su iniziativa di imprenditori e finanzieri. La Giunta voleva che la Fiera si costituisse a Ente autonomo in modo che vi fosse un controllo del Comune, mentre la minoranza appoggiava la proposta della Fiera come “ente morale”, per questo del tutto indipendente dal Comune. Dalla discussione accesa agli insulti, tra Marangoni e Ranelletti, il passo fu breve, tanto che quasi tutti i consiglieri della minoranza abbandonarono l’aula facendo mancare il numero legale. Pochi giorni dopo, a un’ennesima discussione sui bilanci comunali e di fronte agli attacchi violenti di Ranelletti e del nazionalista Arrigo Solmi, scoppiarono tafferugli tra i consiglieri e il nazionalista Alcide Frattini venne colpito. Si trattava di un nazionalista che si era da tempo schierato con il fascismo e che riuscì per pochi giorni ad alzarsi dalla sua modestissima statura e a farsi leader, in consiglio, di posizioni che all’esterno erano quelle dei fascisti, attorno alle quali egli aggregò i liberali e i radicali: “rimarremo seriamente al nostro posto – disse in Comune pochi giorni dopo la sua aggressione – nell’opera di epurazione anche, che sarà continuata senza tregua. A Milano siamo un po’ in ritardo ma gli avvenimenti camminano e non posso formulare l’augurio, in questa aula dove abbondano piccoli uomini incapaci, l’augurio cioè che presto l’amministrazione socialista, piovra di Milano industre e patriottica, sia spazzata, che sul balcone riconsacrato di Palazzo Marino sventoli per sempre la santa bandiera d’Italia”.4

Pochi giorni dopo il discorso di Frattini e vari discorsi sullo stesso tono del liberale Ranelletti, avvenne la destituzione manu miltari della giunta democraticamente eletta da parte dei fascisti, tra il plauso del “Corriere della Sera” e il tripudio di Luigi Albertini. Più che profetici, i discorsi di Frattini e di Ranelletti, mostravano come il liberalismo milanese avesse da tempo abbandonato autonomia e proposta ai fascisti, finendo per condividerne metodi e tattiche. Non è escluso che il colpo a Palazzo Marino fosse previsto da tempo, e che Frattini e Ranelletti avessero sentore di qualcosa, un sentore che poi, assai maldestramente, rivelarono a tutti. In quei giorni del resto si poté vedere un deputato di diverse legislature del partito che ancora qualcun chiamava “costituzionale”, un ex-ministro, appunto De Capitani, assaltare personalmente Palazzo Marino.

L’occasione per l’aggressione al Comune venne data in seguito al fallimento del grande sciopero legalitario, il 3 agosto 1922 il prefetto Lusignoli, non potendo accettare fino in fondo di lasciare fare ai fascisti ciò che egli comunque intimamente desiderava, fece intensificare la sorveglianza a Palazzo Marino anche se, scrisse al Ministro degli Interni dell’agonizzante governo Facta, “lo stato d’animo della cittadinanza è completamente favorevole ai fascisti e non nascondo che mal tollererebbero un’azione a fondo contro i fascisti”. Nel tardo pomeriggio del 3 agosto, la folla tumultuante, in apparenza spontanea, in realtà guidata dai fascisti e nazionalisti e ai loro assistenti liberali e radicali, iniziò a premere alle porte di Palazzo Marino. La polizia lasciò entrare la canea, le sale del Comune furono occupate, D’Annunzio (casualmente?) a Milano fu chiamato dalle camicie nere perché pronunciasse un discorso dal balcone di Palazzo Marino. Il poeta-vate, non sempre neppure in quel periodo d’accordo con la strategia fascista e con Mussolini, svolse la bisogna, mentre il procuratore generale Antonio Raimondi ritenne che tutto quanto era accaduto non costituiva motivo di reato! Il 27 agosto il decreto reale giustificò e legittimò il colpo di mano contro la giunta democraticamente eletta, motivandolo con il fatto che “questo enorme stato di cose [cioè la gestione Filippetti] ha creato nella cittadinanza un risentimento che ha veduto la sua esplosione nei gravissimi incidenti del 3 agosto; e poi la calma, che si è ristabilita per l’abbandono di fatto delle funzioni da parte degli amministratori, sarebbe seriamente compromessa, è indispensabile, per grave ragioni di ordine pubblico, lo scioglimento del Consiglio comunale”.5

 

Walter Marossi

 

 

 

 

 

 

1 Cit. in F. Nasi, 1899-1926, cit.,p. 94.

2 ibidem, p. 98.

3 G. Rumi, I cattolici, “i migliori fra i cittadini”, cit, p. 60-61.

4 Cit. in F. Nasi, 1899-1926, cit,. p. 101.

5 M. Punzo, La giunta Caldara, cit. e più generale A. Lyttleton, La conquista del potere. Il fascismo dal 1919 al 1929, Bari 1974.

 


 

AI PRIMORDI DEL CENTROSINSTRA: IL 1900

26-7-2010 by Walter Marossi · Commenti disabilitati 

 

La prima giunta di “centro sinistra” a Milano si insedia nel gennaio del 1900 e si dimette nel 1904. La vicenda, che evidenzia il ruolo nazionale di apripista politico della città, si dipana tra scissioni socialiste, rotture tra estremisti e riformisti, laici e cattolici, preparazione dell’expo, influenze massoniche, conflitti d’interessi, contrasti sul ruolo del pubblico nell’erogazione dell’energia e dell’acqua, scontri con i proprietari di terreni e i costruttori, proteste operaie e rigurgiti polizieschi, etc. Con l’eccezione del ruolo del re, quasi nulla che non ci tocchi ancor’oggi. Le elezioni amministrative erano convocate per il dicembre 1899.

Dopo lo stato d’assedio invocato dalle autorità cittadine e messo in atto dal commissario regio generale Bava Beccaris, dopo gli arresti e le condanne dei socialisti e dei repubblicani (a Turati e Chiesa furono comminati 12 anni), dopo che Pelloux aveva presentato in Parlamento una serie di progetti gravemente lesivi delle principali libertà previste dallo Statuto, i conservatori milanesi pensavano di vincere senza problemi. Invece il 1898 era stato vissuto dalla città come una rottura dello spirito risorgimentale. Non si era trattato soltanto della morte di cittadini innocenti, né solo della chiusura di alcuni circoli e dell’arresto di alcuni dirigenti (in fondo Crispi l’aveva già fatto nel 1894). Per la prima volta venivano in nome di un’emergenza del tutto fittizia travolte le regole “costituzionali”. Lo stato d’assedio diede l’impressione che la monarchia e il governo stavano prendendo una strada reazionaria, un ritorno a un clima “austriacante”.

Al contrario di quanto previsto dai conservatori la repressione aveva quindi generato uno spirito di rassemblement tra partiti popolari, in particolare i socialisti avevano abbandonato la loro tradizionale ostilità e intransigenza nei confronti dei repubblicani e dei democratici, auspicando anzi alleanze le più larghe possibili per il ripristino delle libertà. Le elezioni amministrative, si votava con un sistema di liste maggioritario, furono così vinte dalla coalizione popolare (diciamo il centrosinistra): quarantuno gli eletti i radicali (tra cui Mussi, De Cristoforis, Marcora, Missori, Salmoiraghi), dodici i socialisti (Luigi Majno, Gnocchi Viani, Emilio Caldara, Angelo Filippetti, Filippo Turati), dieci i repubblicani.

La vittoria social-radicale a Palazzo Marino fu così commentata dal quotidiano conservatore La Perseveranza: “con le leggi elettorali come la nostra, quando in una città eminentemente industriale e dove l’immigrazione è imponente e continua, anche quelli che si possono dire gli ultimissimi venuti hanno diritto al voto, o le prove d’intelligenza e le ragioni di censo per il corpo elettorale sono mantenute nei limiti irrisori, quando qualche ragione d’economico malessere, affatto indipendente dalle amministrazioni civiche, grava su di un paese, ben si comprende come le masse sobillate da pochi o col verbo socialista o col verbo repubblicano, si buttino nel fallace sogno di un migliore avvenire [...] inoltre vi è un generale abbassamento del livello d’istruzione invano coperto dall’orpello di un’istruzione impartita al proletariato in modo tanto deficiente da renderla assai più pericolosa che utile”. Insomma era colpa degli immigrati, dell’ignoranza e del governo nazionale che non sapeva gestire bene la crisi economica. Bossiani ante litteram?)

Sindaco viene eletto Giuseppe Mussi, il più vecchio e autorevole leader del radicalismo milanese. I socialisti i repubblicani non entrarono In giunta, ma danno l’appoggio esterno: l’accordo con i democratici era infatti tutt’altro che organico. Gli esordi non furono entusiasmanti: nata più che altro come un blocco antireazione, la nuova maggioranza non aveva preparato un programma di governo cittadino e aveva eletti privi di esperienza amministrativa. Solo dopo qualche mese si trovarono gli accordi su alcuni punti qualificanti: la questione della costruzione di alloggi popolari, la refezione scolastica

Ma persisteva il dissenso sul ruolo economico gestionale del municipio. Repubblicani e socialisti erano infatti favorevoli a una campagna di intensa ed estesa municipalizzazione. Eugenio Chiesa chiese alla giunta di sciogliere il contratto con l’Union des gaz, un’impresa a prevalenza di capitale francese, che forniva l’illuminazione pubblica al Comune e successivamente propose la municipalizzazione dell’energia idrica gestita dalla Edison. La parte moderata della Giunta Mussi era però contraria alla municipalizzazione, e il sindaco minacciò le dimissioni se la municipalizzazione fosse passata in consiglio. Tanto più che secondo il sindaco la municipalizzazione sarebbe costata troppo per il Comune già in disavanzo; la questione della contrapposizione tra favorevoli e contrari al deficit spendig fa la sua prima vittima nelle sinistre. Infatti L’ “Avanti” criticò la giunta provocando la crisi: “L’amministrazione democraticissima di Milano ha messo il codino e la parrucca; con tutte le diavolerie della modernità. La municipalizzazione è diventata per essa un atto di sovversione; e dire che in Inghilterra la municipalizzazione l’hanno fatta i liberali! Nella colta Milano, invece, la democrazia preferisce il contratto privato. Ora la nostra attenzione è richiamata dal fatto che qualcuno che dirige la manovra di opposizione alla proposta di municipalizzazione è grande azionista della società cui vantaggio si vuole rinnovare il contratto. Le grandi idealità della democrazia borghese si eclissano davanti al “Dio affari”. Questa sopraffazione degli interessi privati sul pubblico è un vero atto di camorra amministrativa che vale a provare che mentre tutte le accuse di camorrismo si scagliano contro il Mezzogiorno, se Messena piange, Sparta non ride”.

Le polemiche sul conflitto di interesse di diversi consiglieri, con accuse che si scambiavano maggioranza e opposizione, nonché all’interno della maggioranza e dell’opposizione, rendevano il clima incandescente. Mussi stanco e malato si dimette a succedergli viene eletto Giovan Battista Barinetti una figura minore del radicalismo milanese. Nella nuova giunta, fatto di fondamentale importanza nella storia cittadina, entrano i socialisti: Majno assessore anziano, Filippetti allo Stato civile e Arienti ai lavori pubblici.

Per la prima volta rappresentanti di un partito non risorgimentale e da molti ritenuto eversivo amministravano la città. Si trattava di un successo di tutti i socialisti ma in particolare della corrente riformista, impegnata in quegli anni anche nel sostegno al governo Zanardelli Giolitti, forse il più importante tentativo riformatore del ‘900. Per la nuova giunta le municipalizzazioni diventano parte del programma. L’ingresso dei socialisti in giunta coincise però anche con la sconfitta dei riformisti nel partito tant’è che in città esistevano in pratica due PSI: la federazione che era controllata dai sindacalisti rivoluzionari mentre i riformisti si erano organizzati nei Gruppi socialisti: i due gruppi spesso presentavano candidati contrapposti nelle elezioni politiche che si svolgevano sulla base di un sistema maggioritario a collegio. La spaccatura tra i socialisti (come curiosamente avverrà anche nel secondo dopoguerra) confermata al congresso nazionale di Bologna, accelerò la fine dell’esperimento di amministrazione democratico della città riconsegnando la città alle destre. Nel settembre 1904 dopo un eccidio di minatori avvenuto a Buggerru in Sardegna proprio l’ala più radicale del Psi, proclama il primo sciopero generale nazionale, che tra blocchi stradali, blocco della luce e del gas si protrae per circa una settimana.

Milano è l’epicentro di uno scontro che si conclude con una secca sconfitta dei rivoluzionari. I conservatori della che avevano pensato di sfruttare la paura della piazza dopo il 1898, pensano di ripetere lo schema; ma mentre allora la città aveva reagito agli eccessi dei militari questa volta reagisce agli eccessi degli scioperanti. Alle elezioni amministrative (parziali) la destra capeggiata dal senatore Ettore Ponti si presenta con la neonata Federazione elettorale milanese, che raccoglieva diverse associazioni: l’Associazione fra commercianti ed esercenti; il Circolo industriale; l’Associazione proprietari di case e di terreni; il Collegio capimastri e imprenditori; la Società proprietari salumieri; l’Unione industriali arti grafiche; la Società fra albergatori; il Consorzio proprietari macellai; i Comitati elettorali monarchici; il Consiglio federale delle associazioni cattoliche; la giunta è sostenuta da una lista comune tra I radicali e i riformisti (che schierano anche Filippo Turati e il banchiere Luigi Della Torre) mentre una terza lista raccoglie i socialisti rivoluzionari.

La sconfitta per i riformisti è pesante: il 28 novembre Giovanni Battista Barinetti e la sua Giunta si dimettono. Le divisioni in quello che possiamo chiamare il primo centro sinistra erano ormai profonde e nonostante vi fosse ancora, grazie ai voti di 4 anni prima una maggioranza in consiglio, si va allo scioglimento del consiglio. Il 7 febbraio 1905 venne eletto il nuovo sindaco espressione della nuova maggioranza moderata. Il Corriere della sera a proposito della sconfitta della coalizione riformatrice scrive: “E’ a Milano che la prima unione dei partiti popolari si è formata, e da Milano è partito il contagio dell’esempio per altre coalizioni consimili. La condanna che Milano ieri ha inflitto alla rinnovata unione dei partiti popolari imposto dai radicali de “il secolo” e dai turatiani de il “Tempo”avrà la sua eco anche altrove”.

L’estremismo conservatore aveva fatto vincere i riformisti, l’estremismo rivoluzionario aveva fatto vincere i conservatori.

 

Walter Marossi

STORIA DELLE ELEZIONI COMUNALI MILANESI

19-7-2010 by Walter Marossi · Commenti disabilitati 

 

Nel settembre del 1944 il CLNAI designa Antonio Greppi come futuro sindaco della Milano liberata. Insediatosi nell’aprile 1945 Greppi, ma la nomina ufficiale verrà fatta dal generale Erskine Hume il 14 maggio, rimarrà sindaco fino al maggio 1951. Il primo atto politico di Greppi nel messaggio radio del 27 aprile sarà richiamarsi ai due sindaci socialisti dell’anteguerra Caldara e Filippetti, sanando il vulnus dello scioglimento del consiglio comunale deciso nell’agosto 1922 dai fascisti e rivendicando una continuità ideale che per i sindaci sarà un leit motiv nei successivi 4 decenni. Il discorso si concludeva (diciamo ottimisticamente, sic) così: “il destino non tradisce i giusti”.

Il 7 aprile 1946 si tengono le prime elezioni comunali. Concorrono sei liste: PSIUP, DC, PCI, Lista Madonnina (liberali, demo laburisti, destre, bossiani), Alleanza repubblicana, Partito degli esercenti. Socialisti e comunisti pur presentandosi in liste separate hanno firmato un programma comune. La campagna elettorale del PSI che ha come spin doctor (anche se allora si diceva responsabile propaganda) Paolo Grassi s’incentra sulla tradizione socialista del governo della città è premiata con il 36,2% dei suffragi. Gli altri: DC 26,9%; PCI 24, %; Lista madonnina 7,4% (che aveva impostato la sua campagna anche sul manifesto formalmente anonimo”Milan ai milanes” affisso contro l’eccesso di sfollati, oggi si direbbe immigrati); repubblicani 3%; esercenti 1,5%.

La vittoria di socialisti scrive il corriere d’informazione è dovuta “al buonsenso di Milano che in fondo, non si è mai lasciata ingannare e trascinare dalle ideologie; la si deve allo spirito di moderazione dei milanesi, che rifuggono egualmente da tutti gli estremismi, al loro amore per la praticità, che li ha sempre resi diffidenti della verbosità demagogica” analisi forse grossolana ma che potrebbe essere ripetuta per tutte le elezioni successive. Si da vita a una maggioranza tripartita, per i socialisti entra in giunta anche il futuro sindaco Virginio Ferrari, ai comunisti va il vice sindaco Piero Montagnani, che nel suo primo intervento delinea una strategia del partito che possiamo dire continua tuttora: “noi comunisti, eredi di tanta parte dell’esperienza socialista siamo desiderosi di divenire eredi anche della migliore tradizione amministrativa socialista”, i democristiani sono guidati da Luigi Meda.

Nel febbraio 1947, dopo la scissione di Palazzo Barberini, Lelio Basso pone la questione che il sindaco di Milano debba essere iscritto al psi e gli assessori socialisti e comunisti si dimettono. Dopo 15 giorni alla giunta tripartito succede un quadripartito dove parte degli assessori socialdemocratici vengono sostituiti da assessori socialisti in cambio del mantenimento di Greppi come sindaco. Come si vede l’arte del rimpasto ha nobili ascendenti, la differenza non secondaria con l’oggi è (forse?) che lo scontro politico, certamente più feroce dell’odierno, non impedì alla giunta di ricostruire una città semidistrutta dalla guerra.

Di li a poco l’esclusione delle sinistre dal governo nazionale, porta Greppi a firmare un ordine del giorno critico verso De Gasperi che provoca la reazione dei democristiani. È di nuovo crisi, sanata per qualche mese ma riaperta nel novembre del 1947 a seguito della rimozione operata da Scelba di Ettore Troilo, l’ultimo prefetto di origine partigiana. Greppi in polemica con il governo si dimette. Il consiglio comunale respinge le dimissioni ma a questo punto si dimettono gli assessori democristiani perché ritengono il sostegno a Greppi un attacco a De Gasperi. Una nuova mediazione, l’ennesima, evita la crisi; ma dopo le elezioni del 1948, la convivenza tra i partiti è impossibile. Nel febbraio del 1949 dopo una serie di polemiche attorno agli scioperi dei lavoratori del privato cui aderiscono i dipendenti comunali e all’atteggiamento della giunta, si apre una crisi che si concluderà solo due mesi dopo con la conferma di Greppi come sindaco a capo di una giunta con i socialdemocratici e i repubblicani ma senza socialisti e comunisti. Anche in materia di ribaltoni non c’è nulla di nuovo.

Inizia quindi anche nel comune di Milano la fase centrista, caratterizzata però da una forte presenza socialdemocratica e da una guida improntata al socialismo riformista. Lo specifico delle amministrazioni milanesi forse sta tutto qui, in una naturale vena turatiana che non si esaurisce neppure negli anni del centrismo e che dura fino a ….

Alle elezioni del 1951, svoltesi con un sistema elettorale che prevedeva l’apparentamento delle liste e il premio di maggioranza, vince la coalizione DC 30%, socialdemocratici 14,6%, liberali 6,1%, repubblicani 1,6%. All’opposizione comunisti 22,6%, socialisti 14,1%, fascisti 6,4%. Monarchici 3,1%. Greppi pur sostenuto da una parte dei suoi è oggetto di una dura campagna del Corriere della sera e deve lasciare la poltrona di sindaco a un altro “turatiano”: Virginio Ferrari, mentre in consiglio comunale entra Aldo Aniasi.

 

Walter Marossi

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