MA SONO PIAZZE?
12-7-2010 by Antonio Piva · Commenti disabilitati
Il tema del decoro delle piazze, piazzali, larghi, strade pedonali attrezzate, mi sembra molto spesso disatteso anche perché i termini che definiscono uno spazio urbano con determinate caratteristiche funzionali e architettoniche sono invecchiati e non rappresentano più i ruoli per cui erano nati. Questa osservazione vorrebbe mettere in evidenza che ogni spazio urbano diventa nel tempo qualcos’altro che viene assorbito dalla città a condizione che rappresenti qualcosa di vivibile e di appropriato in rapporto non solo alle necessità viabilistiche, commerciali e altro che cambiano, ma anche alle esigenze architettoniche che possono offrire confortevoli appagamenti dell’occhio, dell’orecchio e risposte concrete a tutte le richieste del corpo che rifugge in ogni età dalle barriere e dagli ostacoli.
Prendiamo ad esempio piazzale Cadorna e piazza Cairoli: la prima tagliata da via Carducci offre due aree: la prima, occupata da una fontana triangolare, delimita aree di scorrimento veloce, l’altra , coperta da una struttura di metallo e vetro, introduce alle Ferrovie Nord. La copertura ignora chi attende i tram perché non protegge dalla pioggia e dal sole, si estende verso via Alemagna. Lo spazio ospita negozi di modesta offerta, un bar cui pochi fanno riferimento, un fiorista non troppo appassionato fra indumenti di bassa qualità. Il pubblico presente staziona su tavoli sporchi e sedili poco invitanti. Il piazzale è generoso nell’ospitare tendoni per la fiera del libro. Quale fiera?
L’unità mobile Avis e fantasiose altre iniziative promettono: cosa promettono? E il piazzale ora è questo ora quello nella confusione disarmante improvvisata mascherata per raccogliere forse qualche fondo e altre volte per dare qualche aiuto. Il piazzale gode di grandi fioriere che un tempo ospitavano tassi morti stecchiti. Per molti mesi le fioriere erano diventate deposito di spazzatura poi all’improvviso sono comparsi nuovi tassi così piccoli da sfigurare in fioriere che celebrano piuttosto la grandeur di questo luogo dove svetta una grande scultura di acciaio di Rauscemberg.
Ma in pochi giorni, forse per mancanza di acqua, anche questi tassi piccini hanno cominciato a dar segno di malessere e alcuni a morire. Come potremo chiamare oggi questo piazzale da cui si scappa volentieri inabissandoci nel mezzanino della MM? Perché si scappa? Non c’è nulla di attraente mentre si è perseguitati dal malessere che deriva da questo disordine casuale, dalla concentrazione di accattoni assillanti, e a volte anche molto cortesi, dalla decadenza di tutto quello che sta intorno al piazzale senza anima.
Piazza Cairoli ha una struttura molto precisa. Rappresenta l’inizio e la fine di una prospettiva che parte dal Duomo e si conclude con il Castello Sforzesco. La statua di Garibaldi a Cavallo è un punto di riferimento importante che da alcuni anni ci è stato sottratto per un restauro interminabile. Anche questo luogo ospita iniziative tra le più disparate. Mercati, ruote di luce, zucchero filato, spesso il Castell Sforzesco non è più raggiungibile da piazza Cairoli per l’ammasso di gente che la domenica si concentra nei luoghi angusti prossimi alla fontana che invita a pediluvi rinfrescanti. Potrei parlare di Piazza Duomo, il fiore all’occhiello di Milano, ma è troppo doloroso e forse inutile fare un affondo.
I camion attrezzati per la vendita di panini e salsicce sta invadendo la città. Anche in piazza Leonardo Da Vinci, di fronte al Politecnico stazionano emanando una scia di odori insopportabili di fritto che salgono le scale della Facoltà di Architettura e via via entrano nelle aule. Perché, mi domando, abbiamo perduto oltre agli occhi anche il naso? Mi sembra impossibile!
Antonio Piva
AMBROSIANA E LEONARDO DA VINCI
24-5-2010 by Antonio Piva · Commenti disabilitati
Ho riflettuto a lungo sull’opportunità di scrivere un commento sulla manifestazione dedicata a Leonardo Da Vinci nella Veneranda Biblioteca Ambrosiana perché il luogo e le opere, che sono ospitate al massimo della qualità nella tradizione della storia di Milano e non solo, mi mettono in uno stato di soggezione. Avevo ascoltato alcuni commenti negativi sull’allestimento della mostra nella biblioteca Federiciana e in quegli spazi dedicati ad alcune opere pittoriche di Leonardo come il Musico e la Duchessa del Cardinale esposte a introdurre i disegni di architettura.
Avevo ascoltato altri commenti più benevoli di persone disposte a sorvolare su quel lento inesorabile modo di far scivolare verso il basso quella qualità che soltanto le idee buone, la tecnica, l’esperienza, la passione possono garantire per sostenere la comunicazione di reperti unici nel loro genere rivolti a un pubblico selezionato e attento. Ho voluto superare la ritrosia per i commenti altrui così discordi per capire come un’Istituzione così prestigiosa avesse affrontato un tema espositivo sempre difficile e delicato per la fragilità dei materiali (la pergamena) segnati da tratti sottili e da annotazioni composte da minuscoli caratteri.
Negli anni ‘80, in occasione delle celebrazioni del genio di Leonardo, mi ero occupato al Castello Sforzesco dell’esposizione dei Disegni di Natura provenienti dalle raccolte della Regina d’Inghilterra esposti nella sala delle Asse. Questa esperienza mi aveva portato a non sottovalutare i due aspetti dominanti dell’esposizione: la fragilità dei materiali e la comunicazione. Il livello di illuminamento delle opere assai basso (max 60 lux) per proteggere la carta, avrebbe potuto mettere in serie difficoltà l’osservatore se non fosse stato introdotto, all’inizio del percorso, la spiegazione del comportamento degenerativo della carta esposta ai raggi della luce naturale e artificiale. Inoltre la progressiva diminuzione dell’intensità luminosa adottata prima di raggiungere le opere leonardesche aveva favorito in tempi brevi l’adattabilità dell’occhio umano alla semi oscurità.
Da allora molte ricerche e scoperte nel campo illuminotecnico hanno ampliato il raggio delle possibilità espositive scongiurando ogni possibile danno e mettendo in condizione il pubblico di vedere quanto è esposto.
L’esposizione attuale, semplificando la ricerca sui due temi dominanti, (sicurezza e comunicazione) tradisce un poco il ruolo di una grande istituzione che in quest’occasione avrebbe potuto mettere a fuoco un sistema espositivo più efficace ponendo l’accento sulle ricerche storico critiche del bel gruppo di studiosi che si sono occupati dei disegni di architettura come pure delle pitture. Assoluti capolavori sono banalmente esposti, quasi comparse di una scena logorata dalla stanchezza e dalla noia.
La parte grafica e didascalica pare inadeguata e spesso ingenua nel segnalare un percorso che conduce al ritratto del vecchio artista barbuto e troppo grande per essere relegato in un contesto che nulla ha a che fare con l’espressione di un pensiero intenso, immortale. La Biblioteca Federiciana con la sua architettura e la sua storia reggono la tensione emotiva al primo impatto; ma le immagini leonardesche, nella sequenza, sono poco leggibili, le architetture illuminate da luci discontinue e un po’ tremolanti trasmettono un disagio che non è compatibile con l’opera del genio assoluto che merita il meglio della sperimentazione, il meglio di tutto sempre.
Antonio Piva
GLI ALBERI A MILANO: UN PÒ DI VERITÀ
10-5-2010 by Antonio Piva · Commenti disabilitati
Mi sono rivolto a Franco Giorgetta che ho appreso da poco essere uno dei tre progettisti del piano che prevede una nuova alberatura in Milano, oltre Renzo Piano e Alessandro Traldi. Al gruppo si aggiunge Giorgio Ceruti per gli aspetti tecnici e le relazioni con i servizi della città, Guido Rossi per le valutazioni giuridiche ed economiche, Alberica Archinto per il coordinamento. Il meta-progetto, nato forse a seguito di una battuta di Abbado che aveva piantato un bel gruppo di alberi in Sardegna e che pensava che una città come Milano ne potesse ospitare almeno novantamila. Abbado, parlandone con Piano aveva formulato alcune ipotesi, che, si sa, potevano diventare meta-progetto da presentare al Sindaco di Milano dopo aver coinvolto altri amici che avevano aderito alle idee e iniziato a studiare, verificare senza pretendere nulla.
Quello che sembrava un boschetto dietro al monumento di Vittorio Emanuele era diventato un progetto esteso a tutta la città. Naturalmente ogni zona presentava problemi diversi, alcuni molto complessi come Piazza Duomo e via Dante, altri semplici comunque risolvibili con concretezza e competenza. La “bocciofila” così si era definito il gruppo promotore, aveva discusso con i tecnici comunali che avevano in mente di distribuire lungo alcune arterie centrali e periferiche vasi con alberi, un po’ com’era stato fatto in via Monte Napoleone dove gli alberelli spuntavano dalle cinquecento bianche parcheggiate lungo i marciapiedi. Fortunatamente era stato dimostrato che quel sistema non avrebbe trasformato Milano in città alberata ma in città di fioriere come bene si vede in Piazzale Cadorna.
Il meta-progetto, che costituisce il primo passo per un’iniziativa importate, rappresenta bene con una serie di tavole cosa è possibile fare ragionevolmente. Non entro nel merito delle scelte paesaggistiche quanto piuttosto cerco di integrare quelle informazioni carenti e spesso tendenziose che la stampa in proposito ha diffuso. Non sono state emesse parcelle né sono stati affidati incarichi a professionisti. L’iniziativa del gruppo proponente potrà aprire in futuro altri argomenti quali la spesa dell’impianto generale o parziale, le tecniche adottabili per le piantumazioni, secondo le scelte che l’Amministrazione vorrà fare, secondo opportunità finanziarie che gli sponsor potranno mettere a disposizione, secondo nuove regole che disciplineranno le gare d’appalto per le manutenzioni.
Il tema della manutenzione che preoccupa molti anche per gli scarsi risultati riscontrabili nelle aree verdi attuali e i forti costi, può essere sviluppato tenendo conto di essenze con crescite controllate che non hanno bisogno di potature e che terranno conto delle caratteristiche dei luoghi e i limiti che ciascun luogo offre. Non vi è dubbio che trentamilacinquecento alberi possano rappresentare un forte contributo al benessere della città. Ma ce lo possiamo permettere? Gli sponsor ci sono come si dice? Perché dobbiamo accontentarci di curiosi “si dice”? Perché la stampa non abitua il cittadino a capire i meccanismi che sostengono un grande progetto e non lo invita a partecipare al dibattito fornendoli dati chiari, cifre, ragioni a favore e ragioni contro. Perché gli stessi tecnici non sono invitati a spiegare i loro punti di vista? Non voglio entrare nel merito del progetto se non per quella parte che riguarda le risorse di una città che spesso promette e non mantiene, dove i monumenti sono ingabbiati a tempo indeterminato, le strade sconnesse, i marciapiedi pieni di buchi, la segnaletica più confusa che in qualsiasi altra città.
Queste lamentele non sono nuove ma non vi è mai una risposta concreta. Se il denaro non c’è perché insistere su progetti che aggiungono problemi lasciando incancrenire quelli vecchi? Spesso queste osservazioni vengono liquidate con un termine abusato come “disfattismo”, ma la strada per uno sviluppo di un progetto richiede verifiche coordinate molto puntuali sia sul piano tecnico che su quello economico amministrativo e la sua condivisione. Vogliamo volare alti, voliamo! Ogni leggerezza e ignoranza però la paga il cittadino ignaro cui vengono sottoposti spesso solo le frange di un tema.
Antonio Piva



