L’AFFAIRE POMIGLIANO… O DELL’ARTE DI FARSI DIRE DI NO.

26-7-2010 by Giuseppe Ucciero · Commenti disabilitati 

 

Man mano che la questione Pomigliano si snoda lungo il suo complesso percorso, il profilo di Marchionne come spregiudicato giocatore di poker diviene sempre più netto. Apparentemente, la questione appariva molto chiara: cedere qualcosa (molto ?) sui diritti per avere maggiore certezza sull’occupazione e il futuro. In realtà, la partita celava una doppia chiave di lettura che il suo per ora parziale e controverso esito contribuisce a rendere più visibile, s’intende a chi vuol effettivamente vedere. Per una Fiat ormai decisamente globalizzata, anzi per essere più precisi sempre più “americanizzata”, gli insediamenti industriali italiani, e in particolare quelli di Termini Imerese e di Pomigliano appaiono poco o nulla redditizi. Marchionne ha ricordato che i livelli di profitto raggiunti con altri stabilimenti (Tichy) sono pressoché irraggiungibili per quelli italiani.

La prima conseguenza operativa è quindi stata lasciare al suo destino Termini Imerese, colpo riuscito senza suscitare troppe resistenze: troppo lontana la Sicilia, troppo deboli gli economics dello stabilimento, relativamente pochi gli operai colpiti. Altra cosa, Mirafiori, Cassino, Melfi e infine Pomigliano, subito individuato però come il secondo obiettivo della strategia Fiat. Qui si palesa il genio pokeristico del Marchionne. Pomigliano vuol dire Napoli, vuol dire 15.000 lavoratori tra fabbrica e indotto: non si può tentare il colpo della chiusura dei cancelli come a Termini Imerese. Ci vuole, come si dice di questi tempi, un “colpo d’ala”. E colpo d’ala fu: il Marchionne capisce che, se vuole andarsene, non lo deve dire lui, ma deve farselo dire da altri.

Eccolo allora mettere sul piatto un vago piano da 700 milioni di euro (non se ne conoscono le linee guida essenziali), come piatto di una partita il cui corrispettivo dovrebbe essere, nientemeno, che la rivoluzione immediata delle relazioni industriali in Italia. Sa benissimo, ché non è uno sprovveduto, che la FIOM dirà di no, e sa benissimo che una percentuale non esigua di lavoratori la seguirà, così come sa benissimo che, sic stantibus rebus, stando così le cose nel nostro ordinamento giuridico, questa situazione non garantirà l’innovazione delle relazioni industriali (regolazione diritto di sciopero, ecc).

Lo sa, ma va avanti lo stesso, da bravo giocatore di poker. Infatti, se il colpo riuscisse (e son ben poche possibilità) resterebbe a Pomigliano ma in condizioni assai più favorevoli di quelle attuali, se invece il colpo fallisce sarà facile dare la colpa a chi gli ha impedito di fare i grandi investimenti, a chi ha negato all’Italia l’innovazione del lavoro e a Napoli migliaia di posti di lavoro. Corollario della vicenda è il coinvolgimento a fianco di Fiat, non solo della Confindustria, non solo del centrodestra compatto, ma anche di larga parte del centrosinistra, tra cui non mancano i supporter della nuova stagione delle relazioni industriali. Ecco allora lucidamente disegnato, e poi sapientemente attuato, nei contenuti e nelle forme, il Piano Marchionne, un Piano di cui si deve dire fin d’ora che è il modello d’azione di chi deve farsi dire di no, fingendo di volere il contrario. Dei contenuti si è già sinteticamente detto in tante occasioni, delle forme merita di essere sottolineata qui la coerenza tra l’ipotetico fine occulto delle mosse marchionniane, e le modalità con cui la proposta è stata gettata sul tavolo nell’espace d’un matin.

Un Prendere o Lasciare senza alcuno spazio di trattativa, né nei tempi né sui contenuti, accompagnato da una grevità di toni che pure appare nuova in un manager di cui si era colta qualche tempo fa una pur generica vicinanza al centrosinistra. Nelle trattative, che sono fatte di persone e di prestigio, le forme sono essenziali: se uno degli attori usa parole pesanti, il meno che si può pensare è che sarà pure seduto fisicamente al tavolo, ma in realtà se n’è già andato da un pezzo, o forse non s’è mai neppure seduto.

L’evoluzione controversa dell’affaire Pomigliano sembra premiare l’ipotesi B, di gran lunga preferita da Marchionne: troppo forte la resistenza degli operai, troppo “ottusa” la FIOM, troppo grandi i rischi di una guerriglia sostenuta dai diritti costituzionali (finché ci sono). Certo chi si è esposto a sostegno del grande investimento di Pomigliano, chi ha siglato patti con FIAT, ora chiede a gran voce lo sviluppo dello stabilimento: ma è come un bambino che parla forte nel buio per farsi coraggio, ben sapendo che FIAT si è astutamente preparata tutte le ragioni per fare il contrario di quanto promesso. Così si suona la grancassa al grido di “la Panda a Pomigliano”, ma i dubbi sulla concreta realizzazione della parola d’ordine restano sul tappeto. Cosa ci attende allora in futuro, nei mesi prossimi, e negli anni più vicini?

Lo scenario più probabile ci parla di una FIAT che agisce su scala mondiale, alla ricerca da brava multinazionale delle condizioni più efficaci per fare profitto, cosa che faceva anche finora, ma che farà con ben altra determinazione e spregiudicatezza. L’Italia, e gli stabilimenti FIAT, vedranno una riduzione di investimenti, giustificata dalla presenza di fattori produttivi migliori in altri Paesi: manodopera meno costosa e più debole, tutele ambientali meno rigide, tassazione più favorevole, insomma paradisi capitalistici. A chi chiederà conto, FIAT indicherà pronta con il dito il Capro Espiatorio.

Nel mezzo, un gran dibattito, una gran polemica, se si vuole una contrapposizione feroce tra chi pensa che si deve cedere una parte dei diritti (leggi ridisegno delle relazioni industriali) e chi intende difenderli, ma alla fine non sa bene come. Entrambi con qualche parte di ragione, entrambi effettivamente indifesi davanti alle mosse di un capitalista che intende cogliere, senza porre tempo in mezzo, le grandi opportunità di profitto della deregulation su scala mondiale: del doman non v’è certezza. Nel frattempo, giganteggia con il suo maglione blu il grande manager, quello che diceva di sì, facendo di tutto per farsi dire di no.

 

Giuseppe Ucciero

LA CRISI: CRITICA AL PUNTO DI VISTA CORRENTE

12-7-2010 by Giuseppe Ucciero · Commenti disabilitati 

 

Negli anni ‘30 andava forte quel motivetto di Petrolini che faceva “Ma cos’è questa crisi?”, e lo si canterellava con tono leggero, come a dire “mah, alla fine ne abbiamo viste tante, e passerà anche questa”. In effetti, è passata sulle rovine d’Europa e di tante altre parti del mondo. Di fronte alla nostra crisi, Berlusconi finora ha canterellato anche lui il refrain d’antan, coltivando la speranza che qualcuno ce la togliesse di torno: l’importante nel frattempo era far finta di niente. Ma ora, le parole si smorzano in bocca e il motivetto si spegne anche tra i più accaniti fan del Cavaliere: la realtà presenta il conto.

A noi di sinistra toccherebbe solo di essere conseguenti al nostro rigore, appoggiando le misure di protezione dai rischi di sistema che incombono. In realtà, il margine di manovra politica della sinistra potrebbe essere più ampio se si guardasse alla natura autentica della crisi odierna e alle sue implicazioni politiche. Per molti, per troppi, la crisi appare nata e generata unicamente nel grembo immondo della finanza, e più precisamente della sua figlia prediletta: la speculazione. Questo viene attestato dalla semplice constatazione del fatto che a un certo punto non ci sono più soldi. I soldi sono spariti, e perbacco questa è finanza. In realtà, se pure va dato alla speculazione ciò che è della speculazione, e non sfugge a nessuno il suo smisurato peso sull’economia globale, la genesi della crisi non deriva dalle sue operazioni spericolate e immorali, ma dall’ineguale distribuzione della ricchezza che ne ha posto le premesse essenziali su scala mondiale.

Riconosco che quest’affermazione possa sembrare retrò, sindacaleggiante, per non dire, ahimè, comunista, ma stiamo ai fatti. Quando si parla dei mutui subprime, e degli insostenibili castelletti finanziari eretti dalle famiglie americane, ci si deve chiedere perché la classe media americana a un certo punto abbia “pensato” di vivere al di sopra delle proprie possibilità. Il fatto è che la classe media non è che volesse vivere “sopra le proprie possibilità” ma piuttosto desiderava mantenere il suo status, l’american way of life, trovando però sempre più difficoltà a farlo con gli stipendi correnti. Tutte le statistiche dimostrano come il reddito degli americani, dopo la ventata liberista del vecchio Ronnie, si sono progressivamente divaricati: da un lato, una fetta minoritaria sempre più ricca, dall’altra parte la grande maggioranza del paese con sempre meno reddito. L’impoverimento della middle class americana non solo ha tolto il combustibile per fare girare l’economia americana, diminuendo la massa monetaria per sostenere la domanda interna di beni e servizi, ma ha innescato vere e proprie bombe strutturali, nei conti, nelle teste e nei cuori degli americani.

L’enorme crescita di risorse finanziarie appropriate dalla minoranza degli iperricchi americani ha riversato nel mondo una quantità sconsiderata di capitale che cercava di valorizzarsi prevalentemente senza passare dalla produzione di beni e servizi. Oggi gli attivi finanziari in libertà assommano all’astronomica circa di 640 trilioni di dollari, mentre il PIL mondiale a soli 150! Questa benzina, questo enorme surplus monetario privato, ha alimentato il primo fuoco della speculazione. Dall’altro versante, la middle class ha cercato di contrastare l’erosione del proprio stile di vita. Non potendolo difendere con il reddito, l’ha difeso con il debito. Un debito crescente che “appariva” sostenuto da un nuovo reddito aggiuntivo, in realtà del tutto “immaginario”, rappresentato virtualmente dall’incremento esponenziale dei valori immobiliari a loro volta acquistati a debito. Quindi case a debito, carte di credito a debito, auto a debito… Ma un debito è un debito, e i debiti alla fine si pagano, specie se chi ce lo ha concesso è a sua volta indebitato con qualcun altro.

Questa benzina, l’impoverimento della classe media americana, ha alimentato il secondo fuoco della speculazione. L’ineguale distribuzione della ricchezza ha posto le premesse materiali per il dilagare senza freni della speculazione e del resto, per avere la controprova, basta guardare al mondo degli anni ‘80.

Procedendo per schizzi di getto, veniamo ai casi italiani. Un primo dato: il 10% della popolazione italiana detiene oltre il 40% della ricchezza totale del Paese. La questione della debolezza della domanda interna sembra avere sostanza se il 90% della popolazione vi può destinare solo il 60%. Un altro dato: il debito pubblico italiano assomma attualmente a circa, punto più o punto meno, oltre il 115 % sul PIL nazionale, e questo grava sui conti del Paese come una soma insopportabile. Un ultimo dato, larghissima parte del PIL italiano è generato dalle esportazioni: se la domanda mondiale cade, siamo in braghe di tela.

Eccoci allora nel vivo della questione: se la domanda internazionale espressa dai Paesi come Usa e Germania è bassa e rimarrà tale, come se ne viene fuori? Non certo alzando il debito pubblico. Quindi non solo niente domanda aggiuntiva keynesiana, ma come ci spiega Tremonti: taglio delle spese dello Stato. Ma, ammesso pure che i tagli vengano apportati equamente, cosa di cui si “deve” dubitare, resta oggettivo che tagliare il debito aumenterà pure il nostro rating internazionale, ma deprimerà il nostro corso economico.

Qui si arriva alla seconda parte della questione politica: come possiamo riattivare il ciclo economico, se la spesa pubblica resta al palo e la domanda internazionale latita? Potenziando la domanda privata interna: tertium non datur. Solo i consumi privati, famiglie prima e imprese poi, possono alimentare una nuova corsa, è oggettivo. Ma senza redditi aggiuntivi le famiglie non spendono e non alimentano domanda aggiuntiva.

Ed anche qui la speculazione non c’entra nulla.

C’entra l’ineguale distribuzione della ricchezza: una ricchezza che, per non essere stata equamente distribuita, è divenuta ricchezza da capitale, in moneta, titoli o immobili, che si preferisce non reinvestire né tantomeno consumare, come quei famosi 100 MLD di euro dello Scudo Fiscale, “bonificati” da Tremonti, ma certamente non rientrati nel circolo dell’economia italiana, che sennò se ne sarebbe ben visto l’effetto.

Veniamo da 20 anni di liberismo, e questo è il risultato e l’insegnamento finale sotto tutte le latitudini: riconosci meno reddito a chi lo produce, direttamente (stipendi) o indirettamente (tasse per servizi), e avrai meno domanda monetaria a tutti i livelli, quindi meno consumi e quindi ciclo economico debole. Ora, se la gente in Italia e nel mondo la riattivazione di un ciclo economico avverrà solo se rivedremo radicalmente i meccanismi di distribuzione della ricchezza. Questa, per quanto apparentemente impervia, è la strada della sinistra, che si tratti di tassare le rendite finanziarie o di re-introdurre la patrimoniale secca o altro ancora. Dico apparentemente impervia perché bruciano ancora gli ultimi fuochi del credo liberista, ma lasciate che la crisi incida ancor più nel corpo vivo della società, e si toccherà con mano presto la domanda politica delle classi più tartassate verso provvedimenti redistributivi. Se mancherà vision e coraggio, a Bersani & Co, non resterà altro che cantererellare a loro volta “ma cos’è questa crisi?”, distinguendosi dalla destra solo per qualche dettaglio di stile, nella speranza comune che qualcosa, non si sa cosa, ma qualcosa di grosso, ci spinga fuori dalla crisi.

Se questo qualcosa, magari l’Italico Stellone, non si materializzerà, saranno tempi durissimi, scenari foschi e, se va bene, tanti tanti sacrifici… quelli dei nostri nonni.

 

Giuseppe Ucciero

IL CONTRATTO: SPATUZZA, ARCORE E DINTORNI

5-7-2010 by Giuseppe Ucciero · Commenti disabilitati 

 

Nelle storie criminali il “contratto” è lo strumento che regola l’assassinio di un uomo. L’abbiamo visto nei film, forse abbiamo letto qualcosa su libri e giornali. L’essenziale non muta mai: da una parte il mandante, dall’altra l’esecutore, in mezzo il bersaglio, sul tavolo i soldi. Anche se il dilagare della droga e della manovalanza criminale ha abbassato il prezzo del Contratto, tuttavia non si discute che quello che si paga è sempre il prezzo della vita di un uomo. Le modalità, le forme, con cui il bersaglio viene centrato e tolto di mezzo è del tutto indifferente al mandante, agendo l’esecutore in totale autonomia di modi, tempi e strumenti: insomma una prestazione COCOPRO come ce ne sono tante.

Tra persone per bene non si fanno Contratti e chi fa Contratti non è, non può essere, una persona per bene. Almeno così credevamo, fino a mercoledì 16 giugno 2010, fino a quando abbiamo appreso che qualcuno, che si credeva perbene, ha fatto un Contratto sulla testa di Giuseppe Spatuzza. Un bel Contratto ma di tipo nuovo. Chi sia Giuseppe Spatuzza si sa, si sa cioè che non è uno stinco di santo, si sa che ha taglieggiato, ucciso, ferito, rubato, mentito, insomma un soggetto altamente qualificato a rappresentare la compagine criminale chiamata mafia. Il fatto però è che questo Spatuzza non si è limitato a rappresentarla nel solo modo in cui i suoi codici d’onore lo consentono, cioè un silenzio riottoso a ogni sollecitazione, ma si è infine deciso a raccontarla, sia pure per quel che ritiene opportuno di dire e non dire.

E dice e non dice sulle vicende personali dell’onorevole Berlusconi e dei suoi uomini più vicini, a partire dall’altrettanto onorevole Marcello Dell’Utri, appassionato bibliofilo e quindi, come tale, certamente persona per bene. Ecco che allora lo Spatuzza non è più un onorevole rappresentante della Mafia spa, ma diviene un bersaglio che deve essere messo nelle condizioni di non nuocere. Ma come farlo, come ucciderlo senza ucciderlo effettivamente? Come impedirgli di parlare, senza versare, per ora, il suo sangue? Come farne uno zombie circolante come premorto anziché postmortem, senza colpirlo fisicamente? E’ semplice, basta innovare lo strumento del Contratto, basta importare anche nelle logiche criminali quella fantasia degli strumenti e dei metodi che tanta buona prova di sé sta dando nella gestione della finanza, dell’economia e della società.

Così, quasi fosse un derivato, qualcuno ha ben pensato di mettere a punto una sorta di Contratto che opera non con un’azione ma con un’omissione, un Contratto a contenuto assicurativo contro eventi esterni indesiderati. Per uccidere un uomo come Spatuzza non è necessario sparargli in testa, basta togliergli la protezione, basta omettere un provvedimento essenziale per la sua sopravvivenza fisica. Per farlo tacere pensiamo quindi noi, del Viminale, che al resto poi qualcuno provvederà. Così a Giuseppe Spatuzza viene negata, per la prima volta in Italia in casi simili, l’accesso al Programma Protezione e che questo avvenga a seguito del suo dire e non dire circa le oscure origini Berlusconi non appare una pura consecutio temporum.

Togliere la protezione a uno come Spatuzza, depositario di segreti e di informazioni le più pericolose e intime sull’intreccio tra politica e mafia e soprattutto disposto a parlarne, equivale alla firma di una messa a morte, ad un contratto tra criminali. La carica intimidatoria di un atto di questo genere è pari solo al suo contenuto sovversivo delle regole, dell’interesse e dell’etica dello Stato. E non stupisce allora che dell’operazione si sia fatta carico, con piena responsabilità politica e morale, l’uomo della Lega al Viminale, il garante della Sicurezza dei bravi cittadini del Nord. Non stupisce perché nel perverso patto sempre più stretto tra Berlusconi e Bossi, la salvezza dell’uno è sempre più la salvezza dell’altro, e d’altra parte cosa sarà mai la vita di uno Spatuzza di fronte al sole radioso della Padania libera?

Ed ecco allora che il Contratto, un Contratto che uccide la Verità prima ancora che la Vita, è pronto ed è firmato da tutti gli interessati. Ecco pronto il Contratto che non toglie la vita, ma semplicemente, come dire, la sospende cautelativamente. Son chiari i mandanti, è chiara la vittima, è chiaro il prezzo posto sul tavolo.

Manca solo il tempo e l’occasione, ma non preoccupiamoci che son dettagli, che anzi i nostri neanche vogliono sapere, che son persone perbene, loro.

Non sappiamo se questi siano gli ultimi anni o mesi del potere di Berlusconi, certo è che dal suo lento tramonto proviene un tanfo insopportabile di marciume personale, morale, materiale, politico, generato da un verminaio in cui delirio di personalità, connivenze criminali, sexual addiction, favori omertosi, si intrecciano a livelli sempre più insostenibili non per la morale della persona per bene, ma per il mantenimento dei requisiti minimi del funzionamento dello Stato e della Società. Cosa ha da dire su questo la classe dirigente? Silenzi, qualche imbarazzo, risatina e risatone alle barzellette nei convegni, e dietro alle quinte un gran fervore per spartire la gran torta dei privilegi e del business.

Cos’hanno da dire le Associazioni Imprenditoriali che impongono addirittura ai propri associati, a rischio della loro pelle, degli associati s’intende, di denunciare qualsiasi tentativo di estorsione e d’intromissione mafiosa? Silenzio. Tra persone perbene non si fanno contratti, né attivi né omissivi.

Le Associazioni, le Camere di Commercio, le Fondazioni bancarie, sono fatte di persone perbene, lo dobbiamo e lo vogliamo credere. Vorremo anche poterlo credere. Se una persona perbene non tollera più il comportamento di un mascalzone, normalmente gli toglie il saluto, o almeno manifesta freddezza formale.

Se una comunità toglie il saluto, quell’uomo è finito, per quanto potere abbia. E allora, coraggio, togliete il saluto a Silvio Berlusconi, negate la riverenza a quell’uomo di cui tanto sparlate in privato, siate persone perbene, o almeno non ridete alle sue barzellette che sono la forma specificamente volgare con cui l’uomo del malaffare chiede a tutti tacita e compromissoria complicità.

Un momento dopo il vostro silenzio, un istante dopo il vostro ritegno al saluto, il Re sarà irreparabilmente nudo e solo, senza più il potere di firmare Contratti contro Spatuzza e contro di noi.

 

Giuseppe Ucciero

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